Diritto e Fisco | Editoriale

Esecuzione forzata: nuova estinzione anticipata se alle aste non si presenta nessuno

4 gennaio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 gennaio 2015



Pignoramento immobiliare: se l’asta va sempre deserta, il giudice non sospende (come in passato), ma estingue l’intera procedura.

L’ultima riforma della giustizia [1] ha introdotto una nuova causa di estinzione del procedimento di esecuzione forzata immobiliare. Si tratta di un istituto senza precedenti, sebbene mutuato da numerose sentenze che, ormai, per la loro univocità, stavano acquisendo il valore di orientamento consolidato.

Da oggi, dunque, “quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo”.

Di tanto avevamo parlato dettagliatamente nella nostra precedente guida: “Novità pignoramento casa: se non si vende all’asta, l’esecuzione termina” e in “Stop aste sulla casa: mai più procedimenti vecchi” a cui rinviamo per maggiori dettagli.

La nuova norma, però, pone già seri problemi agli interpreti, posta la genericità della sua formulazione. Essa, difatti, non chiarisce, in termini concreti e certi, quali debbano essere i criteri che dovranno ispirare il giudice dell’esecuzione nell’esercizio di tale facoltà. Proprio l’indeterminatezza letterale pone, peraltro, il problema di eventuali (e numerose) impugnative dell’eventuale provvedimento di estinzione del magistrato.

Non solo: il rischio più grosso è quello di una sostanziale disapplicazione della norma da parte del tribunale, incerto sui reali limiti della stessa, anche per non scontentare l’agguerrito popolo dei creditori, unici veri soggetti che conferiscono col giudice durante il processo esecutivo (essendo il debitore quasi sempre assente). Non dimentichiamo, a tal proposito, che il giudice potrà sempre applicare la diversa disposizione che gli consente, piuttosto che estinguere l’esecuzione forzata, di sospenderla su istanza di tutti i creditori muniti di titolo esecutivo, fino a 24 mesi [2].

A peggiorare il quadro e a convincerci che la riforma non troverà facile applicazione vi è anche la profonda crisi del mercato immobiliare, ivi compreso quello delle aste giudiziarie. In buona sostanza, se il prezzo base al quale viene “battuto” l’immobile non subisce una netta svalutazione (a seguito dei precedenti e infruttuosi esperimenti), sarà assai improbabile vedere formulare offerte alle aste da parte di potenziali acquirenti. Il tribunale è difatti visto come il luogo dell’affare perfetto e non certo quello dove il bene si vende al valore di mercato. Tuttavia è proprio in questo momento – quello cioè in cui il prezzo dell’immobile diviene appetibile – che il giudice dovrebbe estinguere la procedura, secondo la riforma.

La nuova norma, dunque, si pone al centro di due forti e contrapposti interessi all’interno di ogni procedura: da un lato quello del debitore che vorrebbe, quanto meno al termine dell’esecuzione, liberarsi del proprio debito; dall’altro quello del creditore di recuperare il possibile, anche se in minima parte e a costo di svendere il bene pignorato, salvo poi proseguire con altri mezzi. Conflitto che la riforma vorrebbe risolvere trovando quel giusto punto di equilibrio, ma facendolo con parole tanto generiche e vaghe da rendersi, come detto, di fatto inapplicabile.

Basti pensare alle situazioni in cui versano i condominii: il loro obiettivo non è ormai più il recupero del credito, spesso rappresentato da insoluti che si protraggono per anni, bensì semplicemente la sostituzione del vecchio proprietario debitore inadempiente con un nuovo acquirente, davvero in grado di far fronte alle spese di proprietà.

note

[1] Art. 19 DL. 132/2014 conv. L. 162/2014.

[2] art. 624 bis cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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