Diritto e Fisco | Editoriale

Acquisto casa a uso investimento: ecco perché non conviene più

12 gennaio 2015


Acquisto casa a uso investimento: ecco perché non conviene più

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 gennaio 2015



Metà affitto serve per pagare le tasse e le spese.

L’Italia è sempre stato un caso a parte nel resto dell’Europa: a lungo ha retto, nel nostro Paese, il concetto di investimento legato alla ricchezza immobile piuttosto che a quella mobile. Risultato: l’edilizia ha trainato la nostra economia per decenni. Ma ora che la pressione fiscale è cambiata, anche questo settore è fermo. Così il vecchio investimento nel “mattone” non conviene più. Ecco perché.

Secondo i calcoli pubblicati questa mattina da “Il Sole 24 Ore”, Imu, Tasi, Irpef e spese straordinarie (ivi comprese quelle del condominio) possono erodere fino al 65% del canone medio incassato da chi concede un’abitazione in affitto. E mediamente, tra tasse e spese, si perde metà dei canoni di locazione incassati dal padrone di casa.

Non solo. Sull’eventuale business plan di chi acquista una casa per darla in affitto pesa anche (ed è forse questo l’aspetto più delicato) l’incognita della morosità del conduttore, le difficoltà per ottenere lo sfratto (non tanto il provvedimento, quanto il rilascio forzato dell’immobile con l’ufficiale giudiziario), le eventuali proroghe degli sfratti, ed ancora le spese legali e di contributo unificato. Insomma, calcolatrice alla mano il mattone non conviene più.

C’è poi il calo dei prezzi e, quindi, anche degli affitti, che non riescono a reggere, sul mercato, al corrispondente aumento delle tasse. Che, peraltro, potrebbero continuare ad aumentare in futuro, incognita anche questa da tenere in considerazione. Insomma, la vecchia professione del “padrone di casa”, del ricco proprietario di immobili, è ormai destinata a tramontare.

A Lecco, ad esempio, chi sceglie la cedolare secca – su un contratto a canone libero – vede assorbito, tra tasse e spese di manutenzione, il 47% del canone incassato, e la percentuale arriva al 66% se il proprietario applica la tassazione ordinaria con un’aliquota Irpef medio-alta. In questo triste primato anche Padova, Viterbo, Torino, Pordenone e Verona seguono a brevissima distanza.

È più conveniente affittare a Messina dove la voce “costi fissi” per il locatore si riduce al 37% del canone incassato (nel caso di cedolare cedolare secca) o al 55% (nel caso di tassazione ordinaria). Stesso discorso a Pistoia, Lucca, Rimini, Sassari e Palermo.

A Milano, a fronte di un canone medio di locazione di circa 13mila euro, al proprietario restano 8mila euro (cedolare) o 5.500 euro (tassazione ordinaria). A Roma, invece, ne restano 9.700 (cedolare) o 6.500 (tassazione ordinaria). Ed ancora a Bari rispettivamente 5.500 oppure 3.300; a Napoli, 7000 oppure 4.800; a Cosenza, 4.700 oppure 3.300; a Salerno 6.200 oppure 4.200.

note

Autore immagine: 123rf com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

1 Commento

  1. Non è chiaro, in quanto la cedolare secca è una percentuale fissa, indipendente dalla provincia e dal reddito. In più nell’articolo si commenta che è più conveniente affittare a Messina, dove i costi fissi sono i più bassi. Considerato che l’IMU è fissato a Messina al tasso più alto possibile, 10,6 per mille, come vengono effettuate le valutazioni?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI