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Può l’avvocato prendere un caffè col testimone?

15 gennaio 2015


Può l’avvocato prendere un caffè col testimone?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 gennaio 2015



Rapporti con testimoni o persone informate sui fatti: gli obblighi previsti dalla deontologia.

Si presenta spesso delicato, quando non sospetto, il rapporto tra l’avvocato e il “proprio” testimone (o, nel procedimento penale, la persona informata sui fatti): vuoi perché il primo potrebbe essere interessato – per ovvie considerazioni – a una dichiarazione compiacente in favore del proprio cliente, vuoi perché il secondo potrebbe trarre, da tale circostanza, un indebito vantaggio. Così la legge e il codice deontologico degli avvocati si preoccupano di stabilire i limiti e le condizioni per i rapporti tra tali soggetti.

In particolare, il codice deontologico [1] prevede il divieto per l’avvocato di intrattenersi con testimoni e persone informate sui fatti oggetto della causa o del procedimento.

Ma attenzione: non prendete alla lettera tale disposizione. Non si tratta, infatti, di un divieto assoluto. Al contrario esso riguarda solo un aspetto: l’evitate forzature o suggestioni dirette a conseguire deposizioni di favore.

Detto in parole povere, l’avvocato ben può intrattenersi con il testimone o la persona informata sui fatti, per esempio, in un corridoio del tribunale, al bar prima dell’udienza o, addirittura, potrebbe riceverlo allo studio per chiedergli se ricordi determinati fatti e sia, quindi, disponibile a testimoniare. Ma ciò ad un’unica condizione: che lo scopo del colloquio non sia diretto a ottenere un vantaggio dal punto di vista processuale e cioè quello di conseguire deposizioni compiacenti. Insomma, l’avvocato non deve né anticipare le domande, né tantomeno suggerire in anticipo le risposte.

Il divieto di intrattenere rapporti tra avvocato e testimone riguarda proprio le forzature e le suggestioni che non debbono mai essere effettuate. In buona sostanza quindi non esiste una preclusione assoluta al contatto tra avvocato e testimone (o persona informata sui fatti).

L’avvocato, inoltre, ha il divieto di corrispondere compensi o indennità al testimone (o meglio, alle persone interpellate per le investigazioni). Tale divieto non si estende invece al rimborso delle spese purché documentate. Ne consegue che la persona interpellata ai fini delle indagini potrà ottenere il rimborso delle somme pagate per esempio per il viaggio dalla propria città allo studio legale presso il quale è stata raccolta la dichiarazione. È ovvio che l’avvocato dovrà conservare scrupolosamente sia la documentazione relativa agli esborsi della persona contattata, sia quella relativa ai rimborsi da lui effettuati.

Il divieto dunque si estende solo a compensi e indennità, allo scopo di evitare che ciò diventi il premio per ottenere dichiarazioni compiacenti, cioè solo ed esclusivamente a favore del proprio assistito.

note

[1] Art. 55 cod. deont. forense


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