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Lo sai che? Assegnazione casa familiare: ascolto dei figli e valutazione del conflitto fra gli ex

Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2015

Il giudice deve decidere in merito all’assegnazione della casa familiare solo dopo aver considerato le conseguenze del conflitto esistente tra i genitori e dopo aver sentito i minori.

Ci siamo più volte soffermati, nelle pagine di questo portale, sul tema della assegnazione della casa familiare che viene di solito disposta a beneficio di quel genitore che abiterà stabilmente con i figli, indipendentemente dalla titolarità o meno dell’immobile [1] (per un approfondimento rinviamo alla lettura dell’articolo: L’assegnazione della casa coniugale dopo la separazione dei coniugi). La legge vuole, infatti, garantire stabilità alla prole, non allontanandola dal proprio habitat domestico e dalle consuetudini di vita avute prima della separazione dei genitori.

Esiste, tuttavia, la possibilità che il giudice scelga modalità di assegnazione della casa alternative a quella “tradizionale”, come, ad esempio, quella che prevede l’attribuzione dell’immobile ad entrambi i genitori, tramite la divisione dello stesso. In tal caso, però, egli deve tener conto della compatibilità della sua decisione con la eventuale sussistenza di un’alta conflittualità fra i coniugi e le ripercussioni che da essa possono derivare sui figli minori. Ad essi, infatti, occorre garantire di vivere in un ambiente sereno, ove non si respirino le tensioni derivanti dalle incomprensioni tra gli ex.

Per tale motivo, il magistrato è tenuto non solo a considerare in questi casi la volontà espressa dai figli (i quali, perciò, devono essere, se possibile, sempre ascoltati [2]), ma anche a valutare, attraverso le informazioni acquisite (ad esempio il fatto che uno dei due genitori abbia l’affido esclusivo dei figli), se e in che misura il conflitto tra le parti possa incidere negativamente sulla prole.

Tutto ciò viene chiarito dalla Cassazione in una recente pronuncia [3].

 

Secondo i Supremi giudici, la scelta di particolari modalità di assegnazione della casa, così come, in generale, ogni provvedimento che possa ripercuotersi sulla vita dei figli, deve seguire una attenta valutazione da parte del giudice delle possibili conseguenze dannose che sulla prole potrebbe avere la sua pronuncia: a questo scopo, il magistrato ha il dovere di valutare il grado di conflitto tra gli ex e la volontà espressa dai figli.

Ricordiamo, a riguardo, come il loro ascolto possa incidere anche in maniera significativa sul provvedimento del giudice (per un approfondimento leggi: Ascolto del minore: quanto conta sulla decisione del giudice?).

I figli hanno il diritto, infatti, di non subire ulteriori traumi derivanti dal dover assistere, nonostante la separazione dei genitori, ai continui litigi di questi ultimi. Principio questo che – val la pena ricordare – la suprema Corte ha espresso più volte, individuando nella forte conflittualità della coppia un fattore tale da impedire la assegnazione parziale dell’immobile a entrambi i genitori, nonostante la sua concreta divisibilità (per un approfondimento rinviamo agli articoli: “No alla divisione della casa tra i coniugi se pregiudica la serenità del figlio” e “Troppi litigi? Non è possibile l’assegnazione parziale della casa a entrambi i coniugi”).

La vicenda

La pronuncia in esame riguarda un caso nel quale i giudici di merito avevano riconosciuto a un padre (in sede di modifica di un provvedimento di separazione) – per ragioni economiche e legate all’attività lavorativa dell’uomo (che lo portava ad essere spesso in viaggio) – il diritto di coabitare per alcuni giorni al mese nella casa assegnata alla ex moglie (unica affidataria della prole), onde favorirlo nella frequentazione dei figli.

Per tale ragione la donna aveva deciso di trasferirsi altrove con la prole (nel caso di specie: l’abitazione del nuovo compagno), così disattendendo le decisioni del Tribunale tese a favorire la frequentazione di padre e figli; motivo per il quale l’uomo l’aveva accusata di ostacolare il suo diritto di visita dei minori.

La motivazione della Corte

Ad avviso della Suprema Corte, invece, già la circostanza dell’affido esclusivo va letta come segnale di oggettiva difficoltà a rendere praticabile la coabitazione tra gli ex.

Di norma, infatti, dopo la separazione, viene disposto l’affido condiviso dei figli sul presupposto che i genitori siano comunque in grado di collaborare nel loro interesse. La soluzione dell’affido esclusivo, perciò, non può che basarsi sull’esistenza di una esasperata conflittualità tra gli ex o della loro comprovata incapacità a prendere di comune accordo le decisioni nell’interesse della prole.

Dunque, un provvedimento di assegnazione che preveda la coabitazione potrebbe semmai essere disposto dal giudice se sia stato oggetto di accordo tra le parti o se – come si legge in sentenza – si basi su una turnazione dell’uso dell’immobile.

Anche l’assegnatario della casa ha, infatti, il diritto – ricorda la Corte – a veder assicurata la cessazione di una convivenza divenuta intollerabile (che costituisce il motivo stesso della separazione) e salvaguardato il rispetto della vita privata e l’inviolabilità del domicilio [4].

 

In altre parole, il genitore ed i figli che abiteranno la casa familiare hanno il pieno diritto di vivere in un ambiente privo di tensioni e non essere costretti a una convivenza conflittuale.

Per tale motivo è necessario che, prima di decidere sull’assegnazione della casa familiare il giudice ascolti i minori (quando la loro età o il grado di maturità lo consenta) e valuti se, in ragione della litigiosità dei genitori, la sua decisione possa ripercuotersi sulla serenità della famiglia.

In mancanza di queste valutazioni da parte del magistrato, nessuna responsabilità potrà quindi individuarsi in capo al genitore assegnatario dell’immobile che disattenda la decisione del giudice, allontanandosi con la prole dalla casa coniugale.

Prima di decidere su questioni strettamente riguardanti la organizzazione della vita dei figli (come quella che preveda l’utilizzo comune della casa coniugale da parte di entrambi i genitori) il giudice deve tener conto della volontà manifestata dai minori (quando sia possibile ascoltarli) e valutare quanto la sua scelta possa compromettere la serenità dei figli in ragione del grado di litigiosità esistente tra gli ex.

In difetto di queste valutazioni, il provvedimento del tribunale non può imporre la compresenza dei genitori in conflitto nella casa familiare: tale decisione, infatti, si scontrerebbe col diritto di chi abiterà l’immobile (coniuge e figli) a veder cessata una convivenza intollerabile e rispettata la loro vita privata.

note

[1] Art. 337 sexies cod.civ.

[2] Art. 337 octies c. 1 cod. civ.

[3]Cass. sent. n. 23105/2014 del 30.10.2014.

[3] Art. 150 e 151 cod. civ., art. 8 della C.E.D.U e art. 7 Carta Europea dei Diritti fondamentali dell’U.E.

Autore immagine: 123rf com


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