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Professionisti: collaboratori in studio senza pagare Irap

6 gennaio 2015


Professionisti: collaboratori in studio senza pagare Irap

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 gennaio 2015



L’esistenza di un dipendente assume rilevanza ai fini dell’applicabilità del tributo solo ove il lavoro subordinato ha potenziato l’attività produttiva.

La paura di superare il “limite” che fa scattare l’Irap – la temuta imposta sulle attività produttive – spinge spesso il professionista, con studio monopersonale, a non investire troppo e a non assumere collaboratori o dipendenti. E ciò nonostante la legge non stabilisca, con precisione, quali siano i confini dimensionali oltre i quali l’imposta diventa obbligatoria. A questo però ha pensato la giurisprudenza, specificando le fattispecie concrete in occasione delle quali l’avvocato, il medico, l’ingegnere, ecc. sono tenuti al versamento.

Tenendo comunque presente che l’ultima Legge di Stabilità ha introdotto un credito di imposta (pari al 10%) in favore di quei professionisti che non abbiano, all’interno dello studio, personale dipendente (quindi privi di costo del lavoro), ecco alcune sentenze della Cassazione chiarificatrici sul punto. Stranamente, lo scorso 19 dicembre, la Suprema Corte ha emesso, tutte in un solo giorno, una serie di provvedimenti dedicati all’Irap, tanto da poterlo soprannominare “Irap-day”.

Ricordiamo, preliminarmente, che l’obbligo dell’Irap scatta nel momento in cui si è in presenza di una autonoma organizzazione, ossia del coordinamento di quei fattori che possono incidere sui ricavi conseguiti. In pratica, vi deve essere una struttura organizzativa tale in cui l’impiego di forza lavoro o di beni strumentali ecceda il “minimo indispensabile” e le prestazioni fornite da terzi soggetti non abbiano carattere occasionale [1].

L’elemento di maggiore timore è la presenza, in studio, di collaboratori. E questo perché si tratta di soggetti spesso a metà strada tra la segretaria (in presenza della quale, anche se con part time, l’Irap è dovuta) e i praticanti (i quali, invece, se non pagati, non fanno scattare l’imposta; al contrario, se ricevono un compenso fisso, il presupposto per l’Irap diventa difficilmente eludibile). In passato qualche giudice ha ritenuto che il compenso “basso” versato al collaboratore non fa scattare l’Irap.

L’orientamento prevalente tende a escludere l’automatica applicazione del tributo alla sola presenza di lavoro prestato da terzi. Va verificato, infatti, in che misura il lavoratore subordinato crei valore aggiunto rispetto all’attività intellettuale del contribuente.

In particolare, la Cassazione [2] ha affermato che l’esistenza di un dipendente assume rilevanza ai fini dell’applicabilità del tributo solo ove il lavoro subordinato ha potenziato l’attività produttiva. Pertanto, non è indice di un’autonoma organizzazione la presenza di un collaboratore che apra la porta o risponda al telefono [3]. Diverso, invece, potrebbe essere il caso in cui il collaboratore svolga incarichi “ad hoc”, come l’occuparsi stabilmente della contabilità di alcuni clienti, di gestire i decreti ingiuntivi dello studio, di effettuare le ricerche giurisprudenziali, ecc.

A volte, la dimensione fisica dello studio è stata ritenuta elemento sufficiente per stabilire l’imposizione Irap. In particolare, secondo i supremi giudici [4] non è soggetto a Irap il medico convenzionato SSN che disponga di uno studio di 50 metri quadrati e delle attrezzature necessarie.

Nel caso di studi associati, è necessario distinguere le situazioni in cui i professionisti condividano solo l’immobile, per una reciproca convenienza, al fine di ripartire le spese fisse e le utenze (in tal caso l’Irap non è dovuto [5]) dai casi in cui, invece, la collaborazione dà luogo a una vera e propria struttura con una gestione unitaria delle entrate (nel qual caso non vi sono dubbi sul pagamento del tributo [6], anche in considerazione della “sostituibilità nell’espletamento di alcune incombenze”).

Con riferimento alla presenza di sostanziosi beni strumentali all’interno dello studio, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto sufficiente un investimento di valore superiore ai 15mila euro [7]. Al contrario, secondo la Cassazione gli investimenti in beni strumentali assumono rilevanza ai fini Irap solo ove risultino eccedenti rispetto al minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività.

note

[1] Cass. sent. nn. 12108 e 12111/2009.

[2] Cass. ord. n. 27014/2014.

[3] Cass. ord. n. 26991/2014.

[4] Cass. ord. n. 27008 del 19.12.2014.

[5] Cass. ord. n. 27005/2014.

[6] Cass. ord. n. 27007/2014.

[7] Ag. Entrate, circolare n. 45/2008.

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