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Usura bancaria: come si dimostra?

2 Gennaio 2023 | Autore:
Usura bancaria: come si dimostra?

Quando si può fare causa alla banca per interessi usurari; come si prova il superamento dei tassi soglia; cosa fare se mancano alcuni documenti ed estratti conto.

Molti imprenditori, professionisti, commercianti, artigiani, ed anche alcuni lavoratori dipendenti o pensionati, ritengono di essere taglieggiati dalla propria banca, che pretende interessi troppo alti su mutui, depositi, finanziamenti, prestiti e fidi. Ma in questa materia contano le cifre, non le supposizioni: bisogna essere esatti. E allora come si dimostra l’usura bancaria? Vediamo.

I tassi soglia

L’art. 644 del Codice penale stabilisce che il reato di usura si configura al superamento dei cosiddetti “tassi soglia“, che vengono determinati periodicamente in relazione all’andamento dei costi medi di mercato per le operazioni di finanziamento.

Per configurare l’usura, quindi, tutto dipende dal superamento o meno dei limiti stabiliti dalla legge per i cosiddetti tassi effettivi globali medi (Tegm) e dei conseguenti tassi soglia massimi, che vengono determinati con una percentuale di aumento sui tassi medi secondo la “forbice” stabilita dalla legge per ogni categoria (mutui, conti correnti, prestiti al consumo, ecc.). Questi valori vengono rilevati trimestralmente dalla Banca d’Italia per ciascuna categoria di operazioni, e sono riportati in appositi decreti del ministero dell’Economia e Finanze, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale.

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione [2] ha affermato, contrariamente all’orientamento sinora dominante, che i decreti ministeriali di rilevazione trimestrale dei tassi sono atti amministrativi di carattere generale, e pertanto sono fonti normative che – in base al principio “iura novit curia [3] – il giudice è tenuto a conoscere, anche se la parte non li ha prodotti nel processo.

La perizia contabile

Il calcolo concreto degli interessi usurari non è sempre agevole, perché bisogna tenere conto delle varie movimentazioni avvenute, della tipologia contrattuale e di tutte le eventuali spese accessorie, che ovviamente vanno tenute presenti perché incidono nella quantificazione globale e finale delle voci di costo poste a carico del cliente.

Così, il più delle volte, è necessario rivolgersi ad un esperto, in grado di elaborare una perizia contabile per considerare tutte queste variabili ed arrivare al risultato del tasso di interesse effettivamente praticato per ciascun periodo. Questo valore deve essere confrontato con quello espresso dai tassi soglia corrispondenti: a volte lo sforamento emerge, e dunque si configura l’usura bancaria.

Gli estratti conto

Quando l’indagine sui tassi di interesse praticati riguarda un rapporto continuativo, come un conto corrente (ordinario o affidato, con possibilità di sconfinamento grazie all’apertura di credito concessa), per stabilire se c’è usura bancaria non basta il contratto iniziale di apertura, come invece accade per i mutui e per i prestiti concessi una tantum, dopodiché parte la restituzione del capitale, più gli interessi, secondo il piano di rate programmato: in questo caso, servono tutti gli estratti conto relativi al periodo considerato.

Il problema pratico sorge dal fatto che a volte il correntista non li ha più, o non li ha tutti; perciò, diventa impossibile ricostruire in maniera puntuale l’andamento del rapporto. Ma questo non preclude di poter dimostrare l’usura con altri mezzi: vediamo come si fa.

Come ottenere gli estratti conto mancanti

Se mancano alcuni estratti conto, è possibile richiederli alla banca: una norma di legge [4] dispone che il correntista ha diritto di ottenere, a proprie spese, entro un termine massimo di 90 giorni, la copia di tutta «la documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni». Se la banca non ottempera o comunque non riscontra la richiesta del cliente entro i termini, si può chiedere un ordine di esibizione al giudice [5].

Dimostrazione dell’usura senza estratti conto

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [6] ha affermato che gli estratti conto non sono l’unico mezzo di prova attraverso cui si può ricostruire il rapporto: si possono utilizzare anche altri elementi idonei a rappresentare le movimentazioni avvenute e gli addebiti praticati dall’istituto di credito al correntista, come le contabili bancarie riferite alle singole operazioni. Nei casi dubbi, il giudice può nominare un consulente tecnico d’ufficio (Ctu) per compiere un accertamento tecnico sui tassi di interesse praticati, in base alla documentazione disponibile.

