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Incapacità del testatore: come provarlo

11 Gennaio 2023 | Autore:
Incapacità del testatore: come provarlo

Chi può fare testamento e chi è incapace: quale prova bisogna fornire? 

Può fare testamento solo un soggetto maggiorenne, che non sia stato interdetto e che, al momento della redazione dell’atto, sia nella piena capacità di intendere e volere. L’incapacità di intendere e volere può dipendere da una patologia permanente (ad esempio una grave forma di demenza senile) oppure da una causa momentanea (ad esempio lo stato di ubriachezza o di soggezione a droghe). In mancanza di tali presupposti, il testamento può essere impugnato. A tal fine però è necessario che chi contesti la validità del testamento dimostri l’incapacità del testatore. Egli ha cioè quel che si definisce l’«onere della prova». Vediamo allora come si può provare l’incapacità del testatore ossia l’infermità mentale in caso di testamento redatto da persona incapace.

Quando una persona è incapace di fare testamento?

Ai sensi dell’articolo 591 del codice civile, non possono fare testamento soltanto:

  • i minorenni;
  • gli interdetti per infermità mentale con sentenza del tribunale;
  • coloro che, seppure non interdetti, al momento della redazione del testamento siano stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e volere. 

Se la prima e la seconda ipotesi sono facilmente accertabili dovendo il testamento contenere la data della sua redazione (alla luce della quale è possibile verificare se il testatore avesse già compiuto 18 anni o non fosse stato dichiarato interdetto dal tribunale), il terzo va valutato caso per caso non sussistendo alcuna attestazione ufficiale della capacità di intendere e volere. Bisognerà a tal fine acquisire tutte le possibili prove – come certificati medici, cartelle cliniche, prescrizioni di farmaci che inibiscano le capacità mentali, ecc. – idonee a dimostrare la cosiddetta incapacità naturale.

Come dimostrare l’incapacità di una persona a fare testamento?

Lo stato di incapacità di testare deve essere valutato con particolare rigore. Non è sufficiente una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, come la tipica demenza senile, il fatto di dimenticare facilmente i dati, l’essere impressionabili o malleabili per via dell’età o delle fobie personali. Al contrario occorre la prova che, a causa di una infermità transitoria o permanente, o di altra causa perturbatrice, il soggetto fosse – al momento della redazione dell’atto di ultima volontà – privo in modo assoluto della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi.

La prova spetta a chi sostiene sussistente l’incapacità naturale del testatore. È chi impugna il testamento per incapacità del testatore ad avere l’onere della prova. E può essere fornita con ogni mezzo, come testimonianze, documentazioni mediche, ecc.

Il più delle volte viene nominato un perito di parte che, analizzata la cartella clinica o i certificati medici raccolti dalla parte, valuta se le condizioni psicofisiche del testatore gli consentissero di rendersi conto di ciò che scriveva. 

Ai fini della formulazione di tale complesso giudizio, il Giudice deve analizzare con attenzione il contenuto intrinseco dell’atto di ultima volontà e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle disposizioni testamentarie nonché facendo riferimento ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate.

Come dimostrare un’incapacità abituale e permanente? 

Esistono due tipologie di incapacità naturale: 

  • quella permanente, conseguente di uno stato patologico tipico ed abituale (si pensi a una persona che, pur non essendo stata interdetta, soffra di Alzheimer);
  • quella intermittente o momentanea ossia che ricorre solo in alcuni momenti: è ad esempio chi scriva un testamento mentre ha assunto droghe, farmaci o è ubriaco.

L’onere della prova varia a seconda del tipo di incapacità contestata.

In particolare, in caso di infermità permanente ed abituale, una volta dimostrata la malattia del testatore, il suo stato di incapacità si presume. Sicché chi impugna il testamento deve limitarsi a fornire la prova che il testatore fosse affetto dalla patologia mentale. Al contrario, la controparte che invece afferma la validità del testamento deve dimostrare che questo è stato redatto in un momento di lucidità.

Come dimostrare un’incapacità temporanea o intermittente? 

Al contrario, nel caso di infermità intermittente o ricorrente, poiché si alternano periodi di capacità a periodi di incapacità, non opera la presunzione di incapacità che invece sussiste per caso di malattia permanente (come nel caso precedente). Sicché è chi impugna il testamento a dover fornire la prova della sussistenza di tale incapacità.

In un recente caso deciso dalla Corte di Appello di Milano [1], la parte che contestava il testamento ha perso il giudizio per non aver fornito la prova che il de cuius versasse in uno stato di incapacità tale da renderlo priva in modo assoluto della coscienza dei propri atti e della volontà di determinarsi coerentemente con essi, né vi era prova di uno stato di incapacità permanente o abituale della testatrice che possa giustificare un differente criterio di riparto probatorio.


note

[1] C. App. Milano sent. 6 maggio 2022, n. 1515.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE D’APPELLO DI MILANO Sezione seconda civile

nelle persone dei seguenti magistrati:

dr. Walter Saresella – Presidente

dr.ssa Gabriella Anna Maria Schiaffino – Consigliere relatore dr.ssa Letizia Tomasina Ferrari Da Grado – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. r.g. …/2019 promossa in grado d’appello

DA

F.S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in VIA …presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti, unitamente agli avv….;

AZ. AGRICOLA C.M. SAS (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in VIA …presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti, unitamente agli avv….;

AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in VIA …PADOVA presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti, unitamente agli avv….;

APPELLANTI PRINCIPALI

CONTRO

R.F.M.S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in PIAZZA …presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti,

F.M.S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in VIA …presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti, unitamente all’avv. …((…)) VIA….;

AZ. AGRICOLA P.S.M. SNC (C.F. (…)), anche quale incorporante AZ. AGRICOLA B.S.M. SNC (C.F. (…)) ed AZ. AGRICOLA S.V.S. SNC (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in PIAZZA ….presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti,

P.B. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in VIA…, 1 20145 MILANO presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti, unitamente all’avv. …((…)) VIA …1 20145 MILANO;

F.M.S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in PIAZZA ….20121 MILANO presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti,

C.R.F.B. (C.F. (…)), elettivamente domiciliato in PIAZZA …20121 MILANO presso lo studio dell’avv…., che lo rappresenta e difende come da delega in atti,

AZ. AGRICOLA N.P.S. S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in PIAZZA …20121 MILANO presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti,

S. SRL (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in PIAZZA …20121 MILANO presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti,

C.M.F.S.S. (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in VIA …20145 MILANO presso lo studio dell’avv…., che la rappresenta e difende come da delega in atti,

S.L. SNC (C.F. (…)), elettivamente domiciliata in PIAZZA …20121 MILANO presso lo studio dell’avv…, che la rappresenta e difende come da delega in atti,

APPELLATI ed APPELLANTI INCIDENTALI

Oggetto: Cause di impugnazione dei testamenti e di riduzione per lesione di legittima

Svolgimento del processo – Motivi della decisione 1. Svolgimento del processo

Con atto di citazione innanzi al Tribunale di Milano, ritualmente notificato F.S.S., l’Azienda Agricola C.S.I. s.a.s., l’Azienda Agricola C.M. s.a.s. di S.S.F. convenivano in giudizio R.F.M.S.S. (nel prosieguo anche solo R.S.S. o R.), P.B., F.M.S.S., C.M.F.S.S. (nel prosieguo anche solo C.S.S. o C.), F.M.S.S., C.R.F.B., la S. s.r.l., la S.L.S. s.n.c., l’Azienda Agricola P.S.M. s.n.c. di S.S.R., l’Azienda Agricola S.V.S. s.n.c. di S.S.R., l’Azienda Agricola B.S.M. s.n.c. di S.S.R. nonché l’Azienda Agricola N.P.S. s.s. di S.S.R. Gli attori assumevano che, in data 2 maggio 2014, era deceduta M.S., madre di F., di C.M.F. e di R.F.M. e che, conseguentemente, si era aperta la successione testamentaria con pubblicazione di ventuno testamenti olografi e di un testamento segreto redatto dalla stessa, con i quali la de cuius aveva disposto di tutto il suo patrimonio costituito essenzialmente da titolo e liquidità.

Assumevano che, a loro avviso, tutti gli atti di ultima volontà redatti, ovvero quanto meno quelli successivi al 1 giugno 2011, dovevano essere considerati invalidi per incapacità di intendere e di volere della testatrice, ovvero annullabili per captazione della sua volontà con conseguente apertura della successione ab intestato. Chiedevano, in subordine, in ipotesi di ritenuta validità dei testamenti, che il Tribunale accertasse la natura liberale di una numerosa serie di atti dispositivi posti in essere dalla testatrice previa dichiarazione della natura simulata di alcuni di essi apparentemente conclusi in favore di società, con conseguente riunione fittizia sia del relictum che del donatum, e con richiesta di riduzione delle singole liberalità, lamentando F.S.S. l’intervenuta lesione della sua quota di legittima; questi chiedeva, inoltre, che venisse determinata la quota spettante ad ogni erede secondo le disposizioni in tema di successione legittima ovvero, in subordine, per successione testamentaria, comunque nel rispetto della quota del legittimario. A detta di parte attrice, poiché la de cuius aveva nominato, con testamento del 16 gennaio 2013, suoi esecutori testamentari P.B., suo genero, in quanto coniuge della figlia C.S.S., nonché F.M.S.S., nipote della testatrice, in quanto figlio di R., dovevano essere citati in giudizio anche loro nella indicata qualità, evidenziando come avessero provveduto in modo del tutto invalido ad effettuare la divisione ereditaria, interpretando la volontà della de cuius.

Gli attori assumevano, ulteriormente, che era evidente come le disposizioni di ultima volontà di M.S. avessero gravemente leso la quota di legittima di F.S.S. nella misura di oltre undici milioni di euro, nell’ipotesi di ritenuta invalidità delle disposizioni testamentarie, ovvero, quantomeno, nella misura di cinque milioni di euro, nell’ipotesi in cui si fosse considerata aperta la successione testamentaria, con conseguente necessità di instaurazione del giudizio contenzioso.

Nel procedimento di primo grado si costituivano tutti i convenuti contestando sotto svariati profili le domande di controparte e svolgendo a loro volta domanda riconvenzionale di rendiconto ovvero di collazione.

Il G.I. decidendo sulle numerose istanze istruttorie, disponeva esclusivamente c.t.u. per procedere alla valutazione dell’asse ereditario, mentre non ammetteva alcuna prova orale ovvero alcuna

richiesta ex art. 210 c.p.c. o di ulteriore indagine tecnica e, all’esito del giudizio, il Tribunale, con sentenza n 10808/2019 pubblicata il 25 novembre 2019, statuiva nei termini di seguito esposti.

Accertava la carenza di legittimazione attiva delle aziende attrici nonché la carenza della legittimazione passiva di tutte le aziende agricole e delle società immobiliari convenute; rigettava le domande articolate da F.S.S. così come le domande riconvenzionali di R.S.S.; condannava esclusivamente l’attore alla refusione delle spese di lite sostenute dalle parti convenute persone fisiche, mentre compensava tra di loro le spese relative alle società attrici con le parti convenute, ponendo definitivamente a carico di tutte le parti le spese dell’esperita c.t.u.

Avverso la decisione proponeva tempestiva impugnazione F.S.S. nonché le società delle quali era socio e legale rappresentante, chiedendone l’integrale riforma. Nel giudizio si costituivano tutti gli appellati. R.S.S., F.M.S.S., C.R.F.B., C.S.S., P.B., F.M.S.S., e tutte le società inizialmente convenute articolavano a loro volta impugnazione incidentale anche condizionata, nei confronti di parte appellante principale.

Non essendo possibile definire la lite in via bonaria, tutte le parti precisavano le rispettive conclusioni nelle forme della trattazione scritta in data 29 giugno 2021 e, all’esito, la Corte, concessi termine di giorni sessanta per il deposito delle comparse conclusionali, nonché di ulteriori giorni venti per repliche, tratteneva la causa per la decisione.

2. L’appello principale

1. Con un primo motivo la difesa degli appellanti in via principale censura la decisione nella parte in cui ha ritenuto la carenza di legittimazione sia attiva che passiva di tutte le società parti del giudizio di primo grado sul presupposto secondo il quale, avendo ad oggetto il procedimento la successione ereditaria di M.S., e non essendo le persone giuridiche citate né legittimarie né eredi della stessa, non si giustificherebbe la loro partecipazione nel giudizio.

Gli appellanti, a sostegno della loro doglianza, osservano che, diversamente da come valutato, il Tribunale avrebbe dovuto considerare come correttamente avessero evocato quali convenuti ed avessero agito nel giudizio quali attori, non solo gli eredi della de cuius, ma anche tutte le società nelle quali essi erano soci ovvero legali rappresentanti. A esplicitazione di tale assunto evidenziano, infatti, che avendo F.S.S. prospettato la natura di interposizione fittizia delle società rispetto agli effettivi beneficiari delle singole disposizioni, il procedimento necessariamente doveva coinvolgere anche dette parti. Il giudizio, infatti, a loro avviso, era volto ad accertare anche una simulazione soggettiva ex art. 1414 c.c. conclusa da M.S., attraverso lo schermo societario, posta in essere, come, peraltro, neppur contestato da controparte e come anche ammesso dagli stessi esecutori testamentari i quali, nell’operare la ricostruzione dell’asse ereditario prima dell’instaurazione del giudizio, avevano ricompreso in esso nella relazione da loro redatta, anche le aziende agricole e le società immobiliari considerate sostanzialmente patrimonio ereditario. Rilevano, ulteriormente, come la natura simulatamente relativa di alcuni atti dispositivi conclusi nel corso degli anni dalla de cuius in favore apparentemente delle società ma in realtà degli altri figli, non fosse stata neppur messa in dubbio dai medesimi che, anzi, all’esito della relazione predisposta dagli esecutori testamentari, comprensiva anche delle società, l’avevano sottoscritta. Sempre nell’ambito del primo motivo parte appellante principale censura la decisione anche con riferimento alla ritenuta carenza di

legittimazione passiva dei nipoti della testatrice, F.M.S.S. e C.R.F.B., rispettivamente figli del fratello R. e della sorella C., dal momento che assumono che anch’essi sarebbero parte di atti soggettivamente simulati solo apparentemente conclusi in loro favore.

2.1. Con il secondo motivo gli appellanti censurano la decisione nella parte in cui il Tribunale ha ritenuto validi i testamenti redatti da M.S. a partire dal giugno 2011 e, in particolare, il testamento segreto del 16 gennaio 2013 con il quale la testatrice aveva nominato gli esecutori testamentari affidando a loro la stima dei suoi beni e se del caso la divisione del suo patrimonio. In modo del tutto erroneo il Collegio avrebbe valorizzato, per affermare la piena capacità di testare di M.S., due certificati medici del 15 gennaio 2013 e del 29 marzo 2014, piuttosto che considerare la circostanza assolutamente dirimente secondo la quale già nel 2011 la de cuius aveva 94 anni, ed era affetta da gravi limitazioni fisiche, con episodi di assopimento manifestatesi nel corso del 2011 e ancora nel 2013, trascesi in accertati fenomeni di psicosi confabulatoria e allucinatoria, in un quadro di deterioramento cognitivo multisettoriale, di tipo senile, riscontrato sia il 12 aprile 2012 che il 27 aprile 2012, ben poco compatibile con la valutazione di capacità di intendere e di volere redatta il successivo 15 gennaio 2013 dal medesimo medico specialista che in precedenza aveva descritto siffatta allarmante condizione da ritenersi inemendabile. Ancora assumono, a supporto della erroneità della decisione, come il Tribunale non abbia adeguatamente considerato come la de cuius assumesse regolarmente un farmaco, il “S.”, anch’esso in grado di limitare grandemente le capacità cognitive di un soggetto anziano, trattandosi di medicinale ricompreso nella categoria degli antipsicotici, atipici, senza poi considerare come M.S. fosse stata riconosciuta invalida civile all’esito di idonea certificazione medica del 15 febbraio 2014 redatta dal suo medico curante.

