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Docenti precari: la retribuzione deve equipararsi a quella degli indeterminati

4 Gennaio 2023 | Autore:
Docenti precari: la retribuzione deve equipararsi a quella degli indeterminati

La Cassazione ha confermato che i lavoratori precari hanno diritto allo stesso stipendio di quelli assunti a tempo indeterminato, a parità di mansioni.  

Così come è pensata ora la scuola italiana sono numerosissimi gli insegnanti precari. Ci sono quelli che aspettano il prossimo concorso, oppure quelli che non sono riusciti a passare l’ultimo  ma che possono comunque lavorare facendo sostituzioni. Non è raro, dunque, che ci siano docenti di ruolo e docenti senza cattedra che lavorano insieme, facendo lo stesso mestiere, ma con due condizioni lavorative estremamente differenti. Ma possono essere diverse anche le condizioni economiche? Per la Cassazione la risposta è no, così come la legge vuole.

Di recente, la Suprema Corte [1] si è occupata del caso di un gruppo di docenti precari della scuola pubblica, rivoltosi ai giudici per ottenere il riconoscimento dei danni dovuti alla continua reiterazione dei contratti a termine, che nell’arco degli anni aveva impedito agli stessi di stabilizzarsi. I docenti avevano deciso di agire in giudizio anche per vedersi riconoscere una lecita anzianità di servizio potendo godere sia degli emolumenti arretrati che dell’adeguamento dell’attuale posizione stipendiale. Richieste che, secondo i giudici, sono più che legittime.

I giudici di legittimità hanno riaffermato il principio secondo cui anche i lavoratori precari (in questo caso docenti) hanno diritto a ricevere la stessa retribuzione che percepiscono i colleghi, a parità di mansione, assunti con un contratto a tempo indeterminato.

Nel loro ricorso i docenti, al fine di vedersi riconosciuti i propri diritti, denunciano il mancato rispetto della direttiva 1999/70/CE. Proprio sulla base di questa,  nel 2014 l’Unione Europea aveva già condannato l’Italia per abuso di contratti a termine nel settore della scuola, criticando duramente la normativa italiana, contraria a quella europea vigente.

Per la Corte di Cassazione, in applicazione della legge vigente, i lavoratori precari non possono essere soggetti a un trattamento più sfavorevole rispetto ai colleghi a tempo indeterminato, a parità di impiego, per il solo fatto di avere un contratto a scadenza (non certo per volontà propria), a patto che non sussistano ragioni oggettive per differenziare le remunerazioni.

In questo modo, i giudici di legittimità hanno applicato il principio di non discriminazione a favore dei precari, così da evitare che il contratto a tempo determinato possa in futuro essere utilizzato dai datori di lavoro per limitare o privare del tutto i dipendenti a termine dei propri diritti.

Per questo motivo, la Corte conferma la condanna nei confronti dell’Amministrazione scolastica a provvedere ai relativi adeguamenti retributivi e a corrispondere le differenze di stipendio riconosciute dal Ccnl in base all’anzianità maturata per il periodo effettivamente lavorato. Inoltre, viene specificato, non potranno essere detratte da tale importo le somme già percepite a titolo di indennità per ferie non godute e di indennità di disoccupazione.

Così la Cassazione ha garantito l’equità salariale ai dipendenti precari in conformità della normativa europea vigente.


note

[2] Cass. ord. n. 38100/2022 del 29.12.2022.

Cass. civ., sez. IV, ord., 29 dicembre 2022, n. 38100

Un gruppo di docenti precari della scuola pubblica ricorreva al Tribunale, azionando la tutela riconosciuta dalla clausola 5 dell’Accordo Quadro recepito dalla direttiva 28 giugno 1999/70/CE, per ottenere la stabilizzazione e/o il risarcimento dei danni dovuti dalla continua reiterazione dei contratti a termine e ottenere altresì il riconoscimento dell’anzianità di servizio tanto per gli emolumenti arretrati quanto per conseguire l’adeguamento dell’attuale posizione stipendiale. In primo grado le domande fondate sulla clausola 5 venivano rigettate, mentre venivano accolte solo quelle in punto di anzianità di servizio. Il MIUR veniva condannato ad adeguare le retribuzioni e corrispondere le differenze stipendiali riconosciute dal contratto collettivo. Successivamente al gravame proposto dal Ministero, la Corte d’appello stabiliva che ai docenti spettassero unicamente le differenze retributive derivanti dagli aumenti stipendiali che sarebbero loro spettati in funzione dell’anzianità di servizio, detratta l’indennità sostitutiva di ferie percepita e l’indennità di disoccupazione, accertando altresì che al caso concreto è applicabile la prescrizione quinquennale.

