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Lo sai che? Sfratto: quanto si paga per la risoluzione del contratto

Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2015

Sto per sfrattare, a mezzo dell’ufficiale giudiziario, il conduttore di un mio magazzino per mancato pagamento dei canoni di locazione: cosa devo pagare per la risoluzione del contratto?

In caso di sfratto per morosità [1], la data di cessazione del contratto è quella in cui si ottiene la convalida di sfratto, ossia quella del provvedimento del giudice a seguito della relativa procedura. Tale atto giudiziario, come tutti gli altri, deve essere registrato e, quindi, sconta la cosiddetta imposta di registro.

Tuttavia, sulla registrazione del provvedimento giudiziale di sfratto ci sono due posizioni discordanti praticate dagli stessi uffici dell’Agenzia delle Entrate (che a breve illustreremo). Pertanto sarà bene informarsi quale delle due posizioni viene condivisa dal locale ufficio, onde evitare successivi problemi fiscali.

1. Alcuni uffici dell’agenzia delle Entrate chiedono l’imposta di registro di 67 euro, da versare a seguito della risoluzione del contratto.

L’imposta fissa deve essere versata entro 30 giorni, decorrenti dalla data della convalida di sfratto [2]. A tal fine è irrilevante che la data di restituzione dell’immobile, imposta dal giudice nel provvedimento di convalida, non coincida con quella (successiva) di effettivo e materiale rilascio da parte dell’inquilino (per la quale, magari, c’è stato bisogno dell’intervento dell’ufficiale giudiziario con l’esecuzione forzata).

In base a questa posizione, sarà quindi necessario versare l’imposta e registrare l’evento con il modello RLI, sezione II-Adempimento successivo.

2. Altri uffici seguono una diversa interpretazione, seguendo una vecchia circolare dell’Agenzia delle Entrate [3]. In base a tale documento di prassi, le ordinanze di convalida delle intimazioni di sfratto per morosità non rientrano fra gli atti per i quali sussiste l’obbligo di registrazione. La circolare risulta conforme al parere espresso dall’Avvocatura generale dello Stato [4].

La soluzione trova conferma nella circostanza che le ordinanze in questione non intervengono a conclusione di una “controversia“, ma rappresentano provvedimenti intesi a prevenire l’instaurarsi della lite stessa e, quindi, in esse difetta il presupposto d’imposta, cioè la sussistenza della controversia su cui il giudice abbia emesso una pronuncia di diritto o di procedura.

note

[1] Art. 658 cod. proc. civ.

[2] Secondo quando disposto dal Dpr 131/1986.

[3] Circolare 8 del 22 gennaio 1986.

[4] Che ha ritenuto, nel caso di specie, non applicabile l’articolo 8 della tariffa, parte I (registrazione in termine fisso), ma l’articolo 2 della tabella allegata al Testo unico citato, ragion per cui tali ordinanze rientrano tra gli atti per i quali non vi è obbligo di registrazione.

Autore immagine: 123rf com


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