Nell’ambito del medesimo motivo gli appellanti evidenziano, ancora, come la fondatezza della loro censura sia corroborata anche dal procedimento instaurato da F.S.S. innanzi al Giudice Tutelare presso il Tribunale di Milano, al fine di far dichiarare l’inabilitazione piuttosto che l’interdizione della madre, procedimento poi estinto a causa del decesso di M.S.R., a riguardo, che, nel corso dell’istruttoria, lo stesso Giudice aveva potuto constatare direttamente le gravi difficoltà di espressione e di orientamento spazio temporale della esaminanda. In modo non condivisibile, inoltre, il Tribunale non avrebbe ammesso le numerose prove orali dedotte a tal fine, così come la richiesta c.t.u. medico legale sui documenti, assolutamente necessaria per una compiuta ricostruzione delle condizioni di salute della testatrice al tempo della redazione degli atti di ultima volontà. Sottolineano come sia sul punto fondamentale la c.t.u. grafologica sollecitata e non disposta, volta ad evidenziare segni grafici delle patologie allegate, non ravvisandosi alcun profilo di genericità ovvero di natura esplorativa delle richieste così articolate, come, invece, erroneamente ritenuto dal Collegio. Ancora prospettano come ulteriori significativi elementi indicativi di una grave condizione di incapacità di M.S. siano desumibili sia dall’iniziativa da lei assunta di redigere, addirittura, nel corso di uno stesso giorno, il 27 dicembre 2012, ben tre testamenti differenti, sia dalla circostanza di aver fatto riferimento, nell’atto di ultima volontà redatto il 15 agosto 2006, a somme espresse in L. e non in euro, secondo modalità univoche di un perdurante suo stato di confusione.

Emergendo, pertanto, da tutti gli elementi esposti e non fatti oggetto di valutazione di sorta da parte del Tribunale, la condizione di permanente incapacità naturale della testatrice, la difesa degli appellanti in via principale censura la decisione per non aver fatto corretta applicazione del principio

dell’onere della prova, elaborato dalla giurisprudenza di Legittimità in casi simili. Graverebbe, infatti, su controparte fornire rigorosa prova dell’aver la testatrice redatto i testamenti in un momento di lucidità avendo parte appellante documentato la perdurante situazione ormai acclarata di incapacità naturale di M.S., e non spettando invece alle parti che avevano impugnato i testamenti, come valutato in sentenza, fornire rigorosa prova dell’incapacità naturale della stessa al momento della redazione dei numerosissimi atti di ultima volontà da lei predisposti nel corso degli anni.

2.2. Sempre nell’ambito dello stesso secondo motivo la difesa appellante deduce anche l’erroneità della decisione nella parte in cui non ha dato ingresso alle numerose prove orali e agli ordini di esibizione richiesti al fine di corroborare la prospettata condizione di incapacità naturale della testatrice, così negando ogni possibilità di prova. Sottolinea sul punto la pertinenza e rilevanza delle prove dedotte, al fine di una compiuta ricostruzione delle condizioni di vita di M.S. nel corso degli anni, così come evidenzia la fondatezza delle richieste di ordine di esibizione formulate, inerenti, sia alla produzione di documentazione bancaria, che di svariata documentazione medica, non ravvisandosi i profili ritenuti dal Tribunale di genericità dell’istanza ovvero la finalità esplorativa delle istanze articolate. Del tutto errata sarebbe, inoltre, la valutazione del Collegio di non disporre alcuna c.t.u. medico legale postuma ovvero di natura psichiatrica grafopatologica così negando agli appellanti ogni possibilità di provare i fatti allegati.

2.3. Ad avviso della loro difesa, come ulteriormente articolato sempre nel secondo motivo, sarebbe, inoltre, censurabile la decisione anche nella parte in cui ha ritenuto di circoscrivere l’esame delle condizioni di capacità naturale della de cuius, a quelle sussistenti alla data del testamento segreto del 16 gennaio 2013, avendo il Tribunale valutato che con esso M.S. aveva revocato ogni precedente disposizione, prevedendo anche di dispensare dalla collazione con riguardo alle liberalità a lui elargite R.S.S.. Il ragionamento seguito dal Collegio, a detta del quale non era necessario indagare sulle condizioni di salute di M.S. all’epoca della redazione dei precedenti atti di ultima volontà, in quanto comunque revocati dal testamento successivo, non apparirebbe corretto. Ad avviso di parte appellante, infatti, esaminando gli atti di ultima volontà della testatrice a partire dal testamento del 27 dicembre 2012, contenente una revoca espressa dei precedenti, emergerebbe la necessità di procedere comunque ad una differente interpretazione della sua volontà testamentaria del gennaio 2013, anche ipotizzando la validità dei singoli testamenti. Rileva, infatti, che una eventuale disposizione di revoca contenuta nel testamento segreto non potrebbe comunque travolgere anche la parte non dispositiva ma semplicemente ricognitiva di quanto espresso dalla testatrice in precedenti disposizioni. Conseguirebbe a tale assunto che la revoca dei testamenti precedenti e la dispensa da collazione contenuta nel testamento segreto, in favore di R., diversamente da come ritenuto in sentenza, dovrebbero essere interpretate in altri termini. In particolare, evidenzia che ripetutamente M.S. aveva affermato nei precedenti atti, con dichiarazione di natura confessoria, che tutte le sue donazioni erano finalizzate a garantire un trattamento paritario tra i tre figli, considerando sia il patrimonio materno che paterno.

Conseguirebbe a ciò che anche ritenendo validi tutti i testamenti, la successiva dispensa da collazione espressa dalla testatrice nel testamento segreto del gennaio 2013 doveva essere interpretata come dispensa condizionata alla verifica della circostanza fondamentale secondo la quale F.S.S. avesse ricevuto dall’eredità del padre di più di quanto elargito dal genitore in favore del fratello R., attesa la chiara volontà della madre di ripartire tra i figli il proprio patrimonio tenendo presente anche quanto già disposto in loro favore dal marito, da tempo deceduto, operando una sorta di compensazione.

Non essendosi avverata tale condizione, non avendo, cioè l’appellato R. provato che il fratello aveva ricevuto dall’eredità paterna maggiori benefici rispetto a quanto ricevuto da lui, parte appellante chiede, pertanto, che la Corte, in riforma della sentenza impugnata, dichiari, in subordine, aperta la successione testamentaria sulla base del testamento segreto, con diritto di ogni coerede a percepire beni nella misura di un terzo ciascuno non operando la dispensa in favore di R. per le ragioni così esposte.

2.4. Sempre nell’ambito del secondo motivo gli appellanti principali censurano, ancora, la decisione anche per aver essa respinto la loro domanda di annullamento dei testamenti e, in particolare, del testamento segreto, per dolo ovvero per captazione, avendo, ancora una volta, il Tribunale del tutto trascurato le numerose prove documentali prodotte, attestanti una continua condotta, invariata nel tempo fin dagli anni novanta, posta in essere da parte del fratello R. al quale M.S. aveva affidato l’intera gestione del suo patrimonio, volta a captare e a profondamente condizionare la fragile volontà della madre assolutamente soggetta e in balia di ogni sua determinazione. Tale prospettazione troverebbe fondamento nel semplice esame della copiosa documentazione (docc. 60- 69) nel corso degli anni predisposta dall’appellato a computer e fatta di volta in volta firmare all’anziana madre, certamente non in grado di comprenderne il contenuto estremamente tecnico. La stessa scansione temporale di alcuni avvenimenti confermerebbe siffatta condizione di soggezione, apparendo significativa la circostanza secondo la quale, solo dopo che R. aveva ricevuto il 26 luglio 2012 una lettera di un legale che contestava le attribuzioni materne da lui ricevute, la madre aveva assunto iniziative del tutto inaspettate. Essa, infatti, il 6 novembre seguente, su richiesta di R., aveva firmato un documento nel quale la stessa elencava una serie di donazioni effettuate in favore di F.S.S.; tale documento era stato, quindi, seguito da uno scambio epistolare di risposta alle contestazioni che aveva poi trovato esplicazione nel nuovo testamento del 27 dicembre 2012 predisposto da M.S., nonché, da ultimo, nel testamento segreto. In esso M.S. aveva modificato le sue precedenti disposizioni che erano state sempre ispirate a criteri di pari trattamento dei figli, prevedendo solo nell’occasione, per la prima volta, la dispensa da collazione in favore di R.. Conseguirebbe a tali evidenze, a detta di parte appellante, la sussistenza di tutti i requisiti per ottenere l’annullamento per captazione di tutti i testamenti successivi al 1 giugno 2011, potendo essere considerati validi solamente i testamenti redatti nel maggio 2004 pubblicati dal notaio dott. P..

2.5. Sempre nell’ambito del secondo motivo parte appellante assume l’erroneità della decisione per non aver ritenuto l’invalidità dei testamenti a far tempo dal 2011, in quanto viziati da errore violenza e dolo o captazione della testatrice, avendo addirittura il Tribunale omesso di motivare sul punto,

senza in alcun modo considerare le particolari condizioni di fragilità nelle quali la testatrice si trovava in vita, circondata e di fatto condizionata dai familiari che vivevano a continuo contatto con lei.

2.6. Da ultimo assume la necessità di produrre nuovi documenti rilevanti, di natura confessoria, costituiti da una mail del 4 gennaio 2012 inviata dal fratello R. all’amministratore degli immobili locati, nella quale faceva chiaro riferimento alle aggravate condizioni di salute della madre, nonché altra mail dell’11 aprile 2012, sempre del fratello, nella quale faceva nuovamente riferimento al grave stato fisico e psichico della stessa, che necessitava di una assistenza psichiatrica.

3.1. Con il terzo motivo parte appellante censura, assumendone la nullità, la disposta c.t.u. collegiale. A riguardo rileva come il Tribunale, senza alcuna motivazione, abbia nominato all’uopo un consulente non iscritto all’Albo locale, in violazione della previsione di cui all’art. 22 disp. att. c.p.c.

3.2. Sotto altro profilo lamenta la nullità dell’elaborato per contrasto con la previsione di cui all’art. 194 c.p.c. Ad avviso della difesa i consulenti avrebbero reiteratamente violato il principio del contraddittorio, all’atto dell’acquisizione di documentazione estranea ai fascicoli di parte, intrattenendo corrispondenza unilaterale con i consulenti delle parti e non allegando le relative missive. A riguardo censura l’illegittima acquisizione di un regolamento condominiale, datato 20 dicembre 2016, utilizzato al fine di valutare l’immobile di via A. oggetto di causa, acquisizione all’esito della quale i consulenti avevano qualificato come portineria condominiale un appartamento, così svalutandolo notevolmente. Ancora i consulenti avrebbero erroneamente considerato come fosse un semplice condominio, la villa residenza familiare, così notevolmente svalutandola, non considerando come essa integrasse, per tipologia e caratteristiche architettoniche, un unicum.

3.3. Sempre nell’ambito del terzo motivo la difesa appellante lamenta la mancata verbalizzazione degli incontri peritali, e, in particolare, di quello tenutosi il 19 giugno 2018, sebbene il G.I. avesse espressamente invitato i consulenti a verbalizzare gli incontri e ad attenersi al rispetto delle norme di riferimento.

3.4. Sotto altro profilo la stessa difesa censura la decisione anche nella parte in cui essa si sarebbe fondata su un elaborato peritale nullo, in quanto non solo redatto da un consulente non iscritto all’Albo locale, ma anche su un elaborato privo dei requisiti di collegialità dal momento che detto consulente aveva avuto un ruolo assolutamente prevalente e predominante rispetto al collega nominato congiuntamente, contrastante con il principio di sinergia proprio di un incarico collegiale.

3.5. Nell’ambito del medesimo motivo parte appellante critica sotto il profilo processuale la decisione in quanto fondata su un elaborato stilato in palese reiterata violazione del principio di

contraddittorio, non essendo state inviate le comunicazioni relative ai singoli incontri fissati, ad entrambi i difensori, non avendo, inoltre, i consulenti tecnici d’ufficio provveduto a depositare tutti gli allegati, così come non avevano rispettato i termini a loro concessi dal Tribunale per la redazione della relazione.

4.1. Con il quarto motivo gli appellanti criticano la sentenza con specifico riguardo alle motivazioni adottate nella ricostruzione dell’asse ereditario con particolare riguardo all’imputazione in esso del valore delle singole società, quanto alla società immobiliare S. s.r.l.. Del tutto arbitraria sarebbe, a loro avviso, la scelta del Collegio di non ricomprendere nell’asse ereditario interamente le società, ma solo le quote percentuali delle stesse, all’esito di una lettura equivoca dell’elaborato peritale.

Assumono, quindi, la contraddittorietà della decisione nella parte in cui, ai fini della valutazione dell’asse ereditario, ha computato dapprima il valore degli immobili milanesi, quindi quello delle società che li detengono, per poi escludere le società stesse dall’asse ereditario, imputando al donatum solo alcuni atti donativi marginali di quote di partecipazione, ricostruendo il donatum imputando le società immobiliari sempre in quota percentuale, pur a fronte della indubbia natura donativa di molte disposizioni decise dalla testatrice in vita inerenti a tutti gli immobili e alle intere società considerate di sua proprietà personale per l’intero.

4.2. Parte appellante sempre nell’ambito del medesimo motivo censura ulteriormente la sentenza nella parte in cui ha considerato espressione di liberalità in favore di F.S.S. alcuni atti dispositivi che tali non sarebbero, consistenti nell’asserita donazione in suo favore di 700 milioni di L. del 10 dicembre 2001, nonché nell’asserita rinuncia della madre agli affitti della società P., pari ad euro 183.570,00, nonché dei terreni e dei fabbricati S. e C..

Con riguardo al primo importo evidenzia come esso non consistesse in un atto di liberalità ma semplicemente nell’integrazione operata da M.S. di quanto dovuto dai fratelli in favore di F., avendo egli ceduto in loro favore delle quote dell’Azienda Agricola P.. Nell’occasione la madre avrebbe in realtà effettuato una donazione non già in favore del figlio apparentemente donatario, ma degli altri figli, avendo pagato quanto da loro dovuto al fratello, in tale misura, così come anche chiarito nel proprio testamento del 24 novembre 2012.

F.S.S. assume ulteriormente come alcuna donazione tramite rinuncia agli affitti, fosse stata fatta in suo favore dalla madre avendo essa semplicemente compensato il suo credito per affitti con le consistenti migliorie approntate dal figlio nelle varie aziende.

4.3. Sempre nell’ambito del medesimo motivo parte appellante censura la stima degli immobili caduti in successione ovvero oggetto di atti di liberalità nei termini quantificati dai consulenti tecnici d’ufficio. In particolare contesta il criterio adottato con riferimento agli immobili siti in M., valutati facendo applicazione del valore di ricostruzione deprezzato e non già di quello di mercato, non comprendendosi neppure le ragioni dell’omessa valutazione degli immobili dell’azienda agricola P..

Censura, quindi, la stima degli immobili di via D., a suo avviso del tutto sottovalutati, non avendo gli esperti valorizzato come dovuto la collocazione degli stessi all’interno di un palazzo di grande pregio. Analoghe critiche svolge con riferimento agli immobili di M. di via A., erroneamente valutati come fossero inseriti in un condominio, trattandosi, invece, di immobili facenti parte di una villa d’epoca con giardino. Del tutto errata sarebbe inoltre la valutazione effettuata dagli esperti anche con riguardo alla società S. s.r.l., non essendo condivisibile il criterio seguito per la sua valutazione, fondata sul c.d. metodo patrimoniale puro, senza considerare come tutti gli immobili di proprietà della società siano affittati e, pertanto, produttivi di reddito, così come sarebbe censurabile il criterio della c.d. fiscalità latente adottato nell’elaborato, anche con riguardo alla società S.L. s.n.c. il cui unico bene è costituito da un appartamento anch’esso locato.

Sempre nell’ambito del medesimo motivo censura anche i criteri di stima applicati a tutte le aziende agricole. All’esito delle valutazioni esposte assume, pertanto, come il valore dell’asse ereditario debba essere notevolmente modificato.

4.4. Parte appellante critica quindi la decisione anche con specifico riguardo al rigetto della domanda di riduzione proposta in giudizio. Rileva come sia indubitabile la lesione patita, sussistente, comunque, anche se per una quantificazione variabile, sia nell’ipotesi in cui la Corte ritenga valide le disposizioni testamentarie sia in ipotesi contraria.

5.1. Con ulteriore motivo censura la sentenza per aver totalmente omesso di provvedere su alcune ulteriori richieste articolate in giudizio. Assume, infatti, l’omessa statuizione da parte del Tribunale con riferimento alla domanda di nullità della divisione ereditaria disposta dagli esecutori testamentari, proposta fin dall’atto introduttivo, e fondata sulla evidente sussistenza di un conflitto di interessi tra gli esecutori e gli eredi. La divisione sarebbe viziata anche per aver omesso di considerare il diritto di F.S.S., nonché la sua domanda di condanna degli altri eredi alla restituzione in suo favore delle rendite da loro percepite dal patrimonio mobiliare.