La Suprema Corte ha ricordato che l’incompletezza della serie degli estratti conto si ripercuote negativamente sul cliente che, a causa di questi “buchi”, talvolta non riesce a provare compiutamente l’indebita applicazione degli interessi usurari da parte della banca nel corso del tempo. Ma questo non è un pregiudizio insuperabile, se è possibile ricostruire la cronologia delle operazioni iniziando dal saldo a debito risultante dal primo estratto conto disponibile (e, eventualmente, da quelli successivi dopo gli intervalli non coperti), oppure dal cosiddetto «saldo zero» a partire dal quale vengono elaborati i conteggi per i periodi seguenti. Leggi per esteso a fondo pagina la sentenza che abbiamo sintetizzato.


note

[1] Art. 2, co. 4, L. n. 108/1996, modif. dal D.L. n. 70/2011, conv. in L. n. 106/2011.

[2] Cass. ord. n. 35102/2022.

[3] Art. 113 Cod. proc. civ.

[4] Art. 119, co. 4, D.Lgs. n. 385/1993 (Testo Unico Bancario).

[5] Art. 210 Cod. proc. civ.

[6] Cass. ord. n. 37800/2022.

Cass. civ., sez. I, ord. 27 dicembre 2022, n. 37800
Presidente De Chiara – Relatore Nazzicone

Fatti di causa

Il Tribunale di Roma con sentenza del 17 maggio 2012 accolse la domanda proposta dalla O.S. s.p.a. contro il (omissis) s.p.a., volta alla restituzione dell’indebito, ai sensi dell’art. 2033, di somme non dovute a titolo di interessi capitalizzati su tre diversi conti correnti, condannando la banca al pagamento della somma di Euro 208.264,35, oltre interessi legali dalla domanda.

Con sentenza del 22 giugno 2018, la Corte d’appello di Roma, su impugnazione della banca, ha riformato la sentenza impugnata e condannato la società alla restituzione di quanto corrisposto dalla banca in esecuzione della prima sentenza.

Ha ritenuto la corte territoriale, per quanto ancora rileva, che la c.t.u., redatta in primo grado, fosse inattendibile e carente, in quanto aveva arbitrariamente ricostruito l’andamento del rapporto pure per i periodi in cui l’attrice non aveva prodotto gli estratti-conto, fondandosi per quindici periodi (tutti di un mese ed uno solo concernente un anno intero) su fittizie movimentazioni secondo il “valore di conguaglio” e la “media del periodo”, con inaccettabili criteri presuntivi ed approssimativi.

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione la società, sulla base di tre motivi, depositando anche la memoria.

Si difende la banca con controricorso.

Ragioni della decisione

1. – I motivi del ricorso possono essere come di seguito riassunti:

1) violazione dell’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c., oltre ad omesso esame di fatto decisivo, per avere la corte territoriale offerto una motivazione inesistente, apparente o contraddittoria, in quanto, nonostante la premessa di aver condiviso l’accertamento sugli arbitrari addebiti operati dalla banca dal 1986 al 2000, ha poi respinto integralmente la domanda per mera inattendibilità della c.t.u. senza, semmai provvedere al suo rinnovo;

2) violazione degli artt. 112 e 329 c.p.c. per ultrapetizione, in quanto la banca aveva chiesto solo la riduzione e non l’eliminazione della condanna (nell’atto di appello aveva invero chiesto alla corte di decidere “rideterminando l’esatto importo eventualmente dovuto dalla banca”) e per non avere la corte territoriale rilevato il passaggio in giudicato sull’accertamento di interessi anatocistici illecitamente addebitati sui conti correnti;

3) violazione e falsa applicazione dell’art. 1421 c.p.c., per non avere la corte territoriale rilevato d’ufficio la nullità degli interessi anatocistici.

2. – Il primo motivo è fondato, con assorbimenti degli altri motivi.