I docenti ricorrevano alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza di seconde cure lamentando come fosse stato loro riconosciuto un trattamento meno favorevole rispetto a quello dei colleghi indeterminati con riferimento agli incrementi stipendiali per anzianità di servizio. Le doglianze sono state accolte dai supremi Giudici, che, hanno ricordato come la Clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla direttiva 1999/70/CE prevede che «per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive». Tale clausola applica il principio di non discriminazione ai determinati al fine di evitare che tale contratto venga utilizzato dai datori per privare siffatti lavoratori di diritti riconosciuti per quelli a tempo indeterminato.

La Cassazione accoglie in parte il ricorso dei docenti affermando il principio per il quale «in applicazione della Clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, relativa al Principio di non discriminazione, i docenti a tempo determinato hanno diritto, a parità di condizioni di impiego, alla piena equiparazione del proprio trattamento retributivo a quello del personale assunto a tempo indeterminato ed alla conseguente ricostruzione della loro carriera agli effetti economici, con condanna dell’Amministrazione scolastica a provvedere ai relativi adeguamenti retributivi e a corrispondere le differenze stipendiali riconosciute dal contratto collettivo di comparto in base all’anzianità maturata per il periodo effettivamente lavorato, senza che da tale importo possano essere detratte le somme già percepite a titolo di indennità per ferie non godute e di indennità di disoccupazione».

Cass. civ., sez. IV, ord., 29 dicembre 2022, n. 38100
Presidente Di Paolantonio – Relatore Cavallari

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il 21 gennaio 2011 presso il Tribunale di Brescia A.S., + Altri Omessi hanno agito, assieme ad altri ricorrenti, nella qualità di docenti precari della scuola pubblica, azionando la tutela riconosciuta dalla Clausola 5 dell’Accordo Quadro recepito dalla Direttiva 28 giugno 1999/70/CE in materia di lavoro a tempo determinato, al fine di ottenere la stabilizzazione del rapporto di lavoro e/o il risarcimento dei danni patiti in relazione all’illegittima reiterazione dei contratti a termine. Essi hanno chiesto, poi, il riconoscimento dell’anzianità di servizio pre-ruolo ai sensi della Clausola 4 del medesimo Accordo, sia ai fini degli emolumenti arretrati non percepiti sia per conseguire l’adeguamento dell’attuale posizione stipendiale. Il Tribunale di Brescia, nel contraddittorio delle parti, con sentenza n. 486/2016, ha rigettato le domande fondate sulla citata clausola 5 e ha accolto la domanda in punto di anzianità di servizio, accertando il diritto dei ricorrenti alla piena equiparazione del proprio trattamento retributivo a quello del personale assunto come docente con contratto a tempo indeterminato ed alla conseguente ricostruzione della loro carriera agli effetti economici, con condanna del MIUR a provvedere ai relativi adeguamenti retributivi e a corrispondere le differenze stipendiali riconosciute dal contratto collettivo di comparto in base all’anzianità maturata per il periodo effettivamente lavorato, detratte le somme percepite a titolo di ferie. Il MIUR ha proposto appello. Gli appellati si sono costituiti e hanno proposto appello incidentale, domandando che fosse esclusa la detrazione dell’indennità sostitutiva di ferie e, in via subordinata, che gli emolumenti dovuti fossero incrementati delle voci retributive e delle ulteriori differenze di trattamento economico tra docenti a tempo determinato e a tempo indeterminato. La Corte d’appello di Brescia, con sentenza n. 327/2017, ha accolto il gravame principale, stabilendo che ai docenti in questione dovessero essere riconosciute unicamente le differenze retributive derivanti dagli aumenti stipendiali che sarebbero loro spettati in funzione dell’anzianità di servizio, detratta l’indennità sostitutiva di ferie percepita e l’indennità di disoccupazione. Tale sentenza ha pure accertato l’applicabilità della prescrizione quinquennale. A.S., + Altri Omessi hanno proposto ricorso per cassazione sula base di sette motivi. Il MIUR, l’Ufficio scolastico provinciale di Bergamo e l’USR Lombardia Ufficio scolastico provinciale di Brescia si sono difesi con controricorso. I ricorrenti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

1) Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione della Clausola 4, punto 1, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, perché la Corte territoriale avrebbe loro riconosciuto un trattamento meno favorevole rispetto ai colleghi con contratto a tempo indeterminato riguardo alla condizione di impiego relativa agli incrementi stipendiali per anzianità di servizio, ritenendo che la comparazione dovesse effettuarsi con riferimento alla generalità dele condizioni di impiego, in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Giustizia e della Corte di cassazione. In particolare, le condizioni di impiego avrebbero dovuto essere intese come “singole” mentre la Corte d’appello di Brescia avrebbe errato nel sostenere che il principio di non discriminazione “ha senso se applicato all’intero trattamento retributivo percepito dal lavoratore e non se applicato alle singole voci stipendiali”. 2) Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione della Clausola 4, punto 3, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, per avere riconosciuto loro un trattamento meno favorevole rispetto ai colleghi con contratto a tempo indeterminato riguardo ai criteri di anzianità, statuendo che dai relativi emolumenti dovessero detrarsi indennità non inerenti a tali criteri, in contrasto con la giurisprudenza unionale e della Corte di cassazione. Soprattutto, la Corte territoriale avrebbe errato nel disconoscere al lavoratore precario la specifica condizione di impiego relativa agli scatti di anzianità annullandone i vantaggi economici per mezzo della detrazione di emolumenti che, con detta anzianità, non avevano alcuna relazione. 3) Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione della Clausola 4, punto 1, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, perché la Corte territoriale avrebbe errato nel riconoscere loro un trattamento meno favorevole rispetto ai colleghi con contratto a tempo indeterminato riguardo alla condizione di impiego concernente gli incrementi stipendiali per anzianità di servizio, ritenendo che fosse illegittimo un trattamento più favorevole del lavoratore a termine, in contrasto con la giurisprudenza della CGUE e della Corte di cassazione. Infatti, ad avviso dei ricorrenti, la Direttiva menzionata non vietava che un lavoratore a tempo determinato potesse godere di un trattamento più favorevole rispetto ad uno a tempo indeterminato. In particolare, le indennità per ferie non godute e di disoccupazione servivano a compensare i disagi dei colleghi non di ruolo rispetto a quelli di ruolo nei periodi durante i quali i primi erano privi di occupazione e non potevano godere di ferie. 4) Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano la violazione della Clausola 4, punto 1, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, perché la Corte territoriale avrebbe errato nel riconoscere loro un trattamento meno favorevole rispetto ai colleghi con contratto a tempo indeterminato riguardo alla condizione di impiego relativa agli incrementi stipendiali per anzianità di servizio, sul presupposto non condivisibile che l’indennità di disoccupazione rappresentasse una condizione di impiego. In particolare, la Corte d’appello di Brescia non avrebbe dovuto, ad avviso dei ricorrenti, qualificare l’indennità di disoccupazione come “condizione di impiego” ai sensi della citata Clausola 4, punto 1, come “voce stipendiale” o come parte del “trattamento retributivo”. 5) Con il quinto motivo i ricorrenti lamentano la violazione della Clausola 4, punto 1, dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, perché la Corte territoriale avrebbe errato nel riconoscere loro un trattamento meno favorevole rispetto ai colleghi con contratto a tempo indeterminato riguardo alla condizione di impiego relativa agli incrementi stipendiali per anzianità di servizio, sul presupposto non condivisibile che l’indennità sostitutiva di ferie rappresentasse una condizione di impiego. 6) I primi cinque motivi, che possono essere trattati congiuntamente, stante la stretta connessione, sono fondati. La Clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18 marzo 1999, attuato dalla Direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999, relativa al Principio di non discriminazione, recita. “1. Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive. 2. Se del caso, si applicherà il principio del pro rata temporis. 3. Le disposizioni per l’applicazione di questa clausola saranno definite dagli Stati membri, previa consultazione delle parti sociali e/o dalle parti sociali stesse, viste le norme comunitarie e nazionali, i contratti collettivi e la prassi nazionali. 