3. Gli appelli incidentali

1. A sua volta propone appello in via incidentale C.M.F.S.S. con esclusivo riguardo al capo relativo alle spese di lite, assumendo l’erroneità della decisione che non ha posto a carico di tutti gli attori, odierni appellanti in via principale, tale voce e le spese di c.t.u. ed ha liquidato importi del tutto esigui, se raffrontati alla pluralità delle parti e alla complessità della causa. Inoltre, lamenta la mancata liquidazione delle spese per l’espletato tentativo di mediazione.

2. Analoga iniziativa adottano P.B. e F.M.S.S..

3. Parimenti, propongono analogo motivo di appello incidentale F.M.S.S., C.R.F.B. e tutte le società inizialmente convenute nel giudizio di primo grado, i quali domandano anche il rimborso delle spese sostenute per la consulenza di parte in occasione della c.t.u..

4.1. Da ultimo, R.F.S.S. lamenta con un primo motivo di appello incidentale il rigetto della domanda di condanna di F.S.S. al pagamento di un credito dell’eredità di euro 52.489,00.

4.2. Quindi, deduce l’erroneità della decisione nella quantificazione eccessivamente contenuta delle spese di lite in proprio favore da porre a carico anche delle aziende odierne appellanti, e assume di aver diritto anche alla liquidazione delle spese di c.t.u. invece compensate, nonché delle spese per l’espletato tentativo di mediazione.

4.3. Con un terzo motivo censura la sentenza nella parte in cui non ha provveduto sulla domanda di condanna ex art. 96, comma 1 e 3 c.p.c. a carico di controparte.

5. Inoltre, C.M.F.S.S., P.B. e F.M.S.S. e R.F.S.S. propongono appello incidentale condizionato, domandando l’accertamento delle ulteriori liberalità ricevute da F.S.S. da parte della defunta M.S. e non considerate tali nella sentenza impugnata.

Così sinteticamente richiamati gli articolati motivi oggetto dell’appello principale nonché degli appelli incidentali, la Corte osserva quanto segue.

4. Il primo motivo dell’appello principale: la legittimazione attiva e passiva delle società e di F.M.S.S. e di C.R.F.B.

Il primo motivo svolto dagli appellanti principali deve essere respinto con conseguente conferma del relativo capo della sentenza impugnata.

Si deve evidenziare, infatti, che le società appellanti in via principale nel presente grado, così come nel precedente, hanno agito asserendo la natura di simulazione relativa di numerosi atti dispositivi posti in essere nell’arco temporale di circa cinquant’anni da M.S. la quale avrebbe concluso apparentemente delle vendite dissimulanti liberalità, con le società in causa, in realtà intendendo beneficiare delle stesse altri distinti soggetti, odierni appellati. Orbene a riguardo occorre rilevare come non solo nel giudizio, come già prospettato anche dalle controparti, sia mancata qualsivoglia puntuale allegazione di tutti i singoli atti in esame e degli elementi probatori che dovrebbero fondare l’assunto, ma come neppure siano state formulate domande espresse di declaratoria di simulazione relativa, idonee a giustificare la partecipazione di dette società. Si deve, infatti, sottolineare che parte appellante principale ha limitato le richieste articolare ad una mera declaratoria incidenter tantum di asserite simulazioni in totale assenza di qualsivoglia specifica prova dei propri assunti. Del tutto carente è rimasta, quindi, l’individuazione specifica dei singoli atti dispositivi ritenuti simulati, così come appare del tutto generico il riferimento a non meglio precisate ammissioni che dovrebbero

corroborare la natura di simulazione relativa dei singoli non meglio definiti atti, che la Corte dovrebbe desumere.

Ne consegue che correttamente il Tribunale, una volta rilevato come il procedimento attenga alla successione ereditaria di M.S. e come nessuna delle società appellanti ovvero appellate sia stata indicata quale sua erede ovvero sua beneficiaria, anche a titolo di legato, ha ritenuto la carenza di legittimazione sia attiva che passiva delle stesse e ciò tanto più che anche nel presente grado alcun rilievo può essere dato ad un generico richiamo per relationem operato dalla difesa degli appellanti principali, a quanto già esposto nell’atto introduttivo di primo grado.

Per completezza si rileva, infine, come il riferimento fatto nell’atto introduttivo ad asserite ammissioni da parte dei coeredi C. e R., contenute nella relazione di divisione predisposta dagli esecutori testamentari il 20 maggio 2015, non possa aver alcun significato per una differente conclusione sul punto. Il riferimento operato in essa alle otto società, parti del presente contenzioso, attiene, infatti, all’evidenza alle quote delle stesse e alle varie vicende societarie che hanno comportato nel tempo modifiche sociali, a seguito di aumenti e di nuovi investimenti, ad opera dei singoli soci, rispetto ai quali le quote delle società appaiono essere mere oggetto di atti dispositivi tra la testatrice e gli eredi, non essendo le società stesse certamente i soggetti coinvolti in essi.

Tale ben differente impostazione emerge, peraltro, dalle stesse capitolazione istruttorie riproposte anche nel presente grado da parte appellante, nelle quali il riferimento a vicende societarie viene fatto sempre per indicare modifiche societarie delle relative quote, a seguito di singoli atti dispositivi, che hanno interessato e coinvolto gli eredi, mediante vendite o acquisti di quote, essendo pertanto i tre fratelli S.S. gli unici soggetti legittimati nella loro qualità nel presente giudizio.

Analoga valutazione si impone, quindi, anche con riguardo all’asserita interposizione relativa svolta da F.M.S.S. e da C.R.F.B., entrambi nipoti di M.S., non appena si consideri come parte appellante non abbia indicato alcun atto dispositivo specifico dei quali essi sarebbero stati destinatari, quale oggetto dell’interposizione medesima, rimasta a sua volta del tutto priva di qualsivoglia allegazione.

5. Il secondo motivo dell’appello principale: la validità e l’interpretazione del testamento segreto del 16/01/2013

Il secondo motivo di appello, articolato in sei profili di censura, non può trovare accoglimento per le seguenti ragioni ed il capo di sentenza con esso censurato merita conferma.

Preliminarmente, la Corte ritiene del tutto corretto e condivisibile l’iter argomentativo seguito dal Tribunale, nella parte in cui ha reputato opportuno, piuttosto che esaminare partitamene i numerosi testamenti pubblicati, redatti da M.S. nel corso della sua esistenza, verificare la validità del testamento segreto del 16/01/2013, in ragione del fatto che esso è stato interpretato come l’ultimo fra i testamenti redatti con il quale la testatrice aveva revocato tutte le precedenti disposizioni. Il Tribunale ha, infatti, ritenuto che, una volta vagliata la validità di esso, ogni considerazione circa la validità ed efficacia dei testamenti precedenti, da esso revocati, si rivelerebbe superflua.

Tanto premesso, si osserva quanto segue: la scheda in oggetto è del seguente tenore letterale: “Non voglio che ci siano liti tra i miei figli che hanno tutti ricevuto.

Non voglio che R. debba restituire ciò che gli ho dato e gli lascio anche tutto ciò che posso lasciare per legge. P.F. che si lamenta e C. hanno ricevuto molto più da mio marito.

Si tenga conto che ho dato a F. qualche miliardo di L. quando era in difficoltà e non me li ha restituiti. Nomino esecutori delle mie volontà mio nipote F. e mio genero P. di cui mi fido.

Prendano i documenti che ho affidato al Notaio G..

Se serve, valutino e dividano i beni

M.S.

Milano-Via …”.

Orbene, parte appellante principale, al fine di prospettare l’irrilevanza-invalidità di detta disposizione di ultima volontà, argomenta sotto molteplici profili, assumendo, sia la sua invalidità per incapacità naturale della testatrice all’atto della redazione, ovvero la sussistenza di vizi della volontà, sia prospettando una peculiare interpretazione di essa secondo la quale la scheda in oggetto sarebbe comunque inidonea a valere quale revoca implicita delle precedenti disposizioni, anche qualora fosse ritenuta espressione di volontà libera della de cuius. La Corte ritiene, anticipando l’esame del terzo profilo in precedenza esposto sempre nell’ambito del secondo motivo di appello, di esaminare subito, per ragioni di chiarezza, l’interpretazione da dare alla scheda indicata, solo con riguardo alla quale si dovrà verificare lo stato di salute ovvero l’assenza di vizi della volontà della testatrice.

Quanto al tenore della scheda, parte appellante censura la metodologia seguita dal Tribunale che ha ritenuto che il testamento segreto abbia revocato tutte le precedenti disposizioni, rimaste, pertanto, estranee al tema del contendere, assumendo, in sintesi, l’insussistenza di qualsivoglia revoca delle precedenti statuizioni in via integrale anche qualora si ritenesse tale atto espressione di libera volontà della testatrice, capace di intendere e di volere, non potendo comunque esso revocare precedenti dichiarazioni di natura ricognitiva e confessoria, e prevedendo esso, inoltre, una condizione non verificata in assenza della quale permarrebbe il diritto di ogni erede e, quindi, anche di F.S.S., ad una divisione paritaria del patrimonio ereditario.

La Corte ritiene che la doglianza svolta non possa essere condivisa. Il tenore letterale del testamento segreto del 16/01/2013 è chiaramente incompatibile con ogni precedente disposizione testamentaria, compresi i due testamenti olografi del 27/12/2012 invocati dalla difesa appellante. Con essi infatti M.S. revocava il testamento pubblico del giorno stesso, 27/12/2012, e richiamava le disposizioni già espresse in precedenza, che erano coerenti con un progetto divisionale che prevedeva l’attribuzione del patrimonio in quote uguali ai tre figli.

Con l’atto testamentario del 16/01/2013, invece, la de cuius volle chiaramente attribuire l’intera quota disponibile al figlio R., contestualmente dispensandolo dalla collazione, così, all’evidenza modificando in radice le sue precedenti disposizioni che erano state sempre finalizzate a mantenere,

considerando anche le donazioni fatte, una divisione paritaria del suo patrimonio, circostanza anch’essa interpretata in tali termini da F.S.S. che, infatti, ha cercato di dare di essa una lettura diversa ma esclusivamente in termini di interpretazione di uno specifico passaggio contenuto nella scheda.

Parte appellante, infatti, ha letto il punto nel quale M.S. precisava: “P.F. che si lamenta e C. hanno ricevuto molto più da mio marito”, assumendo che le disposizioni testamentarie appena richiamate contenute in quell’atto (attribuzione della disponibile a R. e dispensa dalla collazione), che evidentemente modificavano il principio del riparto paritario delle quote ereditarie sancito nelle precedenti schede, dovrebbero intendersi come sospensivamente condizionate. In altri termini, la modifica delle proprie volontà espressa da M.S. nel testamento segreto a detta dell’appellante, andrebbe intesa nel senso che la volontà della stessa di procedere ad un differente riparto delle sue sostanze, in favore di R., sarebbe stata espressa a condizione che F. fosse risultato, dopo la scomparsa della madre, così come C., aver già effettivamente ricevuto più del fratello R. dal padre defunto, mirando, pertanto, la formulazione, del tutto innovativa, espressa nell’atto di ultima volontà a confermare piuttosto che a modificare la pregressa volontà più volte ribadita dalla testatrice di voler sempre garantire un paritario trattamento dei tre figli, considerato l’asse ereditario di entrambi i genitori. Dunque, ad avviso di parte appellante principale, se fosse accertato che così non è stato, non avendo F. ricevuto dal padre più dei fratelli, tali disposizioni sarebbero inefficaci e la successione dovrebbe essere regolata anche dai testamenti precedenti che prevedevano un riparto paritario delle quote fra i tre figli.

La Corte ritiene che tale assunto non possa essere condiviso. L’interpretazione anche solo letterale del testo evidenzia, infatti, come con il testamento in esame M.S., che per la prima volta adottava la modalità del tutto peculiare del testamento segreto, non abbia in alcun modo inteso condizionare le proprie disposizioni più favorevoli a R., a tale accertamento, ovvero ad una verifica dell’uguaglianza delle elargizioni attuate in vita ovvero delle disposizioni testamentarie del coniuge per garantire il mantenimento tra i figli di un riparto uguale del patrimonio di entrambi valutato complessivamente. L’interpretazione prospettata da parte appellante è, infatti, esclusa non solo dallo stesso sviluppo sintattico della scheda, ma anche dall’accurata scelta operata nell’occasione dalla testatrice che utilizza nel testo, conciso ma univoco, l’indicativo come espressione di una sua volontà attuale e ferma (“Non voglio che R. debba restituire ciò che gli ho dato e gli lascio anche tutto ciò che posso lasciare per legge.”). A tale affermazione inequivoca e categorica per l’uso dei termini impiegati, segue altra frase immediatamente collegata alla prima dalla congiunzione di valore esplicativo: “Perché”, che introduce una proposizione causale, che nella lingua italiana di regola indica la causa che il dichiarante ritiene posta a fondamento della proposizione principale e non indica, invece, una condizione della stessa con effetto risolutivo o sospensivo. In altri termini in tale passo M.S. esplicita e spiega, proprio per evitare le tanto temute liti tra i figli, le ragioni di questa sua scelta precisa e innovativa determinata dal fatto che secondo il suo giudizio, gli altri figli hanno già ricevuto molto di più dal coniuge per cui ritiene giusto disporre in favore per una quota ben maggiore a vantaggio di R..

Si deve inoltre considerare che una condizione deve avere ad oggetto un evento futuro e incerto, quantomeno soggettivamente incerto mentre nella scheda in esame non risulta alcun riferimento ad

un evento siffatto, pur essendo all’epoca il coniuge deceduto da tempo ed avendo, pertanto, tutti gli eredi del medesimo già ottenuto quanto di loro spettanza. M.S. afferma, non come ipotesi da verificare, ma come fatto avvenuto, che il figlio F. e la figlia C. “hanno ricevuto molto più da mio marito” senza che, ad opinione della dichiarante, residuino margini di incertezza tali da far ritenere che la testatrice abbia voluto condizionare le disposizioni patrimoniali in favore di R. esclusivamente alla verifica di tale circostanza integrante il motivo delle sue nuove statuizioni e tale da giustificare la ripartizione del suo patrimonio secondo criteri nuovi. A riguardo si deve, inoltre, evidenziare, circostanza di portata dirimente, come la stessa testatrice specifichi nella scheda di aver a sua volta già elargito a F. importi rilevantissimi (“ho dato a F. qualche miliardo di L.”) così ulteriormente chiarendo come anche per tale ragione non intenda lasciare il suo patrimonio in parti uguali ma voglia favorire in maniera netta R..

All’esito di tali univoche emergenze si deve, pertanto, escludere che le disposizioni contenute nel testamento segreto del 16/01/2013 siano condizionate al fatto che i figli C. e F. abbiano ricevuto più dal marito della de cuius.

Ne consegue come sia assolutamente corretta la statuizione del Tribunale nella parte in cui ha ritenuto che il testamento segreto del 16/01/2013 preveda, quanto all’individuazione delle spettanze di ognuno, disposizioni incompatibili con tutti i precedenti testamenti, l’esame specifico dei quali, con riguardo alle condizioni di salute di M.S. all’epoca della loro redazione, risulta, pertanto, del tutto ultroneo. Appare, poi significativo evidenziare non solo come la scheda del gennaio 2013 sia incompatibile con le disposizioni precedenti, in punto di riparto del patrimonio, esprimendo una chiara volontà di differente tenore, ma anche come essa si connoti di un ulteriore elemento innovativo, costituito dalla nomina di esecutori testamentari estranei allo stretto nucleo familiare, che garantiscano il rispetto delle sue volontà, essendosi M.S. evidentemente ben resa conto di scontentare con esso qualcuno degli eredi (in modo significativo si lamenterà lo stesso giorno della redazione della scheda, come meglio si esaminerà nel prosieguo, del fatto che F. abbia avuto nella sua disponibilità all’insaputa della madre dei suoi precedenti testamenti).

