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Editoriali Predissesto: salvate le poltrone dei politici comunali con le tasche dei contribuenti

Editoriali Pubblicato il 13 gennaio 2015

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> Editoriali Pubblicato il 13 gennaio 2015

Anche nel 2015, i contribuenti continueranno a pagare, a livello comunale, per il salvataggio delle poltrone dei politici.

Nel 2012, il Parlamento -a Camere già sciolte e quasi all’unanimità – su indicazione del Governo tecnico “Monti”, convertiva in legge [1] il Decreto legge [2] con cui veniva introdotto nell’ordinamento degli enti locali l’inedito istituto giuridico del “predissesto”, noto anche col nome di “Procedura di riequilibrio finanziario pluriennale”, astrattamente alternativo al già disciplinato dissesto. Cosa rese necessaria l’approvazione – in extremis – di tale provvedimento? In piena crisi del debito sovrano, centinaia di Comuni si presentavano come prossimi al default – quindi a dover dichiarare il dissesto – a causa del protrarsi di gravi squilibri finanziari ed economici-patrimoniali, frutto di cattive amministrazioni della cosa pubblica, corruzione, nepotismo, miopia gestionale. Per evitare che intere giunte di Comuni grandi, medi e piccoli – espressione di quegli stessi partiti politici presenti in Parlamento – fossero costrette a dichiarare la bancarotta delle casse comunali (autocondannadosi alla successiva ineleggibilità decennale [3]), l’Assemblea nazionale ha dato loro la facoltà – in presenza di conclamate situazioni di squilibrio strutturale del bilancio, tali da provocare il dissesto finanziario – di godere di alcune prerogative economico-procedurali, come, ad esempio, l’accesso ad un finanziamento statale pari ad € 300,00 per abitante a titolo di mutuo, avente una durata massima decennale.

Inutile dire che la quasi totalità dei Comuni italiani con squilibri strutturali colsero la palla al balzo: infatti, non solo quelli sotto i 20 mila abitanti furono -nel corso dell’iter di conversione – originariamente esclusi dalla platea dei beneficiari e poi riammessi, ma ricevettero grazia – potendo dunque accedere al Predissesto – addirittura quegli enti locali con un piede e mezzo nella fossa, ovvero quelli già destinatari della notificazione da parte della Corte dei Conti degli atti iniziali della procedura del cosiddetto dissesto guidato, la quale si sarebbe conclusa -con ogni probabilità- con la successiva dichiarazione di formale dissesto “coattivo” e conseguenziale trattamento sanzionatorio per i vertici politici.

Inoltre, che si sia trattato di un mero tentativo di salvataggio di capra e cavoli (ovvero di politici e finanze pubbliche) caratterizzato dall’alea del risultato finale (cessazione della deficitarietà strutturale) è confermato dal fatto che lo scorretto funzionamento della procedura relativa sia sanzionato proprio con l’applicazione delle norme inerenti il dissesto [4]: è teoricamente possibile, che – ad esempio- al terzo anno di vigenza del predissesto, le finanze territoriali peggiorino ulteriormente, costringendo il Comune a dichiarare il default, generando per la popolazione locale, un’agonia socio-economica nonché fiscale di ben 8 anni (3 di predissesto e 5 di dissesto), in luogo dei 5 che l’applicazione diretta della disciplina del dissesto avrebbe causato.

Infatti, il salvataggio di un’intera classe politica non è stato a costo zero per i contribuenti: se da un lato l’accesso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale ha comportato un’ammissione formale delle responsabilità gravanti sull’ente, una rappresentazione chiara delle irregolarità contabili più comuni (sopravvalutazione dei crediti accertati ma non riscossi, sottovalutazione delle spese impegnate e non pagate), una sconfessione pubblica della veridicità di molti bilanci pregressi, la dichiarazione puntuale del disavanzo di amministrazione, la quantificazione definitiva dei debiti fuori bilancio, dall’altro il politico ha fatto salva la sua poltrona, scaricando – potenzialmente per un decennio – i costi dell’incerto bail-out sui contribuenti e congelando qualsiasi prospettiva occupazionale nella pubblica amministrazione locale.

Nella prima riunione successiva alla dichiarazione di dissesto e comunque entro trenta giorni dalla data di esecutività della delibera, il consiglio dell’ente, o il commissario [5] è tenuto a deliberare per le imposte e tasse locali di spettanza dell’ente dissestato, diverse dalla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, le aliquote e le tariffe di base nella misura massima consentita, nonché i limiti reddituali, agli effetti dell’applicazione dell’imposta comunale per l’esercizio di imprese, arti e professioni, che determinano gli importi massimi del tributo dovuto; a fronte di questo sacrificio per i contribuenti, la severità procedurale propria del dissesto oggetto di una gestione commissariale demandata ad organi straordinari di liquidazione, con quelli ordinari relegati a compiti meramente politico-istituzionali, non solo garantisce il perdurare dell’esistenza dell’ente nelle sue caratteristiche e funzioni fondamentali, ma anche la riconduzione in bonis in soli 5 anni.

