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Lo sai che? Fecondazione eterodossa: si al riconoscimento in Italia del figlio di genitori gay

Lo sai che? Pubblicato il 8 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 gennaio 2015

Sì al figlio di due donne: autorizzata per la prima volta in Italia la trascrizione dell’atto di nascita di un bambino nato a seguito di fecondazione assistita eterologa.

 

Il figlio ha diritto a veder sempre riconosciuta la propria identità personale e sociale, quali che siano le sue origini biologiche. È questo l’importante principio che emerge dalla sentenza (che potremmo dire storica) della Corte d’Appello di Torino [1] che ha accolto l’istanza di trascrizione nell’anagrafe italiana di un figlio nato in Spagna a seguito di un procedimento di fecondazione eterologa di due donne.

Secondo i giudici torinesi, in un caso del genere è necessario superare i principi di cosiddetto “ordine pubblico[2] che sono alla base della nostra legge e che fanno espresso riferimento, in merito alla nozione di famiglia, ai concetti di madre e padre. In base ad essi, infatti, non sarebbe possibile in Italia una tale trascrizione, giacché la normativa consente di riconoscere coma madre genetica la sola donna che ha partorito il bimbo.

La sezione famiglia della Corte d’Appello di Torino, invece, richiamandosi ai principi espressi da Convenzioni internazionali [3] ha accolto l’istanza delle due “madri” -sposate e separate in Spagna – di trascrizione nel nostro Paese dell’atto di nascita del figlio (per la necessità di una delle due di trasferirsi in Italia col piccolo).

Capovolgendo, così, la pronuncia del Tribunale che aveva negato la suddetta trascrizione, la Corte ha ritenuto prioritario, invece, assicurare copertura giuridica ad una situazione oggettiva (protratta da lungo tempo) nella quale l’interesse primario deve ritenersi quello del minore alla tutela della sua identità e della sua vita familiare, pur senza introdurre (come si legge in sentenza) una situazione giuridica “ex novo”.

Secondo i giudici d’Appello, infatti, non consentire in Italia la registrazione di entrambe le donne come madri del bambino, costituirebbe un evidente ostacolo all’identità personale del piccolo in quanto, la madre che non lo abbia partorito, (se pur separata in regime di affido condiviso) si vedrebbe negato nel nostro Paese il diritto-dovere alla responsabilità genitoriale sancita dalla legge italiana e che implica la necessità di fornire cure, istruzione ed educazione al proprio figlio, procurando così un sicuro danno al minore sul piano dell’accesso all’istruzione, alle cure sanitarie, ecc.; inoltre, al bambino non verrebbe riconosciuto nel nostro Paese il diritto ad alcun legame parentale né con la madre(non biologica) né con i parenti di lei.

Compito del giudice è, dunque, (si legge in sentenza), garantire ai minori “diritti concreti, non teorici e illusori” e non può affermarsi che rappresenti miglior interesse per il figlio, privarlo di un legame attraverso cui esprimere il proprio “status”.

Una decisione che – in linea con quella che solo qualche mese fa aveva riconosciuto che il partner omosessuale può adottare il figlio minore del convivente dandogli il proprio cognome – sembra muoversi pian piano verso un principio di omogenitorialità al pari di quanto già avviene in molti altri Stati, riconoscendo espressamente la doppia maternità fin dal momento della nascita.

note

[1] C. App. Torino, decr. del 29.10.14 (Pres. Silva, Rel. Giannone).

[2] Art. 18 D.P.R. 396/2000.

[3] Convezione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo e il Regolamento comunitario n. 2201/13.

Autore immagine: Alessandro Crusco, Visionimiopi.


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