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Auto di seconda mano: se il contachilometri è taroccato

15 gennaio 2015


Auto di seconda mano: se il contachilometri è taroccato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 gennaio 2015



Se il contatore segna un numero di km in meno, scatta la riduzione del prezzo.

Acquistare un’auto usata comporta sempre dei rischi. E non tanto in termini di garanzia che, comunque, il concessionario è sempre tenuto a osservare (leggi, a riguardo, il nostro approfondimento sull’acquisto delle auto usate: “Acquisto auto: quale garanzia sul nuovo e sull’usato”), quanto piuttosto per le eventuali frodi sul contachilometri che, difficilmente è possibile scoprire in anticipo, anche portando un tecnico di fiducia per osservare il mezzo prima dell’acquisto.

Così, in questi casi, non resta che affidarsi a un rivenditore serio e affidabile, che non abbia feedback negativi su internet, strumento quest’ultimo ormai costantemente utilizzato dai consumatori per scambiarsi informazioni sui commercianti di ogni tipo di bene.

 

Ma che succede, dal punto di vista legale, se, a seguito di una compravendita di auto usata, il rivenditore bara sui chilometri, taroccando il contatore? Quale tutela è consentita all’acquirente?

La questione è stata, di recente, affrontata dal Tribunale di Arezzo in una sentenza [1] che val la pena qui richiamare.

Secondo il giudice, la concessionaria di auto usate che manomette il contachilometri di una vettura per venderla più facilmente deve restituire il prezzo versato in eccesso dall’acquirente rispetto al reale valore e risarcire il danno da responsabilità precontrattuale, per aver violato la buona fede quale requisito di condotta delle parti.

Insomma, facendo causa al giudice è possibile ottenere due diverse voci di risarcimento:

– la prima consistente nel maggior valore che si è pagato per un’auto che, invece, ne aveva uno inferiore proprio a causa della maggiore usura. Dunque, bisognerà sottrarre al prezzo effettivamente corrisposto quello che, invece, era giusto pagare: tale differenza dovrà essere restituita all’acquirente;

– la seconda consiste in una voce di “risarcimento generico” per il danno conseguente all’aver violato una norma del codice civile la quale impone, a chiunque si approcci alla stipula di un contratto, di mantenere un comportamento corretto e in buona fede. Qui è più difficile quantificare il danno in termini materiali; pertanto il giudice lo potrà fare in via equitativa, ossia in base a quanto il proprio senso di giustizia gli fa ritenere che sia “equo”, in base al pregiudizio complessivamente subito dal consumatore. E comunque, a quest’ultimo è sempre consentito dimostrare un danno ulteriore (per esempio, aver perso un’alternativa occasione di acquisto più conveniente).

note

[1] Trib. Arezzo sent. n. 638/2014.

Autore immagine: 123rf com

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