A fronte di ciò, è, pertanto, irrilevante l’ulteriore difesa articolata da parte appellante principale secondo la quale, anche ad ipotizzare l’efficacia di revoca dei precedenti testamenti operata da quello in esame, essa dovrebbe essere, comunque, circoscritta solo alle parti volitive e dispositive contenute nei testamenti precedenti a quello segreto e non anche alle espressioni di contenuto confessorio o ricognitivo, cioè alle c.d. dichiarazioni di scienza espresse da M.S. in tali atti. Ciò che in questa sede rileva è, infatti, la circostanza di portata dirimente, secondo la quale se il testamento segreto dovesse essere considerato valida espressione della volontà libera e consapevole della testatrice, la successione di M.S. deve essere regolata sulla base di quest’ultimo e risulta quindi ultronea ogni valutazione in ordine alla validità dei precedenti testamenti, fermo restando la necessità di verificare se sia stata fornita prova dalla parte che l’invochi della natura effettivamente donativa di quanto oggetto di dichiarazione fatta dalla testatrice in precedenti schede (in ordine alla natura non confessoria e, quindi, priva di valore probatorio delle dichiarazioni ricognitive fatte nel testamento dal de cuius , vedasi Cass., sez. II, 22 febbraio 2022, n. 5729; Cass., sez.II, 15 maggio 2013, n. 11737).

Così circoscritto il tema del contendere, occorre, dunque, valutare i profili attinenti alla validità delle disposizioni testamentarie della de cuius, con particolare riguardo al predetto testamento segreto del 16/01/2013.

Con il primo profilo del secondo motivo (cfr. supra 2.2.1), ampiamente argomentato, l’appellante principale dà conto di numerose circostanze che, a suo avviso, attestano la prospettata incapacità naturale della testatrice a far tempo, quantomeno, dal giugno 2011 fino alla sua morte, e quindi anche nel gennaio 2013.

A parere del Collegio, tali doglianze non possono in alcun modo sorreggere sul punto la riforma della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che alla data del 16/01/2013 la de cuius fosse capace di intendere e di volere, per le ragioni che seguono.

L’art. 591, comma 2 c.c. dispone che “sono incapaci di testare: … 3) quelli che, sebbene non interdetti, si provi essere stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere e di volere nel momento in cui fecero testamento”.

La giurisprudenza unanimemente ritiene che lo stato di incapacità di testare debba essere valutato con particolare rigore, non essendo sufficiente una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì occorrendo la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi (Cass., 19/02/2018, n. 3934; Cass., 23/12/2014, n. 27351).

Quanto alla prova dell’incapacità, che può essere data con ogni mezzo, in caso di infermità tipica, permanente ed abituale l’incapacità si presume e la prova che il testamento sia stato redatto in un momento di lucido intervallo grava su chi affermi la validità del testamento; al contrario, nel caso di infermità intermittente o ricorrente, poiché si alternano periodi di capacità a periodi di incapacità, non sussiste la presunzione indicata, e la prova della sussistenza di essa deve essere data da chi impugni il testamento (Cass., 10/10/2018, n. 25053; Cass., 15/04/2010, n. 9081).

Ai fini della formulazione di tale complesso giudizio, si è ribadito come il Giudice non possa ignorare il contenuto stesso intrinseco dell’atto di ultima volontà e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle disposizioni in esso espresse nonché facendo riferimento ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate (Cass., 10/10/2018, n. 25053; Cass., 22/05/1995, n. 5620).

A fronte di tale inquadramento giurisprudenziale, non pare al Collegio che parte appellante principale abbia fornito la prova che M.S. nel gennaio 2013 versasse in uno stato di incapacità tale da renderla priva in modo assoluto della coscienza dei propri atti e della volontà di determinarsi coerentemente con essi, né vi è prova di uno stato di incapacità permanente o abituale della testatrice che possa giustificare un differente criterio di riparto probatorio.

È pacifico che M.S. nel gennaio 2013 stava per compiere 96 anni, non deambulava autonomamente ed era assistita da almeno due collaboratori domestici. Allo stesso modo non è contestato che viveva in un appartamento della palazzina di famiglia di Via A. n. 1 in M. ove avevano residenza anche i figli R. e C. con le rispettive famiglie.

Quanto alla documentazione medica in atti, risulta quanto segue.

Dal giugno 2011, si manifestavano ricorrenti episodi di assopimento di M.S. dovuti all’abbassamento di valori elettrolitici ed altre alterazioni metaboliche. Le veniva dunque somministrata una terapia per ripristinare i corretti valori ematici e l’iposodiemia in precedenza riscontrata si risolveva nel gennaio 2012.

Nell’aprile 2012, la paziente veniva visitata dal suo neurologo dott. C.P., il quale dava atto della comparsa di fenomeni allucinatori visivi e confabulazioni dall’agosto-settembre 2011, in parte favoriti dalla poi risolta iposodiemia. Il neurologo prescriveva dunque terapia farmacologica con assunzione di basse dosi di S., grazie alla quale dalla fine di giugno 2012 i fenomeni allucinatori non si ripresentavano (cfr. relazione del dott. P. del 29/03/2014).

Una nuova visita del medesimo specialista in data 15/01/2013 dava atto che M.S. “è vigile, orientata bene nello spazio e con un minimo disorientamento temporale. Non mostra deficit di memoria né nel riconoscimento delle persone” e “risulta in grado di intendere e volere”.

Inoltre, il professionista nella già richiamata relazione sullo stato di salute di M.S. del 29/03/2014 descriveva l’andamento delle condizioni di salute della de cuius ed illustrava come l’iniziale decadimento cognitivo con assopimenti ed allucinazioni che l’aveva colpita fosse stato validamente contrastato con la terapia prescritta dallo stesso medico, sicché le condizioni di salute della paziente erano migliorate in modo significativo nel corso del 2012.

Orbene, la Corte ritiene che, a fronte di ciò, a differenza di quanto prospettato dalla difesa di parte appellante principale, alcuno spazio residua per sostenere che la testatrice da anni fosse affetta da una condizione permanente di incapacità di intendere e di volere, tale da giustificare l’operatività della presunzione di incapacità naturale invocata, gravando, pertanto, su chi impugni il testamento fornire rigorosa prova della stessa (cfr. ancora Cass., 10/10/2018, n. 25053; Cass., 15/04/2010, n. 9081).

Molteplici elementi attestano la assoluta carenza di tale assunto.

In primo luogo, si osserva che non è in alcun modo rilevante, in sé considerata, l’età avanzata della de cuius e la sua infermità fisica, che rendeva necessaria un’assistenza continuativa all’anziana, che necessitava di aiuti. E’, infatti, indubbio come difficoltà di deambulazione o anche condizioni di allettamento non siano significative di carenza o addirittura di incapacità di intendere e di volere di M.S., trattandosi di limitazioni di differente rilievo, soprattutto se non collegate ad accertate malattie degenerative coinvolgenti entrambi detti profili.

In tale contesto, non si può ignorare, inoltre, il chiaro contenuto del certificato medico del 15/01/2013 redatto il giorno precedente il testamento segreto, da uno specialista del settore che da tempo aveva in cura la paziente, conoscendone, pertanto le problematiche e le difficoltà, certificato che dava atto che M.S. “risulta in grado di intendere e volere” illustrando al contempo le ragioni di tale valutazione. Oltre a ciò, come sopra descritto, il quadro clinico di M.S. non era tale da determinare una assoluta e permanente sua incapacità di intendere e di volere né l’appellante principale ha allegato e provato elementi specifici che possano indurre a conclusioni differenti rispetto a quanto affermato dal

neurologo della de cuius dott. C.P., che l’aveva visitata in tempi e in occasioni diverse, dando conto del complessivo andamento dello stato di salute della sua paziente sia nel pregresso che nell’attualità.

Né possono essere condivise le generiche censure di inattendibilità di tali certificati mosse dalla difesa appellante. Contro siffatte prospettazioni si deve considerare come lo specialista in questione avesse più volte visitato M.S., provvedendo a prescriverle il trattamento farmacologico ritenuto più idoneo che aveva consentito la progressiva regressione degli episodi di tipo allucinatorio in precedenza rilevati e descritti, provvedendo successivamente a monitorare le sue condizioni fino a redigere una relazione che appare coerente e completa e ciò a maggior ragione in assenza di censure medico-legali specifiche da parte della difesa dell’appellante principale.

Sul punto, certamente per una differente valutazione, non depongono le risultanze del verbale di udienza del 17/04/2014, redatto dal Giudice Tutelare del Tribunale di Milano nell’ambito della procedura per la nomina di un amministratore di sostegno promossa da F.M.S.S., all’esito dell’esame di M.S. avvenuto presso la sua abitazione. Dalla lettura del verbale ben emerge, infatti, che, sebbene l’amministranda avesse mostrato nell’occasione un iniziale disorientamento temporale (circostanza di cui pure dà atto il dott. P. nei propri certificati), affermando che era “giovedì, marzo 17 – 1957”, occorre al contempo evidenziare come la stessa, pur trovandosi in una situazione del tutto particolare per la presenza di un estraneo che faceva domande sulla sua persona, riferisse correttamente che il Presidente della Repubblica allora in carica era Napolitano e che il Presidente del Consiglio dei Ministri era Renzi, evidentemente consapevole dell’epoca storica che si trovava a vivere, non avendo potuto certamente sapere in anticipo quali domande le sarebbero state poste nell’occasione per preparare, in ipotesi, risposte adeguate.

Inoltre, si deve sottolineare come M.S. abbia anche fornito risposte precise in relazione al suo menage di vita, avendo dichiarato al Giudice di essere solita rivolgersi mensilmente alla nuora quando aveva bisogno di conoscere gli importi depositati sul proprio conto corrente, precisando che il proprio patrimonio era all’epoca gestito dal figlio R. e che era contenta del suo operato, aggiungendo di essersi rivolta ad un avvocato a seguito delle accuse mosse dal figlio F. dichiarando di voler “lasciare tutto come era”, affermando che non amava parlare di cose private in pubblico. Nel complesso anche in tale occasione dava quindi prova di aver mantenuto una sua personalità e una indubbia capacità di esprimere i propri convincimenti, orientandosi nel contesto storico nel quale si trovava, del quale comprendeva gli accadimenti, secondo modalità significative di una permanente capacità di intendere e di volere. Né, sul punto, può essere valutata in senso diverso la decisione del Giudice Tutelare di disporre una c.t.u. medico-legale, poi non effettuata a seguito del decesso dell’amministranda, trattandosi di iniziativa che, in presenza di una asserita acclarata e palese situazione di assenza di lucidità non avrebbe certamente neppur preso in considerazione, potendo provvedere direttamente alla nomina di un amministratore di sostegno senza ulteriori verifiche. Se oltre a ciò si considera che l’esame descritto si è svolto a distanza di oltre un anno dalla data di redazione del certificato medico del gennaio 2013, risulta ancor più evidente come le condizioni di salute di M.S. all’epoca di tale incombente fossero ancora del tutto coerenti con la condizione di capacità di intendere e di volere riscontrata sussistente l’anno precedente.

Ed ancora, del tutto priva di rilievo risulta, diversamente da come prospettato da parte appellante, la documentazione medica allegata alla richiesta di riconoscimento dell’invalidità trasmessa all’INPS in data 15/02/2014. Si tratta, infatti, di certificazione specificatamente finalizzata all’ottenimento di agevolazioni amministrative, che, come tale, non rileva ai fini dell’accertamento dello stato di capacità della testatrice alla data del 16/01/2013 in quanto avente diversa finalità ed essendo, anch’essa, successiva di oltre un anno rispetto alla data di redazione della scheda testamentaria in esame.

Non merita, inoltre, accoglimento l’ulteriore argomento svolto secondo il quale avrebbe pesantemente inciso sulle condizioni di salute mentale di M.S. anche l’assunzione a lei praticata del farmaco “S.”. Il parere medico-legale prodotto dall’appellante (doc. n. 48) risulta a riguardo del tutto generico, indicando, quali effetti indesiderati molto comuni, vertigini, sonnolenza e cefalea, le quali certamente non sono significative di alterazioni dello stato psichico del paziente, dovendo, inoltre, tali effetti essere rapportati sia alle condizioni specifiche del singolo paziente sia al dosaggio somministrato che, con riguardo a M.S., era stato prescritto in misura contenuta.

Se, dunque, già tutte le risultanze esaminate, in assenza di documentati elementi di segno contrario, di natura medico-legale, inducono a escludere la prospettata incapacità naturale di M.S. all’epoca della redazione del testamento in contestazione, si deve evidenziare come lo stesso contenuto di tale atto di ultima volontà risulti significativo di una volontà della testatrice lucida e ben determinata assolutamente avulsa da espressioni eccentriche incomprensibili o addirittura farneticanti.

Tale atto, sebbene contenga disposizioni diverse ed incompatibili con il precedente riparto in pari quote del patrimonio, appare, infatti, pienamente coerente con gli eventi accaduti in quello stesso lasso temporale, che possono aver ragionevolmente indotto M.S. ad un ripensamento circa le proprie volontà testamentarie.

Ci si intende riferire, come documentato in atti, alla circostanza secondo la quale M.S. era appena venuta a conoscenza di un lettera inviata dal legale di F.M.S.S. ai figli R. e C., del 2 dicembre 2012, con la quale il primo contestava la gestione dell’anziana e l’iniquità delle disposizioni patrimoniali effettuate dalla stessa. Inoltre, era emerso che questi aveva sottratto alcuni testamenti e documenti alla madre per prenderne visione e trattenerne una copia. A fronte di ciò, M.S. addolorata e indignata, evidentemente avuta conoscenza di tale iniziativa, reagiva, annotando di proprio pugno sulla copia della lettera del legale del figlio F. le seguenti parole “Milano, 16-1 2013 Non ho dato copia dei testamenti a F..

Questa cosa è per me un grande dolore. Io non ho bisogno di alimenti. M.S.”.

È, dunque, del tutto verosimile che M.S., che nel corso della vita si era preoccupata di garantire una equa distribuzione delle proprie ricchezze (ne è testimonianza il numero di testamenti redatti, i quali differentemente da quanto allegato dalla difesa dell’appellante non sono, per ciò solo, prova di una instabilità psichica dell’anziana ma, al contrario, di una sua costante preoccupazione di dividere i propri beni equamente e soprattutto di prevenire liti), abbia consapevolmente deciso a quel punto di rivedere le proprie disposizioni di ultima volontà a causa del comportamento di F.. Il riferimento alle liti fra i figli è chiaro in tal senso e testimonia una capacità della de cuius di comprendere gli accadimenti di quei giorni e di orientarsi conseguentemente.

Anche il contenuto di una successiva lettera della stessa ai tre figli del 18 luglio 2013 conferma come anche all’epoca M.S. mantenesse una immutata capacità di comprendere il significato dei propri atti e di ricordare il passato. Ella, infatti, nell’occasione, ancora ribadiva: “non voglio che ci siano tra di voi gli avvocati. Non ho dato a chicco i miei testamenti né lo ho autorizzato a darli ad alcuno. Ho dato allo Studio G. le mie carte e per chiudere la questione gli ho dato le mie ultime volontà che revocano le precedenti”. Il riferimento alle “carte consegnate” allo Studio G., dunque, deve essere interpretato come una conferma che M.S. era consapevole del contenuto e degli effetti delle proprie disposizioni testamentarie, nonché delle modalità con le quali erano state raccolte, che ben ricordava, con scelta di una forma fino a quel momento mai adottata alla quale aveva fatto ricorso per contrastare il rischio che le proprie volontà non fossero adeguatamente custodite. Per completezza pare poi utile rilevare come la stessa consegna della scheda testamentaria con le modalità descritte richiedesse da parte del notaio di essa depositario, la verifica delle condizioni di salute della testatrice che a lui si rivolgeva, attestate dal certificato medico legale redatto il giorno precedente, circostanza che ulteriormente conferma, sia pure solo a livello indiziario, l’assenza di condizioni palesi di incapacità naturale in capo alla testatrice nell’occasione (Cass., sez. II, 4 maggio 1982, n. 2741).

All’esito di tutte le univoche emergenze esaminate, la Corte ritiene che si debba integralmente confermare la sentenza impugnata nella parte in cui ha respinto la domanda di accertamento dell’invalidità del testamento del 16/01/2013 per incapacità naturale della testatrice senza necessità di disporre qualsivoglia approfondimento istruttorio come sollecitato anche nel presente grado, nell’ambito dello stesso secondo motivo di censura da parte appellante (cfr. supra 2.2.2).

Le prove orali dedotte nonché le richieste di ordine di esibizione e di c.t.u. medico-legale sullo stato di salute della testatrice, appaiono, infatti, del tutto ultronee, inammissibili e, quanto alle richieste di consulenza tecnica, esplorative.

