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Picchiare una persona: perché non si rischia quasi nulla?

11 Gennaio 2023 | Autore:
Picchiare una persona: perché non si rischia quasi nulla?

Lesioni personali attribuite al giudice di pace: ecco perché la riforma Cartabia ha (quasi) depenalizzato la violenza bruta.

La legge proibisce l’uso della violenza in ogni sua forma, sia fisica che morale. Eccezionalmente, è possibile impiegare la forza bruta solo per difendersi, quando non ci sono altri modi per salvare sé stessi o altri da un’aggressione ingiusta.

Ciononostante, la recente riforma Cartabia [1], al fine di ridurre il numero dei procedimenti penali pendenti, non si è resa conto di aver praticamente depenalizzato il reato di lesioni. Con questo articolo parleremo proprio di ciò: vedremo cioè perché a picchiare una persona non si rischia quasi nulla.

Lesioni personali: cosa sono?

Le lesioni personali [2] sono un reato che scatta ogni volta che si provoca una malattia, fisica o mentale, alla persona offesa.

Per malattia deve intendersi non soltanto la lesione anatomica (la classica ferita lacerocontusa derivante dal colpo inferto con un oggetto appuntito, ad esempio) ma qualsiasi menomazione dell’integrità psicofisica altrui, come ad esempio una frattura, un’infezione o perfino un trauma mentale.

La mera sensazione dolorosa che non causa alcuna apprezzabile lesione rientra invece nel meno grave reato di percosse [3]: si pensi a uno schiaffo oppure a un pugno sulla spalla, ad esempio.

Quante tipologie di lesioni personali ci sono?

In base alle concrete conseguenze che derivano dalla condotta violenta altrui, la legge distingue quattro ipotesi di lesioni personali:

  • lesioni personali lievissime, se la durata della malattia, in base alla prognosi medica, non è superiore a 20 giorni. Prima della riforma Cartabia, si trattava dell’unica ipotesi procedibile a querela e, quindi, rimessa alla competenza del giudice di pace;
  • lesioni personali lievi, se la durata della malattia è superiore a 20 giorni ma non a 40;
  • lesioni personali gravi, se la durata della malattia è superiore a 40 giorni oppure se ricorre qualche altra circostanza aggravante, come ad esempio il pericolo di vita della vittima o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo;
  • lesioni personali gravissime, nelle ipotesi ancor più serie di malattia certamente o probabilmente insanabile, perdita di un senso o di un arto [4].

Per ulteriori approfondimenti, si legga l’articolo dal titolo Se picchio una persona cosa rischio?

Perché la riforma Cartabia ha (quasi) depenalizzato la violenza?

Veniamo ora al punto centrale dell’intera questione: perché chi picchia una persona non rischia (quasi) più nulla?

Perché la riforma Cartabia in vigore dal 2023, rendendole punibili a querela di parte, ha attribuito alla competenza del giudice di pace anche le lesioni personali lievi (quelle con prognosi fino a 40 giorni, cioè) [5].

Se si tiene conto che il giudice di pace non può mai condannare alla reclusione ma solo al pagamento di una multa o, tutt’al più, alla permanenza domiciliare (che consiste nello stare a casa il fine settimana), si comprenderà come, di fatto, la violenza sia stata depenalizzata, almeno entro certi limiti.

A seguito della riforma Cartabia, quindi, non solo chi subisce una seria aggressione (perché tale è quella con prognosi fino a 40 giorni) deve preoccuparsi di sporgere querela entro tre mesi, ma dovrà anche essere consapevole del fatto che, con ogni probabilità, il suo aggressore se la caverà con una multa, la quale peraltro non figurerà nemmeno all’interno del certificato del casellario giudiziale, visto che le condanne del giudice di pace non sono visibili ai privati.

Insomma: il rischio che la riforma Cartabia si è accollato è di rendere impuniti i violenti e i prepotenti, i quali potranno fare ricorso alla forza bruta senza (quasi) alcuna conseguenza.

Non va sottaciuto, infine, come la stessa riforma Cartabia, estendendo il meccanismo della remissione tacita della querela, ha incrementato le ipotesi in cui il giudice possa ritenere estinto il reato per mancanza della volontà della persona offesa di proseguire l’azione penale.

Ad esempio, la legge ora dice che se il querelante non si presenta in udienza a testimoniare il giudice potrà desumere da tale comportamento la volontà di revocare la querela, con conseguente estinzione del reato [6].

Pertanto, se la vittima di lesioni non può andare in udienza a testimoniare e nemmeno riesce a giustificare la propria assenza, il giudice non potrà fare altro che ritenere rimessa la querela.

Lesioni: in quali casi si rischia ancora il carcere?

La riforma Cartabia ha fatto salve alcune ipotesi in cui si rischia comunque di finire in carcere per lesioni personali.

Per la precisione, si procede d’ufficio, con competenza devoluta al tribunale che può condannare alla reclusione, quando:

  • le vittime sono esercenti una professione sanitaria o socio-sanitaria, oppure svolgono un’attività ausiliarie di cura, assistenza sanitaria o soccorso. Si tratta in pratica delle aggressioni a medici, infermieri e oss;
  • le lesioni sono gravi o gravissime;
  • ricorrono alcune particolari circostanze aggravanti, come ad esempio l’uso di armi o di sostanze venefiche, oppure quando le lesioni sono commesse in concorso con altri reati, come ad esempio lo stalking e la violenza sessuale.

Inoltre, in caso di lesioni lievi si procede d’ufficio quando il fatto è commesso contro persona incapace, per età o per infermità. È l’ipotesi delle lesioni provocate a minorenni oppure a persone che soffrono di patologie mentali o che sono particolarmente anziane.


note

[1] D. lgs. 10 ottobre 2022, n. 150.

[2] Art. 582 cod. pen.

[3] Art. 581 cod. pen.

[4] Art. 583 cod. pen.

[5] Tanto si desume dalla lettura dell’art. 4, d. lgs. n. 274/2000, secondo cui “Il giudice di pace è competente: a) per i delitti consumati o tentati previsti dagli articoli 581, 582, limitatamente  alle  fattispecie  di  cui  al   secondo   comma perseguibili a querela di parte, ad  esclusione  dei  fatti  commessi contro uno dei soggetti elencati dall’articolo  577,  secondo  comma, ovvero contro il  convivente…”.

[6] Art. 152 cod. pen.


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