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Riprese con la telecamera in mezzo alla folla: immagine tutelata?


Riprese con la telecamera in mezzo alla folla: immagine tutelata?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 gennaio 2015



Se qualcuno ti fotografa o fa un video con la telecamera: quando scatta il diritto alla privacy e il risarcimento.

Ormai l’uso quasi quotidiano della telecamera, sia essa quella del telefonino, della televisione o di un video amatoriale, ha amplificato l’incubo della gente di poter essere ripresa a propria insaputa e vedere poi pubblicata sul web la propria immagine, pur senza il proprio consenso.

Tutti sanno che, nel caso dei personaggi di rilievo pubblico, la pubblicazione dell’immagine (effettuata tramite una macchina fotografica o con una telecamera) è garantita dal diritto di cronaca e, comunque, dall’interesse pubblico alla notizia (anche nel caso in cui si tratti di mero gossip), salvo che le riprese si spingano nell’ambito della vita privata dell’interessato, nel qual caso ritorna predominante la privacy.

Le linee d’ombra, però, riguardano le ipotesi in cui oggetto dell’occhio indiscreto della telecamera sia una persona qualsiasi, sconosciuta: insomma, un passante qualsiasi come potresti essere tu. Che succederebbe se la tua immagine fosse riprodotta senza il tuo consenso qualora fossi, involontariamente, colto da una ripresa televisiva poi mandata in onda?

A dare una risposta è stata la Cassazione con una sentenza di un anno fa, ma ugualmente dirimente [1].

 

La soluzione al quesito è abbastanza semplice, ma è meglio procedere per gradi, partendo dalla legge, in particolare dalla legge sul diritto d’autore [2]. Che c’entra il diritto d’autore con la privacy, potreste chiedervi. Indubbiamente si tratta di due cose completamente diverse; tuttavia la legge del 1941, che regola ciò che oggi chiamiamo tutti (impropriamente) copyright [3], contiene numerose disposizioni relative al diritto all’immagine.

La norma stabilisce che non è necessario il consenso della persona ripresa in tre casi:

1. se si tratta di persona notoria oppure per via delle funzioni pubbliche da questi ricoperte;

2. per questioni di giustizia o di polizia, di scopi scientifici, didattici o colturali

3. se la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico.

Comunque, in tali tre casi, la pubblicazione resta illecita, e non può essere messa in circolazione e commercio, se reca pregiudizio all’onore, alla reputazione o anche al decoro della persona ritrattata. Il soggetto interessato potrà eventualmente pretendere il risarcimento del danno.

Ne consegue che la persona colta da una ripresa televisiva (poi mandata in onda), senza il suo consenso, in mezzo ad una folla anonima non ha diritto al risarcimento non essendo comunque configurabile un danno in quanto, in relazione al contesto, la possibilità di essere individuato costituisce “un rischio della vita” che non ci si può esimere all’accettare.

La vicenda

Il caso analizzato dalla Suprema Corte ha riguardato un tale ripreso in una stazione ferroviaria, in una folla di passeggeri, tra cui anche numerosi partecipanti alla manifestazione nota come “gay pride”, avvenimento ritenuto di interesse pubblico. Nonostante il soggetto si sia lamentato delle riprese, che avrebbero ingenerato – a suo dire – la presunzione che egli fosse omosessuale, la sua richiesta di risarcimento non è stata accolta.

A quanto ammonta il danno

Nel caso in cui tali regole non vengano rispettate, al soggetto leso spetta certamente il risarcimento del danno. Ma qual è l’importo al quale si ha diritto? Si tratta di un problema di non facile soluzione, posto che la percezione della propria immagine è un concetto spesso soggettivo e legato, anche, alla notorietà della persona. Così, specie per le persone non note, è necessario fissare un criterio generale.

Innanzitutto, chi riesce a dimostrare di aver subito un danno economico ha diritto al risarcimento dei danni patrimoniali. È il caso, per esempio, del personaggio famoso che, a seguito dell’illecita pubblicazione della propria immagine, abbia poi perso la possibilità di lavorare in televisione, del professionista che abbia visto diminuire i propri incassi, del dipendente che abbia perso il proprio posto di lavoro.

In ogni caso, qualora – come accade soprattutto se il soggetto leso non è persona nota – non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione. Tale importo viene determinato in via equitativa, avuto riguardo al vantaggio economico presumibilmente conseguito dell’autore dell’illecita pubblicazione in relazione alla diffusione del mezzo sul quale la pubblicazione è avvenuta, alle finalità perseguite e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione [4].

note

[1] Cass. sent. n. 24110 del 24.10.2013.

[2] Art. 97, L. 22.04.1941 n. 633.

[3] Il copyright è un istituto di origine anglosassone, con confini non totalmente coincidenti con il nostro diritto d’autore.

[4] Cass. sent. n. 11353/2010.

Autore immagine: 123rf com

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