Quanto ai capitoli di prova orale, si osserva che essi sono volti a provare circostanze non contestate o già oggetto di prova documentale (cap. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 9, 13, 14, 15, 17, 18, 21, 22, 23, 24, 27, 30, 33, 34), ovvero circostanze irrilevanti ai fini di determinare la capacità di testare (cap. 8, 11, 12, 19, 20, 25, 26, 28, 29, 31, 32, 35) o risultano valutativi (cap. 16).

Con riguardo agli ordini di esibizione ex art. 210 c.p.c., il Tribunale ha richiamato giurisprudenza pertinente e condivisibile secondo la quale non sono ammissibili istanze di esibizione quando non individuino specificamente i documenti da esibire né quando i documenti siano acquisibili aliunde.

E’ sufficiente considerare che l’odierno appellante domanda l’esibizione di intere cartelle cliniche, di tutta la documentazione bancaria non meglio precisata, di tutta la documentazione olografa e

manoscritta eventualmente nella disponibilità del notaio dott. G. e del notaio dott. P. riferibile alla de cuius senza allegare specificamente il contenuto e la rilevanza probatoria di tali documenti ovvero l’epoca di redazione dei singoli atti, perché risulti evidente la natura assolutamente esplorativa di tali richieste, che devono essere anche nella presente sede dichiarate inammissibili.

Allo stesso modo non si giustifica la reiterata richiesta di una c.t.u. medico-legale postuma sullo stato di salute di M.S. al gennaio 2013, dal momento che la consulenza tecnica d’ufficio non costituisce un mezzo di prova in senso proprio ma un mezzo di valutazione della prova, che viene in considerazione quando il Giudice non disponga delle competenze tecniche necessarie per valutare gli elementi probatori prodotti dalle parti.

Essa, nel caso di specie non è certamente necessaria, dal momento che, a fronte di documentazione medico-legale immediatamente apprezzabile dal Giudice ed attestante la capacità di intendere e di volere della de cuius al gennaio 2013, proveniente, si ripete, da uno specialista del settore che da tempo aveva in cura M.S. che ben conosceva, parte appellante non ha prodotto alcun elemento probatorio di segno contrario che necessiti di una valutazione medico-legale, apparendo, pertanto, superflua anche la richiesta perizia psichiatrica-grafopatologica nuovamente sollecitata.

Da ultimo, devono essere dichiarati inammissibili, ai sensi della previsione di cui all’art. 345 c.p.c,. i documenti C e D prodotti per la prima volta in grado di appello da parte appellante principale e contenenti dichiarazioni asseritamente confessorie rese da R.S.S. circa lo stato di inemendabile decadimento della madre, con riguardo ai quali la difesa argomenta nell’ambito del sesto profilo del secondo motivo di censura. L’inutilizzabilità di dette produzioni assolutamente tardive è palese: si tratta, infatti, di documenti formatisi addirittura nel 2012 che la parte ben avrebbe potuto produrre in primo grado, a nulla rilevando che vertano su fatti già allegati in tale sede non avendo la difesa neppur allegato in ipotesi per quali ragioni a lei non imputabili non abbia potuto provvedere tempestivamente in precedenza.

Non merita, analogamente, accoglimento il quarto profilo del secondo motivo d’appello, riguardante l’invalidità del testamento segreto per dolo o captazione e supra compendiato (cfr. 2.2.4).

Parte appellante, nel censurare sul punto la sentenza, non ha infatti allegato né provato alcun comportamento degli appellati, e, in particolare, del fratello R., atto ad integrare l’invocato vizio della volontà della testatrice.

Il principio di diritto citato dal Tribunale secondo il quale per essere il dolo motivo di invalidità del testamento, esso presuppone il compimento di atti fraudolenti che siano idonei a trarre in inganno il testatore suscitando false rappresentazioni ed orientando la sua volontà sulla base di tali atti fraudolenti, non essendo sufficienti invece influenze di carattere psicologico esercitate mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, è condiviso anche dalla Corte (cfr. anche Cass. 28/02/2018, n. 4653; Cass., 11/04/2017, n. 9309).

La difesa di F.S.S. assume, invece, di aver dato prova di tali condotte fraudolente poste in essere da R.S.S..

In realtà, nessuna delle condotte allegate può essere inquadrata nell’ambito del vizio prospettato in assenza di prova di un atto fraudolento, consapevolmente orientato a trarre in inganno la testatrice, posto in essere da altro soggetto.

In primo luogo, la mera circostanza secondo la quale M.S. e i figli R. e C. vivessero nella stessa palazzina di famiglia in Via A. n. 1 a Milano, e che l’anziana madre fosse circondata dalle loro attenzioni nelle necessità quotidiane nonché da quelle delle rispettive famiglie, suoi principali riferimenti, certamente non è significativa di condotte di captazione della sua volontà. La condizione descritta attiene, infatti, al contesto di vita della madre negli ultimi anni di esistenza, ma non può costituire anche solo un indizio di approfittamento da parte dei figli in suo danno della sua volontà e ciò tanto più ove si consideri come lo stesso F.M. neppur abbia prospettato di essere stato tenuto lontano dalla congiunta ovvero di essere stato isolato da qualsivoglia contatto con lei, avendo, anzi allegato, pur avendo residenza altrove, di aver sempre fatto visite periodiche alla stessa presso il suo appartamento.

Se oltre a ciò si tiene presente che fin dal 1/03/1991 M.S. aveva conferito una procura generale al figlio R. per il compimento di qualsiasi atto di amministrazione ordinaria e straordinaria e di disposizione del patrimonio, appare ancor più difficile anche solo ipotizzare una condotta di approfittamento realizzata da questi, peraltro non si sa in quale modo, a danno della madre in un’epoca nella quale essa era molto più attiva ed autonoma.

A partire da tale momento, in cui è pacifico che M.S. fosse nel pieno delle proprie facoltà psico- fisiche, il figlio R. risulta aver fornito alla madre continua collaborazione nella gestione del cospicuo patrimonio a lei intestato. Nel contesto di tale rapporto fiduciario, diversamente da come prospettato da F., risulta del tutto fisiologico che i conti e le analisi economico-finanziarie del complesso ed esteso patrimonio sia mobiliare che immobiliare, fossero redatti dal figlio R., anche a computer e mediante l’utilizzo dei più comuni software di calcolo, senza che ciò possa in alcun modo indurre a ritenere sussistente una qualsivoglia attività ingannatoria da parte del figlio nei riguardi della madre.

In tale contesto, in totale assenza di elementi di prova specifici non offerti da parte appellante, risulta del tutto naturale che M.S. condividesse alcune delle analisi compiute con l’assistenza del figlio relative alla destinazione dei beni di famiglia, come accaduto fra il 2002 ed il 2006. La mera circostanza secondo la quale dette analisi implicassero anche complesse valutazioni di natura economico-finanziaria che, a detta di F., sarebbero state incomprensibili per l’anziana madre non integra un elemento significativo di una condotta fraudolenta ovvero indizio di captazione della

volontà della congiunta, in assenza, si ripete, di prova della scorrettezza ovvero della contrarietà ad una volontà che si sarebbe ben altrimenti indirizzata mai fornita dall’appellante.

Se, per completezza, si valuta come ancora negli ultimi mesi di vita, M.S., in sede di esame innanzi al Giudice Tutelare, avesse ribadito di avere piena fiducia nel figlio R., da lei scelto per l’amministrazione del suo patrimonio, occorre ribadire come la prospettazione di una volontà viziata da dolo o da captazione articolata nel presente giudizio risulti del tutto infondata.

Analogo rigetto si impone, quindi, anche con riferimento ad altra argomentazione svolta da parte appellante a detta della quale R. avrebbe maliziosamente portato all’attenzione della madre le lettere di contestazione a lui inviate dal legale di F.M. al fine di indurla a testare in senso più favorevole a sé e sfavorevole al fratello.

A riguardo si deve, infatti, considerare che siffatta condotta neppure in astratto integrerebbe una ipotesi di dolo non consistendo in un comportamento fraudolento volto a far apparire una realtà insussistente. Rivelare alla madre il contenuto di una lettera, destinata ad altri, ma effettivamente inviata ed avente effettivamente il tenore nei termini mostrati alla congiunta, (con la quale F.M. contestava a R. i criteri di gestione del patrimonio materno, anche in un’ottica di pianificazione successoria), non integra certamente un atto di frode. Tale iniziativa non consiste in una falsa rappresentazione della realtà atta a trarre in inganno la testatrice, ma consta in un mero disvelamento di circostanze verificatesi e percepite come dolorose dalla stessa (come da M.S. riportato nell’annotazione a mano del 16/01/2013) che ben possono aver indotto la testatrice ad un libero ripensamento circa le proprie disposizioni testamentarie in senso sfavorevole al figlio F.M., erede solo nei limiti di quanto consentito per legge, come la stessa testatrice ebbe cura di precisare nel testamento segreto.

Va dunque confermata anche sul punto la sentenza del Tribunale, che ha correttamente respinto l’impugnazione del testamento per captazione.

Il quinto profilo del secondo motivo (cfr. supra 2.2.5), con cui si domanda la riforma della sentenza nella parte in cui non ha dichiarato l’annullamento del testamento per dolo, violenza o errore del testatore, è parimenti infondato.

Ed, invero, ogni censura inerente all’asserita condotta dolosa dei fratelli R. e C., quest’ultima peraltro ben poco citata nelle prospettazioni di parte appellante, in danno di M.S., è assorbita da quanto appena ritenuto, dal momento che dolo e captazione determinano la medesima invalidità dell’atto testamentario, apparendo superfluo ogni ulteriore approfondimento (da ultima v. Cass. 28/02/2018,

n. 4653), così come alcuna prova è stata fornita a sostegno dell’asserita violenza anche solo psicologica, ovvero minaccia esercitata da controparte sulla testatrice.

A riguardo parte appellante assume che tale condotta sarebbe consistita in una sorta di violenza morale esercitata dagli appellati R. e C. in danno dell’anziana madre che negli ultimi anni di vita era divenuta totalmente dipendente da loro.

Orbene, premesso che la sussistenza di una situazione di violenza morale va valutata con particolare rigore a tutela dell’assoluta libertà testamentaria e con specifico riferimento alla condizione di vita, allo stato di salute e all’età del testatore, si deve ancora una volta evidenziare come nel caso di specie parte appellante non abbia allegato alcuno specifico atto anche solo latamente violento o minaccioso posto in essere dai figli in danno della testatrice, che possa averla costretta o indotta a disporre del suo patrimonio in loro favore, rectius a favore di R..

Non si possono certamente considerare tali le attività di assistenza nella gestione del patrimonio materno svolte da R. nel corso degli anni, né vi è ragione di ritenere che la madre sia stata in alcun modo costretta a ratificarle, secondo quanto già supra ritenuto.

Sul punto, ancora una volta, pare opportuno evidenziare che pochi mesi prima della sua morte M.S. affermava di ben essere consapevole del ruolo svolto a riguardo dal figlio R. e di essere pienamente soddisfatta di tale gestione che non necessitava di modifica di sorta, come verbalizzato nel corso del suo esame innanzi al Giudice tutelare.

Si deve, ugualmente escludere anche il prospettato errore sui motivi che hanno condotto M.S. a disporre nei termini di cui al testamento segreto del 16/01/2013.

La stessa testatrice nello statuire nei termini ivi espressi, aveva giustificato la volontà di attribuire a R. tutta la disponibile e la dispensa dalla collazione in suo favore con la seguente affermazione: “P.F. che si lamenta e C. hanno ricevuto molto più da mio marito”.

Orbene, una volta escluso, per le ragioni in precedenza esaminate, che tale disposizione possa essere interpretata come una condizione apposta alle sue disposizioni, nessuno spazio residua per ipotizzare che sussistano i presupposti per un annullamento del testamento per errore.

L’art. 624, comma 2, c.c. dispone: “L’errore sul motivo, sia esso di fatto o di diritto, è causa di annullamento della disposizione testamentaria, quando il motivo risulta dal testamento ed è il solo che ha determinato il testatore a disporre”.

L’errore sui motivi, ossia la falsa conoscenza di un elemento oggettivo della realtà che influisce in modo determinante sulla volontà testamentaria, è causa di annullamento del testamento solo quando esso sia effettivamente sussistente ed il motivo sia esclusivo e desumibile dal testamento.

L’appellante principale deduce che la testatrice sarebbe caduta in errore poiché avrebbe motivato le disposizioni del testamento segreto su una circostanza, il fatto che C. e F. abbiano ricevuto più dal marito premorto, che non si è verificata.

Tuttavia, la stessa parte appellante non prova in alcun modo che F. e C. abbiano ricevuto di più dal marito della de cuius e dunque non vi è prova alcuna che la testatrice abbia disposto sulla base di una falsa conoscenza della realtà, unico motivo determinante del suo agire.

Inoltre, il Collegio osserva che parte appellante neppur prova che tale motivo (il fatto che C. e F. ottennero di più dalla successione paterna) sia stato esclusivo e, pertanto, abbia determinato la volontà testamentaria di M.S., non appena si consideri come nel testamento segreto essa abbia fatto espresso riferimento anche alle lamentele avanzate dal figlio F., di cui era venuta a conoscenza nelle settimane immediatamente precedenti al perfezionamento del testamento segreto, da lei ritenute assolutamente ingiustificate.

Conclusivamente, anche tale profilo deve essere rigettato, con conferma della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto valido il testamento segreto del 16/01/2013 e ha considerato la successione di M.S. regolata in via esclusiva dal predetto atto di ultima volontà.

6. Il terzo motivo dell’appello principale: la nullità della c.t.u.

Il terzo motivo dell’appello principale, volto a far accertare la nullità della c.t.u. disposta in primo grado sotto plurimi profili, è nella sua interezza infondato e deve essere rigettato.

Deve essere, anzitutto, disattesa la dedotta censura di nullità della consulenza tecnica d’ufficio disposta, per avere il G.I. nominato un esperto non iscritto all’Albo del Tribunale di Milano, senza indicazione dei motivi della scelta nel relativo provvedimento, a norma dell’art. 22, comma 2, disp. att. c.p.c. (cfr. supra 2.3.1.).

È stato, infatti, costantemente affermato dalla giurisprudenza di Legittimità, a cui la Corte intende aderire, che l’articolo invocato, facente parte delle disposizioni di attuazione del codice di rito, non ha natura cogente. Ne consegue che l’inosservanza di esso da parte del Giudice che, secondo il proprio apprezzamento discrezionale, affidi l’incarico ad un consulente non iscritto ad alcun albo e non indichi nel provvedimento i motivi di tale scelta, non è causa di nullità della consulenza stessa (Cass., 28/09/2015, n. 19173; nonché Cass., n. 7622/2010; Cass., n. 6050/2010; Cass., n.5473/2001; Cass., n. 889/1998; Cass., n.453/1985).

Nella sentenza impugnata, peraltro, il Tribunale dava atto che la consulente dott.ssa M.D.M., risultava presente nell’elenco dei collaboratori del Tribunale disponibili al momento della nomina e che anche per tale ragione la scelta era ricaduta sulla predetta.

Neppure il secondo profilo del terzo motivo di appello, con il quale si prospetta la nullità della c.t.u. in ragione dell’acquisizione irrituale di documenti e la violazione del principio del contraddittorio consistita nello scambio di corrispondenza unilaterale con i consulenti di parte (cfr. supra 2.3.2), può trovare accoglimento.

Giova sul punto richiamare la recente giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte Suprema n. 3086/2022 con la quale, a risoluzione di un parziale precedente contrasto e disattendendo la decisione espressa da Cass n. 27776/2019, richiamata dall’appellante principale, a seguito di ampia ed articolata motivazione, ha affermato il seguente principio di diritto: “In materia di consulenza tecnica d’ufficio il consulente nominato dal giudice, nei limiti delle indagini commessegli e nell’osservanza del contraddittorio delle parti, può acquisire, anche prescindendo dall’attività di allegazione delle parti, non applicandosi alle attività del consulente le preclusioni istruttorie vigenti a carico delle parti, tutti i documenti che si rende necessario acquisire al fine di rispondere ai quesiti sottopostigli, a condizione che essi non siano diretti a provare i fatti principali dedotti a fondamento della domanda e delle eccezioni che è onere delle parti provare e, salvo quanto a queste ultime, che non si tratti di documenti diretti a provare fatti principali rilevabili d’ufficio”.