La sentenza impugnata ha – dapprima – condiviso la valutazione di illegittimo addebito degli interessi anatocistici, dalla data dell’apertura alla data della chiusura del rapporto, ma poi ha ritenuto, avendo aderito al rilievo della banca appellante circa la mancata produzione integrale degli estratti conto, che la c.t.u. redatta in primo grado fosse carente, non avendo il consulente utilizzato corretti metodi di calcolo; quindi, è giunta alla riforma integrale della sentenza, con (implicito) rigetto della domanda originariamente proposta.

In tal modo, tuttavia, la sentenza ha esposto una motivazione contraddittoria e monca, mancando di trarre le conseguenze dalle premesse, anche in ordine alla rinnovazione della c.t.u.

Al riguardo, giova ricordare i principî di diritto in materia di prova del pagamento indebito su conto corrente, enunciati da questa Corte.

A sostegno della domanda di ripetizione dell’indebito, il cliente è onerato della produzione degli estratti conto, secondo il principio sancito dall’art. 2697 c.c. Ma è ammesso il calcolo della somma, da depurare dalle poste indebite, a partire dal primo estratto prodotto, e così via per i periodi successivi: saldo iniziale e saldi intermedi che, ove sfavorevoli al cliente, in quanto risulti un debito a suo carico, sono presi a base di partenza della situazione tra le parti.

Infatti, laddove il correntista agisca giudizialmente in ripetizione di indebito, con la domanda di accertamento giudiziale del saldo e di ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’istituto di credito, è tale soggetto, attore in giudizio, a doversi far carico della produzione degli estratti conto, perché, con tale produzione, il correntista assolve all’onere di provare sia gli avvenuti pagamenti, sia la mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi.

Ma l’estratto conto, come è stato altresì precisato, non costituisce l’unico mezzo di prova attraverso cui ricostruire le movimentazioni del rapporto.

Esso consente di avere un appropriato riscontro dell’identità e della consistenza delle singole operazioni poste in atto e, tuttavia, in assenza di un indice normativo che autorizzi una diversa conclusione, non può escludersi che l’andamento del conto possa accertarsi avvalendosi di altri strumenti rappresentativi delle intercorse movimentazioni. In tal senso, a fronte della mancata acquisizione di una parte dei citati estratti, il giudice del merito potrebbe valorizzare, esemplificativamente, le contabili bancarie riferite alle singole operazioni o, a norma degli artt. 2709 e 2710 c.c., le risultanze delle scritture contabili (ma non l’estratto notarile delle stesse, da cui risulti il mero saldo del conto: Cass. 10 maggio 2007, n. 10692 e Cass. 25 novembre 2010, n. 23974): e, per far fronte alla necessità di elaborazione di tali dati, quello stesso giudice può avvalersi di un consulente d’ufficio, essendo sicuramente consentito svolgere un accertamento tecnico contabile al fine di rideterminare il saldo del conto in base a quanto comunque emergente dai documenti prodotti in giudizio (Cass. 1 giugno 2018, n. 14074, ove il richiamo a Cass. 15 marzo 2016, n. 5091; nel medesimo senso, Cass. 3 dicembre 2018, n. 31187; v. altresì Cass. 2 maggio 2019, n. 11543). Rilevano, altresì, la condotta processuale della controparte ed ogni altro elemento idoneo a costituire argomento di prova, ai sensi dell’art. 116 c.p.c..

Ne deriva che l’incompletezza della serie degli estratti conto si ripercuote comunque sul cliente, gravato dall’onere della prova degli indebiti pagamenti: in quanto, a quel punto, si comincia volta a volta dal “saldo a debito”, risultante dal primo estratto conto disponibile o da quelli intermedi dopo intervalli non coperti; oppure, ove lo deduca la stessa banca, si potrà partire dal c.d. “saldo zero”.

In mancanza di elementi nei due sensi indicati, dovrà assumersi, come dato di partenza per la rielaborazione delle successive operazioni documentate, il predetto saldo iniziale degli estratti conto acquisiti al giudizio, che, nel quadro delle risultanze di causa, è il dato più sfavorevole allo stesso attore.

3. – La sentenza impugnata va dunque cassata, con rinvio innanzi alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, perché provveda a riconsiderare le risultanze istruttorie, alla luce dei principî sopra ricordati. Ad essa di demanda pure la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità, innanzi alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione.


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