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Lo sai che? Divorzio nel Paese Ue: se il figlio risiede in Italia le visite le decide il giudice del luogo

Lo sai che? Pubblicato il 15 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 gennaio 2015

Se il minore ha la propria residenza abituale in Italia, il Tribunale italiano può discostarsi dai provvedimenti del giudice straniero che, insieme al divorzio, si è pronunciato sul diritto di visita del minore.

 

Nel nostro Paese cresce sempre più il numero di matrimoni tra persone di diversa nazionalità, e in special modo appartenenti ai diversi Stati membri dell’Unione europea [1]. Unioni che sicuramente richiedono maggior impegno da parte della coppia, specie qualora nascano figli; ciò per la necessità di educarli alla luce delle diverse consuetudini, costumi e, non di rado, del diverso credo religioso.

Insieme alle unioni, tuttavia, crescono anche i divorzi, per la cui domanda ciascun coniuge ha la facoltà di scegliere a quale giudice rivolgersi, se cioè a quello del proprio Stato di appartenenza (per nazionalità o residenza) o di quello del coniuge.

In tal caso, esiste un regolamento comunitario che sancisce un generale principio di collaborazione fra i Paesi appartenenti all’Ue [2], tale per cui la decisione presa da uno di essi viene riconosciuta in via automatica dal giudice dell’altro Stato membro.

Sappiamo, tuttavia, che non sempre la sentenza di separazione o divorzio si limita a pronunciarsi sullo “stato” delle parti (dichiarandole, ad esempio, libere dal vincolo coniugale); molto spesso, anzi, essa finisce col decidere su molteplici questioni personali e patrimoniali (mantenimento, responsabilità genitoriale, affidamento della prole).

Che succede allora se il giudice del Paese Ue, cui si sia rivolto uno dei coniugi per il divorzio, decida su questioni riguardanti la vita dei figli minori (ad esempio il loro diritto di visita) e questi, invece, risiedono abitualmente in Italia?

Ha dato risposta a questa domanda una pronuncia del Tribunale di Vercelli [2].

 

Il giudice piemontese, a riguardo, ha chiarito che, nonostante l’esistenza di un dovere di cooperazione tra i Paesi dell’Unione europea, in questi casi va data priorità ai criteri di tutela dell’interesse del minore e quello della sua residenza abituale, come sanciti da norme internazionali [3]. Infatti, si legge in sentenza, i principi di fiducia e collaborazione cui si ispira il sistema di cooperazione giudiziaria tra gli Stati Ue non rappresentano un dogma e non possono essere ritenuti valori assoluti ed inderogabili.

Ciò significa, in parole semplici che, una volta accertato che il bambino ha la propria residenza abituale in uno Stato membro, il giudice di quello Stato è legittimato a prendere i provvedimenti nel suo interesse, discostandosi da quelli eventualmente presi dallo Stato cui si sia rivolto l’altro genitore.

Tali decisioni possono riguardare, ad esempio, le modalità di visita tra il figlio e il genitore non collocatario che – sottolinea il giudice – è opportuno che sia assunta dal Tribunale del luogo di abituale residenza del minore proprio per la necessità di salvaguardare in via prioritaria le sue esigenze.

Tale giudice, infatti, è di certo in grado di acquisire, più dell’autorità del diverso Paese, tutte quelle informazioni necessarie a valutare le effettive necessità del bambino, e prendere così i provvedimenti più opportuni nei suoi riguardi.

Ciò vale ancor più quando dalla storia giudiziaria dei coniugi siano emersi gravi disagi familiari (come nella vicenda in esame); ciò in quanto in tal caso può risultare indispensabile il supporto offerto dai servizi sociali del luogo di residenza del figlio. Il minore, infatti, si legge in sentenza, è un soggetto in età evolutiva, per cui – anche allo scopo di garantire in tempi adeguati le opportune modifiche del provvedimento – occorre procedere al costante monitoraggio della formazione della sua personalità , così come all’evoluzione dei rapporti di quest’ultimo con ciascuno dei genitori.

Monitoraggio che solo il giudice del luogo di residenza del bambino potrà effettuare in modo tempestivo, con il supporto dei servizi sociali di zona e di ogni altro soggetto che sia di riferimento per il bambino (familiari, scuola, ecc.).

D’altronde, ricorda il giudice piemontese, lo stesso regolamento Ce prevede che il criterio di vicinanza del minore debba essere quello di riferimento nel regolare la competenza in materia di responsabilità genitoriale [4].

La vicenda

Un padre romeno , aveva chiesto il divorzio dalla moglie (sua connazionale) alle autorità di Zalau (nel procedimento la moglie non si era costituita); l’uomo aveva chiesto e ottenuto un provvedimento in merito alle sue visite con il figlio minore, da tempo residente in Italia con la madre. La decisione del giudice rumeno era stata presa senza neppure aver acquisito le informazioni sulle attuali condizioni di vita e i rapporti tra il piccolo e i genitori; tra l’altro, il padre aveva sempre assunto una condotta violenta nei confronti della moglie e del bambino.

note

[1] Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria.

[2] L’art. 21, co. 1 del Regolamento Ce 2201/03 stabilisce il principio generale secondo cui ciascuno Stato membro riconosce in automatico le decisioni pronunciate in altro Stato, “senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento“. Se vi siano circostanze ostative (elencate dagli artt. 22 e 23) o la necessità di un loro accertamento negativo, l’interessato ha il diritto di richiedere una pronuncia che rispettivamente neghi od affermi la riconoscibilità.

Per le decisioni sull’esercizio della responsabilità genitoriale, emesse ed esecutive in uno Stato membro, tuttavia, l’art. 28, co. 1, stabilisce che “sono eseguite in un altro Stato membro dopo esservi state dichiarate esecutive su istanza della parte interessata, purchè siano state notificate“.

[2] Trib. di Vercelli, decr. 23.07.14.

[3] La Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, (ratificata in Italia dalla L. 176/91) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, agli artt. rispettivamente 7 e 24 stabiliscono che “Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle sue comunicazioni “ e che “1. I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere. Essi possono esprimere liberamente la propria opinione; questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano in funzione della loro età e della loro maturità. 2. In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente. 3. Ogni bambino ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora ciò sia contrario al suo interesse”.

[4] L’art. 12 del regolamento Ce 2201/03 stabilisce che: “È opportuno che le regole di competenza in materia di responsabilità genitoriale accolte nel presente regolamento si uniformino all’interesse superiore del minore e in particolare al criterio di vicinanza. Ciò significa che la competenza giurisdizionale appartiene anzitutto ai giudici dello Stato membro in cui il minore risiede abitualmente, salvo ove si verifichi un cambiamento della sua residenza o in caso di accordo fra i titolari della responsabilità genitoriale”.

Il principio di collaborazione giudiziaria fra gli Stati Ue deve sempre cedere il passo all’obbligo di dare priorità alle esigenze dei minori.

Per tale motivo, se il tribunale di un Paese Ue abbia deciso su una questione riguardante i figli minori (come ad esempio quella sulle modalità di visita da parte del genitore non affidatario) e questi risiedano abitualmente in Italia (o in un altro Stato membro), il giudice italiano (o del diverso Paese) è libero di discostarsi da tale pronuncia se essa non corrisponda all’interesse del bambino.


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