Consegue a ciò che l’acquisizione di documenti da parte dei c.t.u., ed in particolare, come censurato da parte appellante, del regolamento condominiale dell’immobile di Via A. n. 1 datato 20/12/2016, non può essere valutata come illegittima, in quanto del tutto conforme al recente insegnamento della Suprema Corte, riguardando il documento in esame non già l’accertamento di un fatto principale ma un fatto secondario e nel rispetto del principio del contraddittorio. I c.t.p. hanno, infatti, avuto modo nel corso dell’articolata consulenza, di contraddire sulle valutazioni operate dai c.t.u. con riguardo alla palazzina di Via A. n. 1. In particolare, dalla lettura del doc. 10 allegato all’elaborato, emerge che nell’incontro del 19/06/2018 i consulenti di parte avevano discusso ampiamente in ordine alla valutazione degli immobili milanesi e con riguardo al fabbricato di Via A. n. 1, così come ben emerge che già in quella sede si erano confrontati in ordine alla natura condominiale o non condominiale dell’immobile.

Emerge, inoltre, dalle stesse osservazioni dei consulenti di parte attrice, odierna parte appellante, come fosse stata proprio quest’ultima a sollecitare l’acquisizione di un “documento che potesse effettivamente documentare la pertinenza di tali porzioni ad un “asserito condominio” e quindi a titolo esemplificativo costituzione di condominio, regolamento di condominio, assemblea condominiali mai richieste dalle CTU, pur avendone espressa delega dal giudice nel quesito” (c.t.u., p. 19). Dunque, la stessa parte appellante, che ora censura tale iniziativa, riconosceva che rientrava fra i poteri dei c.t.u. l’acquisizione del predetto documento tanto da sollecitarlo sul punto.

Deve essere, ugualmente, disattesa la censura di nullità dell’elaborato asseritamente derivante dalla circostanza di aver i consulenti intrattenuto corrispondenza unilaterale con alcuni c.t.p.. Tale condotta non costituisce alcun vulnus ai diritti di difesa delle parti, le quali sono state sempre messe nella condizione di contraddire nel contesto delle operazioni peritali sulle diverse questioni,

partecipando ai singoli incontri e presentando osservazioni alla bozza di elaborato peritale sottoposta a tutte le parti dai c.t.u.. La stessa difesa appellante, peraltro, pur lamentando l’irritualità di rapporti diretti tra i consulenti, documenta a sua volta numerosi scambi di corrispondenza fra il proprio c.t.p. e i c.t.u. secondo lo stesso modus operandi poi stigmatizzato, senza neppur chiarire come tale gestione della procedura possa aver leso i propri diritti di difesa.

Allo stesso modo si deve escludere che integri nullità dell’elaborato la censurata mancata verbalizzazione degli incontri fra i consulenti dell’Ufficio e delle parti (cfr. supra 2.3.3). Come già ritenuto dal Tribunale, ai sensi dell’art. 195 c.p.c., l’obbligo di redigere il processo verbale degli incontri sussiste esclusivamente quando essi si tengano alla presenza del Giudice, come confermato da uniforme giurisprudenza (Cass., 11/05/2005, n. 9890; Cass., 03/01/2003, n. 15; Cass., 14/04/1999, n. 3680). Se le indagini sono compiute direttamente dal c.t.u., questi ne deve fare relazione nel proprio elaborato, senza necessità di redigere processo verbale degli incontri ed il contraddittorio è garantito dall’obbligo dei c.t.u. di inserire le osservazioni e le istanze che le parti hanno compiuto nel corso delle indagini.

Non induce a ritenere diversamente il contenuto dell’incontro del 19/06/2018 di cui parte appellante lamenta l’omessa verbalizzazione, con riguardo ai criteri per la valutazione di alcuni immobili milanesi, dal momento che la stessa parte appellante ha dato atto che a tale incontro aveva partecipato il proprio consulente, non comprendendosi come l’omessa verbalizzazione possa in ipotesi aver leso il diritto di difesa della stessa. Per completezza si osserva, peraltro, che il doc. 10 allegato alla relazione dei consulenti, pur non redatto contestualmente alla riunione, dà conto del contenuto dell’incontro del 19/06/2018 nelle 10 pagine di cui si compone.

Deve essere, quindi, respinta anche la prospettata nullità della c.t.u. collegiale, per l’asserito preponderante contributo in essa fornito da una consulente rispetto all’attività prestata dall’altra. Anche sul punto, infatti, vanno condivise le valutazioni svolte dal Tribunale, il quale ha escluso qualsivoglia profilo di nullità della consulenza richiamando puntuale giurisprudenza formatasi a riguardo. Si è, infatti, affermato che “Il principio di collegialità non esclude che fra i componenti di un collegio di consulenti tecnici sia fatta distribuzione di particolari attività, tanto più quando alcuni di essi abbiano una competenza professionale distinta da quella degli altri, purché i risultati dell’attività di ciascuno siano partecipati agli altri e da questi valutati, sicché collegialmente si formino le conclusioni da sottoporre al giudice” (Cass., 04/01/2017, n. 96; Cass., 13/07/2017, n. 17339).

È infatti irrilevante che i rapporti con i c.t.p. siano stati tenuti prevalentemente dalla dottoressa D.M. o che solo essa abbia materialmente redatto i primi schemi di stima degli immobili, poiché è dirimente esclusivamente che i c.t.u. abbiano comunque collegialmente condiviso la relazione e le conclusioni sottoposte al Tribunale e da loro sottoscritte, espressione di una concorde valutazione.

Diversamente da come argomentato da parte appellante, si rileva poi che la stessa ha dato atto della circostanza secondo la quale, nel corso delle operazioni peritali, l’Arch. P. avesse svolto numerosi sopralluoghi, effettuando rilievi topografici, planimetrici e fotografici degli immobili da valutare,

così di fatto riconoscendo una sua fattiva partecipazione nella fase indubbiamente delicata di acquisizione di tutti i dati da elaborare.

Quanto agli ulteriori profili di censura della consulenza dedotti da parte appellante nell’ambito del punto 5 del terzo motivo (cfr. supra 2.3.5), ritiene la Corte che nessuno di essi possa fondare una declaratoria di nullità dell’attività tecnica espletata.

Non è, infatti, certamente causa di nullità la comunicazione dell’inizio delle operazioni ad uno solo dei codifensori di F.S.S., trattandosi di carenza comunque sanata dall’effettiva partecipazione dei consulenti della medesima parte a tutti gli incontri peritali.

Neppure può fondare la prospettata nullità dell’elaborato la circostanza che le osservazioni dei c.t. di parte attrice siano state depositate dai c.t.u. senza i relativi allegati. Anche in questa caso, peraltro, i documenti allegati risultano presenti nel fascicolo, cosicché il contraddittorio risulta rispettato avendo i consulenti comunque risposto alle osservazioni loro mosse.

Non è, infine, causa di nullità il mancato rispetto dei termini ultimi per il deposito dell’elaborato finale, poiché tale violazione non trova sanzione nel codice di rito né lede il diritto di difesa delle parti, potendo comportare solo, se del caso, una riduzione dei compensi liquidati ai consulenti. Quanto alla compressione dei termini per presentare le osservazioni alla bozza di elaborato, come già ritenuto dal Tribunale, si rileva che parte appellante non ha in alcun modo dedotto come tale compressione possa aver leso i propri diritti e quali specifiche attività le siano state precluse tenuto conto dell’ampiezza delle osservazioni presentate dai suoi consulenti, significative di un congruo tempo di elaborazione delle stesse, alle quali gli esperti nominati hanno dato risposta nell’elaborato finale.

Ulteriori prospettate irregolarità nella verbalizzazione degli incontri, che a detta dell’appellante in taluni casi sarebbe stata eccessivamente sintetica, non possono in nessun caso dare causa ad alcun vizio dell’attività di consulenza neppur sul punto adeguatamente illustrata.

All’esito delle valutazioni esposte la Corte ritiene che nessuna delle numerose doglianze articolate nel terzo motivo di impugnazione meriti accoglimento, con conseguente conferma della sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto valida la c.t.u. espletata nel corso del primo grado di giudizio.

7. Il quarto motivo dell’appello principale: la formazione della massa ai sensi dell’art. 556 c.c.

Con un primo profilo del quarto motivo (cfr. supra 2.4.1), parte appellante deduce l’erroneità e la contraddittorietà della pronuncia impugnata nella parte in cui ha individuato i beni relitti e quelli oggetto di donazione con conseguente errata determinazione della massa ex art. 556 c.c., con particolare riguardo alle quote delle società che, a suo avviso, sarebbero cadute in successione per

l’intero e non in misura percentuale, neppur univocamente individuata nella c.t.u. ovvero in sentenza. Sul punto svolge specifiche critiche con riferimento all’imputazione solo pro quota della S. s.r.l. e della società S.L. s.n.c.

Assume la contraddittorietà sul punto della decisione, dal momento che il Tribunale avrebbe compiuto errori evidenti quando, dopo aver, apparentemente, indicato i beni ricompresi nell’asse ereditario di M.S., procedendo ad elencare tutte le società oggetto di esso le quote delle quali avrebbe qualificato sia come relictum che come oggetto di donazione, costituite da sei aziende agricole, da due società immobiliari, dalla villa di C., da un palazzo in via D. e da altro sito in via P., questi ultimi entrambi u.I.M., intesi, all’evidenza, nella loro interezza, in modo contraddittorio, condividendo le conclusioni raggiunte nella consulenza tecnica d’ufficio, aveva poi ricompreso nel donatum ovvero nel relictum solo una percentuale delle singole quote di alcune di esse.

In particolare parte appellante prospetta che nell’asse ereditario, ai fini della quantificazione del valore della quota di legittima pari a 2/9 spettante a F.M.S.S., a titolo di legittimario leso nei suoi diritti il Collegio condividendo la risposta al quesito sub 2 a loro sottoposto, elaborata dagli esperti, ha individuato la quota di legittima spettante al medesimo in euro 7.793.255,00 così indirettamente affermando che l’asse ereditario per l’intero fosse pari ad euro 35.689.869,00 senza considerare come, così concludendo, il Tribunale avesse fatto proprie le valutazioni elaborate dagli esecutori testamentari che avevano considerato oggetto di donazione da ricomprendere nel calcolo della riunione fittizia, non già le società per l’intero, comprensive di tutte le singole quote, ma in misura percentuale pro quota. Osserva, infatti, che la quantificazione indicata (pag. 94 della c.t.u.) è la risultante della valutazione del tutto arbitraria degli esperti i quali avevano operato tale quantificazione semplicemente considerando, senza alcuna valutazione critica, come oggetto di donazione solo una percentuale delle quote della società S., nella misura del 35,5% (donate a R.M.S.S. da M.S.) e non già nella misura del 100% come prospettato da parte appellante, così come avevano quantificato nella percentuale solo dell’1% le quote della società S.L. Snc costituente il relictum assieme ad altre liquidità e beni mobili esaminati, da computarsi ai fini della verifica della lamentata lesione e non già anch’essa nella misura del 100% come prospettato da parte appellante.

A detta della sua difesa, al contrario, molteplici emergenze attesterebbero come nell’asse ereditario della de cuius siano confluite per l’intero e non già nelle percentuali indicate dagli esecutori testamentari tutte le sei aziende indicate. Ciò sarebbe desumibile, sia dalle espressioni più volte usate dalla stessa testatrice, che in svariate schede redatte

aveva fatto riferimento alle aziende e ai palazzi come fossero interamente di sua proprietà, sia ove si consideri la stessa metodologia seguita dagli esecutori testamentari i quali avevano affermato nella loro relazione che sia le aziende agricole che gli immobili di Milano facevano parte sia dell’asse paterno che materno, avendo E.S., coniuge di M.S. nonchè quest’ultima, voluto definire un piano di attribuzione dei loro beni secondo modalità simili e con dazioni paritarie a favore dei figli, avendo,

inoltre, gli stessi esecutori testamentari nominati il 16 gennaio 2013 nel testamento segreto operato secondo un approccio sostanzialistico considerando gli atti a titolo oneroso come donazioni anche se “vestite” da diversa forma. Parte appellante rileva, ulteriormente, come gli stessi appellati R. e C. avessero dichiarato, in fase stragiudiziale, di non aver rilievi da muovere alla relazione finale redatta dagli esecutori testamentari, così riconoscendo la natura liberale e non onerosa degli atti dispositivi realizzati a beneficio dei tre eredi da M.S. anche quando essi risultavano formalmente a vantaggio di terzi soggetti, fossero essi società o parenti distinti rispetto a loro, nonché la riconducibilità nell’asse ereditario per l’intero di tutte le singole società.

In tale contesto, ad avviso della difesa appellante, sarebbe del tutto censurabile la scelta degli esecutori nella loro relazione del 20 maggio 2015, di imputare le quote della S. solo nella misura del 35,5% (pag. 16 dell’elaborato) a titolo di donazione, al solo fine di operare una sorta di riequilibrio, rispetto ai lasciti paterni ricevuti da F., scomputando il 64,5% del valore degli immobili ricompresi nella società S., calcolando solo il restante 35,5% a titolo di donazione, ritenendo, così facendo, di risolvere una ben più complessa problematica. Gli stessi esecutori, infatti, avevano dato atto nel loro elaborato che “le operazioni di compravendita (che hanno riguardato nel tempo le quote della società) sono state uno strumento per trasferire i beni ai figli. Si devono considerare quindi i beni ricevuti.

L’operazione si interseca però con l’asse ereditario di E.: il piano di attribuzione prevede che R. conservi la sua quota del 25% che ha ricevuta nel 1981 da M., mentre F. converta la sua in quote dell’azienda S. e di due proprietà di E.; precisamente nelle quote che E. possedeva della proprietà di un immobile in via P. e della soc.I.. Queste ultime due proprietà sono però dell’asse paterno e non andrebbero quindi conteggiate. Per sciogliere il nodo ci sono solo due possibili vie, ed entrambe richiedono di attribuire parte di un asse all’altro asse. La prima è di dedurre dall’asse di M. il valore delle proprietà che F. riceve da E.: è pari al 14,5% della S.. Conseguentemente la quota della S., complessivamente trasferita da M. a R. è pari al 35,5%. Il restante 14,5% va conteggiato a carico di R. nell’asse paterno.

La seconda è da conteggiare nell’asse di M. le quote di P. e I., a carico di F. e tutto il 50% della S. a carico di R.. Tra le due alternative abbiamo optato per la prima che ci pare più corretta e non coinvolge la valutazione di immobili dell’asse paterno che non è oggetto della relazione”.

Al fine di una compiuta comprensione del tema del contendere la Corte osserva quanto segue.

Si deve anzitutto, ribadire, così come anche evidenziato in sentenza dal Tribunale, che agendo parte appellante con azione di riduzione al fine di ottenere la riduzione degli atti dispositivi posti in essere dalla testatrice asseritamente con lesione della sua quota di legittima, era suo specifico onere individuare esattamente quali beni fossero stati oggetto e in quale misura, di atti dispositivi a titolo

liberale compiuti da M.S. individuando la misura della lesione patita (in termini Cass., sez. II, 19 gennaio 2017, n. 1357) e ciò tanto più in presenza della ricostruzione dell’asse ereditario operata in maniera indubbiamente analitica dagli esecutori testamentari nel contraddittorio tra F., R. e C., pur non avendo il primo condiviso le conclusioni sul punto raggiunte.

Ed, infatti, in virtù del testamento segreto del 16 gennaio 2013 in precedenza esaminato del quale per le ragioni già esposte, la sentenza di primo grado ha correttamente accertato la piena validità, M.S. ha affidato agli esecutori testamentari da lei nominati la stima dei suoi beni all’esito della ricostruzione dell’asse ereditario, e l’eventuale compito di procedere alla divisione, di quanto fosse stato accertato esistente ancora al momento della sua morte.

Orbene, il Tribunale nel verificare, evidentemente secondo la previsione di cui agli artt. 706 e 733 comma secondo c.c. la congruità (stima) del valore dei beni oggetto della relazione redatta dagli esecutori testamentari il 20 maggio 2015, all’esito della quale era emersa l’assenza di qualsivoglia lesione della quota di legittima di F.S.S., ha anzitutto chiesto ai consulenti tecnici nominati di verificare (quesito n 2) i valori medesimi applicati in sede di relazione. L’elaborato pertanto, sul punto interamente condiviso dal Tribunale, ha analizzato i beni già vagliati dagli esecutori testamentari secondo due criteri alternativi. In virtù del primo criterio, ha verificato la congruità dei valori applicati dagli esecutori, mantenendo invariate le percentuali delle quote societarie cadute in successione nei termini da loro individuati, mentre con un secondo metodo definito “formalistico” dalle stesse c.t.u. ha considerato oggetto di donazione ovvero quale relictum esistente al momento dell’apertura della successione, esclusivamente i beni pervenuti ai figli della de cuius mediante atti di disposizione a titolo gratuito formalmente qualificabili come tali, con esclusione di tutti gli atti di compravendita, ritenuti secondo il criterio sostanzialistico adottato dagli esecutori testamentari come atti di liberalità ( risposta al quesito n. 3).