4. I criteri del periodo di anzianità di servizio relativi a particolari condizioni di lavoro dovranno essere gli stessi sia per i lavoratori a tempo determinato sia per quelli a tempo indeterminato, eccetto quando criteri diversi in materia di periodo di anzianità siano giustificati da motivazioni oggettive”. La menzionata Clausola 4 mira a dare applicazione al principio di non discriminazione nei confronti dei lavoratori a tempo determinato, al fine di impedire che un rapporto di impiego di tale natura venga utilizzato da un datore di lavoro per privare siffatti lavoratori di diritti riconosciuti ai lavoratori a tempo indeterminato (sentenza CGUE del 13 gennaio 2022, YT e altri contro MIUR e altro, C-282/19, EU:C:2022:3, punto 73; sentenza CGUE del 17 marzo 2021, Consulmarketing, C-652/19, EU:C:2021:208, punto 49 e giurisprudenza ivi citata). Siffatta Clausola, quindi, serve a prevenire abusi della contrattazione a tempo determinato e a garantire un eguale trattamento al lavoratore a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato che siano comparabili, salvo che non vi siano ragioni oggettive che giustifichino un trattamento differenziato. La Clausola 4 dell’Accordo Quadro in questione va letta alla luce del principio per cui il principio di non discriminazione è stato attuato e concretizzato solo con riferimento alle differenze di trattamento tra i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori a tempo indeterminato che si trovano in situazioni comparabili, con la conseguenza che le eventuali differenze di trattamento tra determinate categorie di personale a tempo determinato non rientrano nell’ambito del principio di non discriminazione sancito da detto accordo quadro (in tal senso, sentenza del 21 novembre 2018, Viejobueno Ibañez e de la Vara Gonzalez, C-245/17, EU:C:2018:934, punto 51 e giurisprudenza ivi citata). Il principio di non discriminazione si riferisce alle condizioni di impiego, ovvero alla disciplina del rapporto di lavoro in esame e, quindi, alle clausole che regolano il contratto ed agli istituti correlati alla sua vigenza. La logica del principio di non discriminazione richiede una comparazione delle singole condizioni di impiego previste nel contratto a tempo determinato e in quello a tempo indeterminato ad esso paragonabile, al fine di verificare se il lavoratore a tempo determinato benefici di un trattamento deteriore non giustificato da ragioni oggettive. Una valutazione globale delle condizioni di impiego non può, pertanto, giungere al risultato di giustificare un tale trattamento deteriore. Ovviamente, l’esame delle condizioni di impiego deve considerare tutti gli aspetti del contratto che possono incidere sulla parte del trattamento (nel caso de quo, economico) che viene in considerazione, in quanto un apparente svantaggio potrebbe essere compensato in qualche modo da altra clausola del contratto a tempo determinato. Ciò che rileva, però, è che, ai fini di detta comparazione, siano prese in esame condizioni di impiego rilevanti nella specie. Nella presente controversia, la Corte d’appello di Brescia ha tenuto conto, per determinare la portata della discriminazione patita dai ricorrenti con riferimento al servizio da loro prestato, del fatto che essi avevano percepito, prima della loro stabilizzazione, degli emolumenti qualificati come indennità di ferie non godute e indennità di disoccupazione, disponendo che il loro importo fosse detratto da quello loro spettante in applicazione della menzionata Clausola 4 dell’Accordo quadro. Ciò sull’assunto che, diversamente opinando, “il lavoratore a termine finirebbe per godere di un trattamento privilegiato rispetto al lavoratore a tempo indeterminato, in quanto, sempre dal punto di vista retributivo, aggiungerebbe al trattamento proprio del personale di ruolo anche quelle voci ulteriori che non fanno parte del trattamento di quest’ultimo e che mai ne potrebbero far parte, perché spettano unicamente al docente a termine in virtù, appunto, della sua condizione di precarietà”. Le conclusioni della Corte territoriale non sono, però, condivisibili. La comparazione rilevante ai fini dell’applicazione della citata Clausola 4 dell’Accordo Quadro deve riguardare le condizioni di impiego del lavoratore a tempo determinato e di quello a tempo indeterminato e tali condizioni devono concernere lavoratori “comparabili”. In particolare, non è possibile mettere a raffronto istituti che caratterizzano il lavoro determinato e quello in…


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