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Come chiudere il fallimento nel più breve termine possibile

12 gennaio 2015


Come chiudere il fallimento nel più breve termine possibile

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 gennaio 2015



Non tutto è perso perché il debitore destinatario di una istanza di fallimento può difendersi in sede prefallimentare o chiedere il concordato preventivo per evitare la chiusura dell’impresa

 

La legge fallimentare prevede che, a seguito della presentazione dell’istanza di fallimento da parte dei creditori, o del pubblico ministero, o dello stesso debitore, si apra una fase che è definita istruttoria prefallimentare [1].

Nel corso di tale fase, sarà quindi necessario partecipi il debitore insolvente con l’assistenza tecnica di un difensore e il Tribunale acquisirà gli elementi utili a valutare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge per poter dichiarare il fallimento.

L’istruttoria, che si svolge dinanzi ad un Collegio di tre giudici [2] secondo le modalità dei procedimenti in camera di consiglio, è concepita in modo da garantire la speditezza della procedura, la pienezza del contraddittorio ed il diritto di difesa.

In questa fase è previsto che il Tribunale proceda anche all’ammissione e all’espletamento dei mezzi istruttori richiesti dalle parti: il debitore, quindi, in sede di istruttoria prefallimentare, potrà chiedere che sia disposta una consulenza tecnica d’ufficio, che siano richieste informazioni presso la P.A. e potrà anche ottenere un ordine di esibizione di documenti.

Ogni volta, invece, che il Tribunale ammette un mezzo di prova di ufficio deve consentire al debitore la prova contraria.

 

Naturalmente, costituendosi nella procedura fallimentare, il debitore avrà la facoltà di depositare una memoria difensiva, in un termine non inferiore a sette giorni prima dell’udienza, in cui illustrerà le sue ragioni.

Il fallimento però non può essere sempre richiesto, ma è necessario, che sussistano due presupposti uno soggettivo e l’altro oggettivo.

Il presupposto soggettivo è quello di essere imprenditore commerciale, ossia esercitare un’attività commerciale sia in forma individuale che societaria, salvo che non si sia “piccolo imprenditore”. Per essere tale non devi superare alcuni limiti che costituiscono il requisito soggettivo di fallibilità, applicabile sia alle ditte individuali che alle società siano di persone che di capitali.

Il presupposto oggettivo è lo stato d’insolvenza che è l’impossibilità di far fronte regolarmente ai propri impegni, ossia pagare i debiti con denaro, assegni o cambiali.

Per essere assoggettati al fallimento, bisogna che sia presente il superamento di uno solo dei seguenti requisiti per fallire e per non fallire tutti e tre i limiti non devono essere superati congiuntamente:

1) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro;

2) aver realizzato nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività, se di durata inferiore), ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore a 200.000 euro;

3) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro.

Attenzione perché il non superamento del limite deve essere provato dal debitore, perché il giudice non ha nessun obbligo di accertarlo.

Quindi ignorare l’istanza di fallimento è la cosa peggiore che si possa fare. Sarà invece necessario recarsi in Tribunale e dimostrare con bilanci, dichiarazioni, scritture contabili, di non aver superato il limite.

Se non lo fate potete sempre proporre  reclamo contro la sentenza di fallimento.

In ogni caso il Tribunale non potrà dichiarare il fallimento se i debiti non superano i 30.000 euro. Si tratta di un limite di procedibilità accertabile dal giudice.

Terminata la fase istruttoria il Tribunale emetterà il decreto con cui rigetta la richiesta di fallimento oppure la sentenza che dichiara il fallimento.

Altro mezzo per difendersi nel caso in cui si sia stati destinatari di un’istanza di fallimento è quello di ricorrere al concordato preventivo [3], lo strumento sul quale le imprese fanno maggiormente affidamento per superare lo stato di crisi [4].

In parole povere il concordato preventivo è una procedura grazie alla quale l’imprenditore per evitare il fallimento cerca di trovare un accordo con i creditori.

I vantaggi di tale ultima procedura rispetto al fallimento sono notevoli: il concordato preventivo evita risvolti penali, abbatte le posizioni debitorie fino al 90% nei confronti dei privati, consente transazioni anche per debiti tributari, non preclude da nuove cariche e nuove imprese, dà una continuità all’attività non interrompendo la produzione, blocca le procedure esecutive e consente di risolvere in tempi più rapidi la situazione.

Per accedere a tale procedura il debitore insolvente deve elaborare un piano ove indica le modalità pratiche ed operative con cui far fronte alla proposta di concordato e al risanamento dell’azienda o alla sua liquidazione.

La domanda di concordato [5], che si propone con ricorso al Tribunale del luogo ove l’impresa ha la sede principale e alla quale vanno allegati una serie di documenti [6], può essere presentata anche nel caso in cui sia pendente una procedura fallimentare.

Se il Tribunale ritiene ammissibile il piano, e la procedura viene aperta, si passerà alla approvazione dello stesso da parte della maggioranza dei creditori e verrà poi omologato dal Tribunale.

Se vi è un’istanza di fallimento pendente la stessa sarà presa in considerazione solo nel momento in cui la domanda concordataria verrà respinta.

Il piano e la documentazione inseriti nella domanda di concordato devono essere accompagnati dalla relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati dell’impresa, nonché la fattibilità del piano medesimo.

Se il concordato viene dichiarato inammissibile il Tribunale può dichiarare il fallimento del debitore, però solo su istanza di parte o del pubblico ministero, purché al debitore sia stata previamente contestata l’insolvenza e purché sia accertata la sussistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi per la dichiarazione di fallimento.

Di MARIA TERESA DE LUCA

note

[1] Art. 15 L.F. – decreto 16 marzo 1942 n. 267.

[2] Nella prassi il Tribunale delega la fase dell’audizione delle parti, l’ammissione e l’espletamento dei mezzi istruttori al giudice relatore.

[3] Art. 1 L.F. – decreto 16 marzo 1942 n. 267.

[4] Cass. sent. n. 18437/10 del 06.08.2010 ha definito lo stato di crisi come uno “stato di difficoltà economico-finanziaria non necessariamente destinato ad evolversi nella definitiva impossibilità di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni”.

[5] Art. 161 L.F. – decreto 16 marzo 1942 n. 267.

[6] Documenti da allegare: relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa; stato analitico ed estimativo della società; elenco nominativo dei creditori con relativa indicazione dei crediti e delle cause di prelazione; elenco nominativo dei titolari dei diritti reali o personali su beni di proprietà o in possesso del debitore; valore dei beni e i creditori particolari degli eventuali soci illimitatamente responsabili; un piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta.


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