Orbene, la Corte ritiene che la sentenza anche sul punto debba essere condivisa nella parte in cui ha escluso qualsivoglia lesione di legittima a danno di F.M.S.S. non essendo corretta la prospettazione della sua difesa a sostegno della riconducibilità di tutte le società nell’asse ereditario di M.S. secondo una tesi non solo contraddittoria ma anche priva di adeguato fondamento di prova.

La fondatezza di tale valutazione risulta particolarmente evidente non appena si consideri la stessa contraddittorietà degli assunti della sua difesa la quale, da un lato, ha affermato la riconducibilità delle quote di tutte le società, per l’intero, nell’asse ereditario, in sede di riunione fittizia, e, dall’ altro, al contempo, nel prospetto redatto a pagina 115 dell’atto introduttivo, che riproduce quello già predisposto in primo grado, ha, invece, indicato come nell’asse ereditario debbano essere ricomprese delle quote percentuali. In particolare ha ipotizzato che sarebbero computabili ai fini della ricostruzione dell’asse ereditario il 75,30% dell’Azienda Agricola P. s.n.c, il 50% dell’Azienda Agricola N.P. il 60% dell’azienda agricola S.V., il 76,47% dell’Azienda Agricola B., il 73,53% dell’Azienda Agricola C.M., il 76,47% dell’Azienda Agricola C.S., e il 100% della società S. e della

società S.L. s.n.c., computando le quote ricadute in successione in misura proporzionale al rapporto esistente in origine tra le partecipazioni in esse dei genitori, peraltro, senza alcun riscontro documentale sul punto.

Se, dunque, già tale emergenza attesta l’incertezza degli stessi assunti di parte appellante si deve poi evidenziare come, per una differente ricostruzione dell’asse ereditario secondo la sua prospettazione, non possa essere dato, infatti, alcun rilievo ai capitoli di prova dedotti dalla sua difesa in primo grado e riproposti nel presente giudizio, già valutati inammissibili ovvero superflui nella sentenza ora censurata, finalizzati a provare la natura donativa anche di quote societarie inizialmente intestate a E.S., coniuge della testatrice e pervenute al coniuge a seguito della successione del primo asseritamente a titolo liberale. Ed, infatti, detti capitoli sono volti a provare circostanze di natura documentale, quanto ai singoli passaggi di proprietà, dissimulanti donazioni, attraverso società, ovvero alla consistenza dei singoli immobili, così come risulta assolutamente generica tutta la capitolazione volta a dimostrare il mancato pagamento di prezzi di vendita da parte dei soggetti acquirenti, in realtà donatari, non appena si consideri l’assenza di contestualizzazione dei singoli capitoli che richiedono di essere provati con idonea documentazione anche contabile, quanto all’individuazione dei soggetti che avrebbero beneficiato dei singoli atti dispositivi solo apparentemente onerosi (capitoli da 36 a 118 di contenuto o puramente descrittivo degli immobili, già oggetto di c.t.u., ovvero relativi a circostanze di natura documentale, relative alle singole cessioni di quote, ovvero di contenuto assolutamente generico e valutativo in quanto finalizzati a provare che essendo i figli della testatrice all’epoca degli acquisti privi di autonomia patrimoniale tutti i prezzi relativi alle compravendita erano stati pagati dalla madre, ovvero, ancora, assolutamente generici in quanto privi di individuazione temporale).

La prospettazione di parte appellante secondo la quale tutte le quote delle società immobiliari S. e S.L. andrebbero considerate come facenti parte dell’asse ereditario di M.S. e non già nella percentuale valutata dagli esecutori testamentari, deve essere disattesa. Risulta del tutto corretta la valutazione operata dagli stessi i quali hanno mantenuto distinto il patrimonio societario proveniente da E.S., da quello riconducibile in capo a M.S., con particolare riferimento alle quote societarie della S., nel rispetto delle sue volontà, procedendo ad individuare singole percentuali delle quote medesime oggetto di atti di liberalità come non contestato da R. e da C. che hanno firmato e condiviso le conclusioni raggiunte nella relazione in oggetto. Diversamente da come prospettato da parte appellante si deve escludere che nella relazione del maggio 2015 gli esecutori abbiano considerato in modo unitario il patrimonio di entrambi i coniugi S.S., avendo sul punto gli appellati confessato la natura liberale della cessione nel tempo di tutte le quote, non emergendo in alcun modo siffatta sorta di dichiarazione confessoria stragiudiziale se non limitatamente alla natura donativa di alcuni passaggi di proprietà nei termini descritti nella relazione degli esecutori stessi.

A fronte delle valutazioni espresse nell’elaborato indicato, con specifico riferimento alla percentuale delle quote della società S. così indicate e con riferimento a quelle della società S.L., queste ultime rimaste intestate a M.S., all’atto del suo decesso nella sola misura dell’1%, (vedasi riepilogo a pag 94

della c.t.u., e a pag 109) si deve escludere, come già valutato dal Tribunale che si sia verificata qualsivoglia lesione della quota di legittima di F.M.S.. Emerge, infatti, dall’elaborato come F. abbia ricevuto in donazioni dalla madre un importo superiore alla sua quota di legittima, quantificato in euro 11.711.804,00 rispetto ad una quota di riserva di euro 7.793.255,00.

A ulteriore verifica della correttezza di tale conclusione occorre evidenziare come nella sentenza impugnata il Tribunale abbia provveduto anche a verificare (accertamento peraltro ultroneo) se identica valutazione fosse da esprimere anche esaminando esclusivamente gli atti dispositivi aventi formalmente natura liberale facendo applicazione di un criterio differente e ben più restrittivo rispetto a quello seguito nella relazione del maggio del 2015 dagli esecutori testamentari. Orbene, occorre rilevare che, anche in tale ipotesi (risposta al quesito n 3), gli stessi consulenti, nel verificare tutti i passaggi di proprietà che hanno interessato le quote societarie di dette società immobiliari sono giunti a identiche conclusioni dal momento che hanno accertato come unico atto donativo sia stato quello relativo alla cessione da M.S. in favore del figlio R. nel novembre del 2012 dell’usufrutto delle proprie quote sociali, pari al 50% del capitale sociale della S. (doc 20 allegato all’elaborato dei consulenti), così come solo l’1% delle quote sociali della S.L. s.n.c. ancora intestate a M.S. all’atto della sua scomparsa sono entrate nell’asse ereditario a titolo di relictum, con la conseguenza che anche secondo tale criterio nessuna lesione della quota di legittima dell’appellante principale si è verificata (quota di legittima euro 3.238.018 a fronte di un donatum pervenuto al medesimo nella misura di euro 3.403.338).

Avendo, quindi, parte appellante censurato per omessa motivazione, la ritenuta natura donativa di alcuni atti dispositivi asseritamente ritenuti tali dagli esecutori e dagli stessi consulenti tecnici d’ufficio, condivisa dal Tribunale implicitamente, a danno di F.S.S., nonché avendo la sua difesa criticato partitamente la congruità delle stime effettuate dagli esecutori e verificate secondo autonomo computo anche dai consulenti tecnici d’ufficio, ai fini della quantificazione poi elaborata in risposta al quesito n. 2, si osserva quanto segue.

Con il secondo profilo nell’ambito del medesimo motivo di censura (cfr. supra 2.4.2), l’appellante principale deduce, quindi, che la donazione di 700 milioni di L. del 10 dicembre 2001 effettuata da M.S. in suo favore così come la rinuncia agli affitti della società P. e dei terreni e fabbricati S. e C., considerati nell’elaborato degli esecutori e nella c.t.u. quali atti di liberalità in suo favore non avrebbero siffatta natura e dovrebbero essere esclusi dal computo del donatum con conseguente riduzione di valore di quanto già percepito da F.M.S. e computato ai fini della verifica dell’asserita lesione della sua quota di legittima. In particolare, secondo la sua difesa, la donazione per atto pubblico, a firma del Notaio dott. A.G., del 10/12/2001 dell’importo di L. 700.000.000 effettuata in suo favore da M.S. non sarebbe tale in quanto dissimulerebbe un atto di pagamento ad opera della madre di parte del prezzo per la vendita delle quote dell’Azienda agricola P. s.n.c. cedute in pari data da F.S.S. ai fratelli R. e C., per il prezzo di 1.225.000.00 L., non avendo essi provveduto con proprio esborso al relativo pagamento in tale misura. Ci si troverebbe, pertanto, a suo avviso, nell’ambito di un negozio di natura onerosa, collegato alla compravendita, avendo M.S. con tale atto

dispositivo in realtà effettuato una donazione indiretta in favore degli altri figli acquirenti, che non avevano dovuto operare il relativo esborso in favore del venditore, donazione eseguita per un valore corrispondente a quanto dovuto da loro e non corrisposto direttamente a F.M.S., soddisfatto nelle sue pretese dalla provvista fornita in parte dalla madre. Sempre secondo la prospettazione dell’appellante, prova di tale assunto sarebbe desumibile oltre che dalla contestualità dei due contratti, conclusi nella stessa data e di seguito, anche dalla dichiarazione-testamento di M.S. datata 24/11/2012. Con essa, infatti, la testatrice dichiarava “che nel 2001 ho anticipato in conto eredità a C. e R. circa 700 milioni di L. ciascuno per acquistare la quota della Az. P. ceduta a loro da mio figlio F.”.

La Corte ritiene che la prospettazione così svolta non sia condivisibile dovendosi confermare anche sul punto la natura donativa di detto atto dispositivo, concluso nelle forme di legge, per atto pubblico e alla presenza di testimoni, per le seguenti ragioni.

Occorre premettere che, a differenza dei casi in cui il legittimario voglia far accertare la natura simulata di atti conclusi dal de cuius in favore di terzi beneficiari, agendo, pertanto, quale terzo, la donazione del 10/12/2001 è stata conclusa con la partecipazione della stessa parte, quale donataria, che domanda in questa sede l’accertamento della natura simulata dell’atto. Ne consegue che non trova applicazione l’art. 1417 c.c. ed occorre che la parte a ciò interessata fornisca prova rigorosa della sussistenza di un accordo simulatorio, che non può essere, pertanto, data per testimoni o presunzioni.

Ciò precisato, si osserva che a tal fine, l’appellante invoca la dichiarazione contenuta nel testamento del 24/11/2012 in precedenza richiamata, la quale, a suo avviso, dovrebbe valere quale sorta di controdichiarazione.

Tale assunto non può essere condiviso per una serie di ragioni. Il tenore della dichiarazione indicata non è, infatti, univoco e non è idoneo a provare l’accordo simulatorio (per un caso di controdichiarazione “imprecisa”, inidonea a far prova della simulazione, cfr. Cass., 5/03/2019, n. 6357). Si deve evidenziare, infatti, che nella dichiarazione-testamento del 24/11/2012, M.S. affermava di aver donato 700 milioni di L. a ciascuno dei figli C. e R. in occasione dell’acquisto dell’Azienda agricola P. nel 2001 e non faceva alcun riferimento al diverso atto di donazione concluso con F. beneficiario della minor somma di 700 milioni di L., e non già, in ipotesi di 1.400.000.000 di L., così facendo una affermazione non corrispondente esattamente a quanto all’epoca avvenuto, sia con riferimento ai soggetti interessati che agli importi corrisposti.

Inoltre, considerato che nella prospettiva dell’appellante principale la donazione dissimulata sarebbe negozio collegato alla cessione delle quote dell’Azienda agricola ai fratelli, nei riguardi dei quali avrebbe natura di donazione indiretta di parte della provvista, si deve sul punto considerare

quanto al contrario affermato dalle difese degli appellati. Esse, infatti, hanno censurato siffatta lettura evidenziando come la donazione all’epoca voluta dalla madre fosse a tutti gli effetti un atto di liberalità da lei voluto in favore di F. al differente fine di convincerlo con tale regalia a ridurre le pretese avanzate per la vendita delle quote societarie in favore dei fratelli. Tale lettura alternativa risulta del tutto coerente con le emergenze in atti. E’, infatti, sufficiente considerare come nell’atto di compravendita delle quote societarie le parti avessero dichiarato che il prezzo concordato era stato già pagato e quietanzato, perché ben emerga come non si possa affermare che l’importo oggetto della donazione abbia in parte colmato una differenza di prezzo altrimenti non pagata dagli acquirenti, non avendo l’appellante in ipotesi provato quale parte di esso, in ipotesi sia stato effettivamente da loro corrisposto in minor misura, in conseguenza della donazione indiretta percepita. Da ultimo si rileva come le dichiarazioni di scienza contenute in un testamento non abbiano, diversamente da come sul punto prospettato da parte appellante, valore intrinsecamente confessorio secondo la stessa giurisprudenza di legittimità in precedenza già richiamata.

Se, dunque anche la censura svolta deve essere disattesa, si rileva che F.S.S., sempre nell’ambito dello stesso quarto motivo d’impugnazione, ulteriormente deduce che anche ad ammettere la natura donativa dell’atto dispositivo di L. 700 milioni in suo favore, si dovrebbe considerare come nel contratto di donazione la donante avesse espressamente esonerato “il donatario dall’obbligo di conferire nella futura massa ereditaria detto bene donato” con la conseguenza che di tale donazione non si dovrebbe comunque in alcun modo tenere conto ai fini della verifica della lesione della sua quota di legittima.

Anche tale assunto non può trovare accoglimento. Parte appellante invoca una dispensa dalla collazione, ma mostra, così facendo, di confondere detta dispensa ex art. 737 c.c., che opera nei confronti dei coeredi nei limiti della disponibile quando sia esperita l’azione di divisione, con la dispensa dell’imputazione di cui al secondo comma dell’art. 564 c.c., che opera in favore del legittimario che esperisca l’azione di riduzione e lo esonera dell’imputazione alla sua porzione legittima delle donazioni e dei legati oggetto di dispensa.

Infatti, diversi sono i presupposti e gli effetti della collazione ai fini della divisione dei beni relitti fra coeredi e dell’imputazione ex se ai fini della determinazione della quota di riserva, non potendosi ritenere che le due clausole di dispensa si equivalgano (sulla differenza sostanziale fra l’azione di riduzione e l’azione di divisione, cfr. da ultime Cass., 04/09/2020, n. 18468; Cass., 10/12/2020, n. 28196) con la conseguenza che la clausola indicata integrante una dispensa da collazione, non ha alcuna rilevanza ai presenti fini.

Nell’ambito del quarto motivo d’appello, ove viene in rilievo la sola azione di riduzione esperita dall’appellante principale, da un lato, risulta irrilevante stabilire se la disposizione contrattuale invocata possa considerarsi una clausola di dispensa dalla collazione e, dall’altro, nemmeno l’appellante afferma che si tratti di una clausola di dispensa dall’imputazione ex se. Peraltro, rispetto a quest’ultima, la giurisprudenza richiede un giudizio rigoroso sulla volontà del de cuius di favorire uno dei legittimari (cfr. Cass., 16/07/1969, n. 2633) e tale volontà non è ravvisabile nel caso di specie.

Parte appellante censura, quindi, sempre nell’ambito del medesimo motivo, la sentenza anche nella parte in cui non ha svolto alcuna espressa argomentazione al fine di esplicitare la ritenuta natura donativa della rinuncia agli affitti della società P. per euro 183.570,00 e delle società S. e C. per euro 950.009,00 effettuata da M.S. in favore di F.S.S., essendo desumibile tale valutazione solo indirettamente in considerazione del fatto che sul punto il Tribunale ha interamente condiviso la c.t.u. che ha così valutato.

Ad avviso di parte appellante, diversamente da come ritenuto, nessuna natura donativa avrebbe la rinuncia ai crediti indicati, in quanto la testatrice avrebbe così deciso, non già per spirito di liberalità nei suoi confronti, ma in quanto intendeva semplicemente compensare gli importi a lei dovuti per canoni con le spese per i miglioramenti apportati ai fondi dal figlio F. ai sensi dell’art. 1592 c.c.. A sostegno di tale assunto, quindi, richiama il tenore di una lettera della madre pubblicata come testamento del 5/07/2010 con la conseguenza che tale rinuncia non avrebbe alcuna natura liberale.