Viceversa, con il predissesto, i Comuni hanno dovuto predisporre un programma di austerity locale pluriennale (quasi tutti lo hanno spalmato su 10 anni), formalizzato in un “piano di rientro” contenente, oltre alle soluzioni necessarie per superare le condizioni di squilibrio economico-patrimoniale:

– le misure correttive utili a riportare l’ente alla sana gestione finanziaria e al rispetto degli obiettivi posti con il patto di stabilità interno;

– la corretta ricognizione quali-quantitativa delle cause di squilibrio, dell’eventuale disavanzo di amministrazione risultante dall’ultimo rendiconto approvato e di eventuali debiti fuori bilancio;

– l’enunciazione dei percorsi e dei provvedimenti da assumere, necessari – nell’arco massimo di un decennio – per rimediare l’equilibrio strutturale del bilancio, per ripianare il disavanzo di amministrazione accertato e per assicurarsi il finanziamento dei debiti fuori bilancio;

– la scansione annuale, per tutta la durata del piano, della percentuale di ripiano da conseguire e degli importi relativi previsti e/o da prevedere nei bilanci annuali e pluriennali per soddisfare i debiti fuori bilancio – che dovranno emergere a seguito di una apposita e attenta procedura ricognitiva – a fronte dei quali fare, eventualmente, ricorso ad un piano di rateizzazione concordato con i creditori, della durata massima del piano medesimo.

Inoltre in caso di assistenza finanziaria statale (richiesta da pressoché tutti gli enti aderenti) i Comuni hanno dovuto disporre:

– il blocco dell’indebitamento (quindi meno opere pubbliche e meno lavoro), salvo quello necessario a coprire i debiti pregressi;

– la riduzione delle spese per prestazioni di servizi (quindi una riduzione nella loro erogazione e/o un innalzamento delle loro tariffe).

La quasi totalità di essi hanno provveduto a coprire i debiti fuori bilancio tramite l’assunzione di mutui, che li ha obbligati:

– a deliberare le aliquote o tariffe dei tributi locali nella misura massima consentita, anche in deroga ad eventuali limitazioni disposte dalla legislazione vigente (fino a 10 anni anziché 5 come nel dissesto);

– a sottoporsi a controlli centrali in materia di copertura di costo di alcuni servizi;

– ad assicurare, con i proventi della relativa tariffa, la copertura integrale dei costi della gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani e del servizio acquedotto;

– ad assoggettarsi a controllo sulle dotazioni organiche e sulle assunzioni di personale;

– ad effettuare una rigorosa revisione della spesa con indicazione di precisi obiettivi di riduzione della stessa, nonché una verifica e relativa valutazione dei costi di tutti i servizi erogati dall’ente e della situazione di tutti gli organismi e delle società partecipati e dei relativi costi e oneri comunque a carico del bilancio dell’ente;

Risulta abbastanza evidente chi abbia guadagnato qualcosa dal Predissesto e chi invece sia stato costretto a pagare di tasca propria il tentativo di salvataggio (o meglio di autoassoluzione) di una classe politica incompetente, specie se si riflette sul peso che hanno avuto e che avranno l’Imu e la Tasi, destinate ad aumentare (se non per il 2015 sicuramente nel prossimo futuro) sia nelle aliquote (a causa delle costanti riduzioni dei trasferimenti erariali ai comuni) sia nelle rendite di base, a causa della riforma del catasto in via di definizione. La stessa Corte dei Conti afferma sul Predissesto quanto segue: «[…] Nello stesso senso, è stato infatti efficacemente rilevato dalla Sezione delle Autonomie che la procedura di riequilibrio pur essendo un utile rimedio per scongiurare la più grave situazione di dissesto “potrebbe rivelarsi un dannoso escamotage per evitare il trascinamento verso una situazione di dissesto da dichiarare ai sensi dell’art. 6, c. 2, del D.lgs. n. 149/2011, diluendo in un ampio arco di tempo soluzioni che andrebbero immediatamente attuate[6].

«Per non considerare poi che la procedura di dissesto, rispetto a quella di riequilibrio finanziario pluriennale, presenta indubbi vantaggi per l’erario comunale. Invero, il raffronto tra i due istituti evidenzia il riconoscimento normativo di numerose agevolazioni e strumenti di risanamento assicurati all’ente esclusivamente dall’accesso al procedimento di dissesto finanziario (es. articoli 248 e 255 del T.U.E.L.), tra i quali assumono particolare rilievo il blocco delle procedure esecutive intentate dai creditori verso l’ente locale insolvente (al contrario, assicurato agli enti che approvano il piano di riequilibrio solo nelle more della valutazione dell’istanza da parte della competente Sezione regionale della Corte dei Conti), il carattere non vincolante dei pignoramenti eventualmente eseguiti dopo la deliberazione dello stato di dissesto, la non ammissibilità di sequestri e procedure esecutive nei confronti della massa attiva e la sospensione della decorrenza degli interessi e della rivalutazione monetaria su tutti i debiti e sulle anticipazioni di cassa. (Deliberazione n. 35/2014 Sez. Reg. Contr. Calabria)».

Infine, ai Comuni che hanno visto bocciarsi i piani di riequilibrio finanziario pluriennale da parte della competente sezione regionale della Corte dei Conti ovvero delle sezioni riunite, e’ stata data facoltà di riproporre un nuovo piano di riequilibrio, previa deliberazione consiliare, entro il termine perentorio di centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge n. 68 del 2 maggio 2014,. Tale facoltà era subordinata all’avvenuto conseguimento di un miglioramento,   inteso   sia   come   aumento dell’avanzo di amministrazione che come diminuzione del disavanzo di amministrazione, registrato nell’ultimo rendiconto approvato.

Dott. FRANCESCO MARIA PELLEGRINI

note

[1] L. n. 213/2012.

[2] D.L. n. 174/2012.

[3] Prevista dall’art. 248 del TUEL.

[4] Art. 244 e seguenti del Tuel.

[5] Nominato ai sensi dell’art. 247, comma 3.

[6] C. Conti deliberazione n. 16/SEZAUT/2012.


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