Le argomentazioni svolte non possono trovare accoglimento.

Con riferimento agli affitti della società P. si deve rilevare come in atti non sussista alcuna dichiarazione proveniente dalla testatrice di tale significato, con la conseguenza che sul punto non è stata fornita la prova in ordine alla causale della predetta rinuncia.

Quanto agli affitti delle società S. e C., parte appellante assume di aver sostenuto ingenti spese per miglioramenti, ma tale allegazione è rimasta del tutto sfornita di fondamento, non essendo presenti in atti documenti idonei a provare le spese sostenute sia nella loro sussistenza che nella loro entità. Da ultimo si osserva come l’invocata compensazione nemmeno possa operare in assenza dei presupposti richiesti dalla legge con riguardo alla liquidità e certezza dei crediti reciproci.

Appare dunque corretta la valutazione delle c.t.u., poi fatta propria dal Tribunale, che ha ritenuto sorretta da una causa di liberalità la rinuncia all’incasso di canoni fatta da M.S..

Con il terzo profilo (cfr. supra 2.4.3), parte appellante principale censura i criteri di valutazione adottati dalle consulenti tecniche d’ufficio e la conseguente valorizzazione di svariati beni immobili e di società.

Le doglianze, spesso meramente ripetitive di osservazioni svolte dai c.t.p., a cui le c.t.u. hanno già dato puntuale risposta, non sono fondate.

Con riguardo alla valutazione effettuata dagli esperti, in risposta al quesito n. 2, al fine di verificare la congruità della stima degli esecutori testamentari, con riferimento agli immobili siti in M. (F.) valutati, quanto ai terreni in euro 9.588.229,30, e, quanto ai fabbricati, in euro 4.418.560,00, si deve confermare la motivazione svolta nella sentenza impugnata che ha fatto proprie le valutazioni dei consulenti tecnici d’ufficio.

Diversamente da come censurato da parte appellante, che sul punto ha nuovamente criticato il metodo adottato, costituito dal valore di ricostruzione deprezzato, applicato ai fabbricati, asserendo che esso sarebbe utilizzabile esclusivamente in ambito assicurativo e ha sostenuto che esso non sarebbe comunque adottabile in presenza di valori di mercato, e ha, al contempo lamentato l’omessa valutazione degli immobili costituenti parte dell’azienda agricola P., si deve pienamente condividere le conclusioni già espresse in sentenza. Ed, infatti, a tali censure gli esperti hanno fornito puntuale risposta.

In particolare, gli immobili (fabbricati) di M. sono stati correttamente valutati, secondo l’apprezzamento tecnico proprio dei consulenti, poi condiviso dal Tribunale, sulla base del valore di ricostruzione deprezzato e non sulla base del valore di mercato, avendo essi accertato la stagnazione del mercato immobiliare nell’area e l’impossibilità di adottare il metodo di comparazione con altre transazioni immobiliari analoghe nel periodo di interesse. Le ragioni sono state chiaramente illustrate dalla c.t.u. anche in risposta alle osservazione dei c.t.p. e vanno condivise. I consulenti, inoltre, hanno puntualmente rilevato come il criterio adottato non sia circoscritto esclusivamente all’ambito assicurativo, risultando del tutto congruo, come nel caso di specie, in presenza di immobili con riguardo ai quali la domanda è particolarmente scarsa trattandosi di immobili rurali in zone del tutto marginali i quali, necessitando di elevati costi di manutenzione, risultano ancor meno appetibili. Diversamente da come censurato da parte appellante si rileva come nella relazione, a pag. 21 i consulenti abbiano valutato in modo specifico anche i fabbricati ricompresi nell’azienda agricola P. (valore euro 1.152.140,00 al 2014).

Analogo rigetto si impone con riferimento alle censure svolte con riferimento alla valutazione data nell’elaborato agli immobili di via dell’O. in M. i quali sarebbero stati sotto stimati, avendo, ad avviso di parte appellante, erroneamente i consulenti applicato il metodo di mercato c.d. comparativo diretto, per una valutazione complessiva di euro 4.359.210,00 senza considerare come l’intero fabbricato sia in uso con contratto di locazione, alla famiglia di una stilista che corrisponde annualmente un canone di ben 150.000,00 euro. In modo censurabile, inoltre, a detta di parte appellante, i consulenti non avrebbero considerato anche il valore di un balcone e di un cortiletto interno della superficie di 23 mq, non avendo ugualmente correttamente valorizzato il quarto piano notevolmente ampliato.

La Corte ritiene che nessuna delle critiche così articolate abbia pregio. Gli immobili in oggetto, infatti, sono stati valutati congruamente e incrementati nel loro valore iniziale a seguito delle osservazioni, facendo applicazione di un metodo che già ha considerato l’utilizzo unitario delle unità immobiliari locate tutte ad un unico soggetto; si rileva, infatti, che i c.t.u. ne hanno tenuto conto avendo provveduto ad includere nella valutazione il cortile interno e l’androne, come pure è corretta la valutazione del balcone. Quanto alla quantificazione al mq dell’immobile, essa è stata effettuata secondo il condivisibile criterio del metodo comparativo diretto, né si giustifica un suo ulteriore rialzo in assenza di puntuali censure.

Non merita, quindi, accoglimento la critica svolta con riferimento al fabbricato di Via A. n. 1 con particolare riguardo alla lamentata sua qualificazione come immobile condominiale, attesa l’asserita natura autonoma della c.d. portineria della superficie abitabile di mq 103, emergenza che giustificherebbe, a detta di parte appellante, una ben differente valutazione rispetto a quella di euro 11.270.540,00 operata dagli esperti.

A riguardo la Corte ritiene, confermando sul punto la sentenza impugnata, che sia stata correttamente considerata di natura condominiale, la palazzina in questione, attesa la presenza al suo interno di più unità immobiliari di proprietari diversi, l’esistenza di parti comuni, quali un ampio androne e una portineria a servizio del fabbricato centrale, e di un regolamento condominiale (della cui ritualità nell’assunzione si è già argomentato supra). Le c.t.u. hanno, comunque, tenuto conto del particolare pregio architettonico dell’immobile nell’effettuare le loro valutazioni avendo evidenziato la rilevanza del fabbricato per la sua collocazione e per le sue caratteristiche anche artistiche e storiche, essendo vincolato dalla Soprintendenza, con la conseguenza che non è censurabile la scelta degli esperti di non valorizzare come entità autonoma la portineria, con annessa abitazione del custode. Questa, pur ampia se valutata in base ai mq, è, infatti, comunque posta al servizio delle singole unità immobiliari ed è, quindi, a tutti gli effetti una parte comune dell’immobile condominiale, cosicché appare ragionevole e condivisibile che ad essa si siano applicati i criteri normalmente seguiti per la valutazione delle parti comuni. Peraltro, come si è chiarito, le c.t.u. hanno tenuto conto del particolare pregio del complesso immobiliare, e quindi anche della disponibilità di una portineria signorile, nella valutazione delle singole unità immobiliari, non corrispondendo quindi al vero che l’esistenza della portineria non sia stata in alcun modo valutata in termini economici.

Parimenti, infondata è la doglianza relativa al cambio di destinazione dell’atrio della palazzina successivo all’apertura della successione: la consulenza, infatti, accogliendo le osservazioni dei c.t.p., ha già tenuto conto di tale aspetto nelle proprie conclusioni.

Ripetitive di osservazioni formulate dai consulenti di parte, a cui i consulenti d’ufficio hanno già dato esaustiva e condivisibile risposta, paiono pure le doglianze relative ai criteri di valutazione delle società immobiliari e delle aziende agricole.

Con riguardo alle società immobiliari, S. s.r.l. (le quote della quale sono nella misura del 66,67% in capo a R.S.S. e nella restante misura in capo a C.S.S.) e S.L. s.n.c. (per il 99,00% in capo a C.S.S. e per l’1,00% in capo al figlio C.B.) a fronte delle critiche mosse con specifico riguardo al metodo di valutazione adottato c.d. patrimoniale puro con decremento per la fiscalità latente, in virtù del quale la prima società è stata valutata in 9.952.480,00 e la seconda in euro 1.186.595,00 si osserva quanto segue. Parte appellante ha ritenuto del tutto incongrui e insufficienti tali valori, attesa la circostanza secondo la quale dette società immobiliari sono proprietarie di appartamenti tutti locati e, pertanto, produttivi di reddito. A fronte di ciò la Corte ritiene, invece, che meriti conferma la sentenza che sul punto ha condiviso le valutazioni degli esperti. Si deve, infatti, sottolineare che le consulenti dell’ufficio hanno chiarito le ragioni per cui, nonostante le osservazioni mosse dai consulenti di parte attrice, hanno preferito adottare una valutazione secondo il metodo patrimoniale puro, esplicitando anche le motivazioni che hanno determinato l’applicazione della fiscalità latente. Le consulenti tecniche d’ufficio hanno, infatti, evidenziato, con particolare riguardo alla s.r.l., come il metodo adottato “sia quello che maggiormente pondera l’incidenza della componente patrimoniale … scelta supportata dalla circostanza che le performance reddituali della società sono di scarsa rilevanza se rapportate ai valori immobiliari. Ciò deriva anche dal fatto che si tratta di una società che ha da sempre gestito esclusivamente il proprio patrimonio e che fino ad oggi non ha cercato la remunerazione del capitale investito, considerata anche la totale assenza, fino al 2014, di indebitamente con il sistema bancario”. In altri termini, del tutto correttamente nella relazione si è sottolineata l’enorme differenza esistente tra il valore degli immobili rispetto al reddito da essi ricavato, giustificandosi la scelta adottata con il correttivo della fiscalità latente che valuta l’influenza dell’imposta potenziale da detrarre al valore del singolo bene aziendale nell’ipotesi di cessione, avendo considerato le esperte come la società non abbia effettuato ulteriori investimenti.

Parte appellante nel presente grado censura, quindi, la sentenza anche con riferimento alla valutazione in essa espressa del valore di tutte le aziende agricole determinato, in adesione con le conclusioni degli esperti, in euro 2.842.746,00 quanto all’Azienda Agricola P., in euro 2.120.841,00, quanto all’azienda agricola N.P., in euro 2.348.305,00, quanto all’azienda agricola S.V., e in euro 1.324.592,00, quanto all’Azienda agricola B., nonché in euro 3.447.572,00, quanto all’azienda agricola C.S. e in euro 2.112.734,00, quanto all’Azienda agricola M..

A suo avviso sarebbe indubbiamente censurabile il criterio utilizzato consistito, come ribadito dagli esperti, nel c.d. criterio patrimoniale puro, sul presupposto che i terreni siano esenti dal correttivo della fiscalità latente. Rileva, infatti, che, poiché i fabbricati non ne sono esenti, quantomeno con riferimento ad essi tale correttivo doveva essere applicato, ravvisandosi l’interesse di parte appellante sul punto, dal momento che i fabbricati facenti parte delle aziende M. e S. riferibili alla

stessa erano stati oggetto di consistenti interventi di restauro con conseguente valutazione di essi da parte degli esperti in valori assai consistenti (euro 354.000,00 ed euro 1.815.200,00).

La Corte ritiene che le censure così articolate, non possano trovare accoglimento, avendo i consulenti tecnici d’ufficio, già investiti di tali critiche, fornito ampia giustificazione dei criteri da loro adottati in sede di risposta alle osservazioni. In particolare, con argomenti condivisibili, sostanzialmente fatti propri anche in sentenza, per quanto sul punto indubbiamente sintetica, le c.t.u. hanno chiarito come la scelta per il criterio c.d. patrimoniale puro, che tenga solo conto del valore degli immobili, siano essi terreni che fabbricati, si giustifichi per una serie di ragioni. Hanno evidenziato, anzitutto, come nessuna delle aziende agricole risultasse avere all’epoca prodotto reddito, hanno precisato di non aver applicato e di non aver preso in considerazione la c.d. fiscalità latente, attesa la esenzione da plusvalenze dei terreni in relazione ai beni acquistati da più di cinque anni ex art. 67 TUIR, nonché, in considerazione dell’ulteriore circostanza secondo la quale la cessione eventuale di aziende agricole nel suo complesso, comprensiva di terreni di fabbricati rurali e di attrezzature e scorte, non genera plusvalenza tassabile ex art. 86 comma 2 TUIR, rilevando la plusvalenza esclusivamente nell’ipotesi di cessione di singoli beni aziendali e non già dell’intera azienda. In sintesi hanno evidenziato, con valutazione generale valida per tutte le aziende agricole, come “la cessione di una azienda agricola nella sua interezza (comprensiva di terreni, fabbricati, ed attrezzature) non avrebbe alcun impatto fiscale, scontando le imposte sull’eventuale plusvalenza esclusivamente in presenza di terreni nel tempo divenuti edificatori oppure in caso di smembramento dell’azienda agricola con quindi cessione di singoli asset”.

All’esito delle valutazioni esposte la Corte ritiene che il terzo profilo di censura articolato da parte appellante nell’ambito del suo terzo motivo debba essere integralmente respinto con conferma anche a riguardo della sentenza impugnata.

Da ultimo analogo rigetto si impone con riferimento al quarto profilo di censura del quarto motivo inerente all’accoglimento della domanda di riduzione per lesione della quota di legittima di F.S.S.. Non vi è dubbio, infatti, che una volta verificata la congruità delle stime applicate dagli esecutori testamentari, anche secondo i conteggi della esperita c.t.u., si deve escludere qualsivoglia lesione alla quota spettante al medesimo.

8. Il quinto motivo dell’appello principale: l’omessa motivazione sulle domande di nullità della divisione degli esecutori testamentari

Con il quinto motivo, supra compendiato (cfr. 2.5), l’appellante principale assume la nullità della divisione disposta dagli esecutori per conflitto di interessi e violazione di legge e lamenta l’’omessa pronuncia su alcune delle domande articolate e in alcun modo esaminate dal Tribunale. In particolare, la ragione della nullità dell’attività compiuta dagli esecutori andrebbe ravvisata nel fatto

di non aver essi contemplato F.S.S. nella divisione, il quale “una volta ottenuto il vittorioso espletamento dell’azione di riduzione, acquisterebbe comunque la qualità di erede … Pertanto, è nulla la divisione operata dagli Esecutori testamentari che non contempli uno degli eredi, ancorché divenga tale in forza di un evento successivo alla divisione” (atto di appello, p. 126).

La doglianza non può trovare accoglimento.

Sotto il profilo del lamentato conflitto di interessi, si deve ricordare come, nell’ipotesi in cui gli esecutori testamentari, ai sensi della previsione di cui agli artt. 706 e 733 comma secondo c.c., procedano anche alla divisione, sia del tutto irrilevante ogni eventuale conflitto di interessi ai fini della validità ed efficacia dell’attività da loro prestata, trattandosi di un incarico fiduciario conferito discrezionalmente dal de cuius.. Ciò ben emerge dalla previsione di cui all’art. 701, comma 2, c.c. il quale consente addirittura la nomina di un erede o di un legatario all’ufficio di esecutore. Inoltre, il rimedio contro eventuali gravi inadempimenti dell’esecutore è l’esonero dall’incarico disposto dall’autorità giudiziaria ai sensi dall’art. 710 c.c., non essendo prevista alcuna forma di invalidità degli atti da esso compiuti in mancanza di accertata iniquità della divisione stessa ovvero di accertata contrarietà di essa alla volontà del testatore. Nel caso di specie occorre poi evidenziare come sia mancata qualsivoglia situazione concreta di conflittualità, non avendo gli esecutori testamentari beneficiato nell’atto di ultima volontà di M.S. di alcuna disposizione in proprio favore.

Inoltre, è sufficiente considerare che l’azione di riduzione per le ragioni precedentemente esposte, è stata correttamente respinta dal Tribunale, perché ne consegua di tutta evidenza che le censure articolate dall’appellante principale volte ad una prospettata declaratoria di nullità della divisione degli esecutori testamentari per aver essa asseritamente omesso di valutare la posizione di un erede, risultino del tutto infondate (in termini Cass.,sez. II, 22 marzo 2018, n. 7178; Cass., sez. II, 6 ottobre1972, n. 2870).

Deve essere, infine, considerata assorbita la domanda di scioglimento della comunione ereditaria riproposta nel presente grado, non appena si consideri che, atteso il rigetto della domanda di riduzione proposta nel giudizio, avendo F.M.S.S. già percepito quanto di sua spettanza in forma di donazioni, quale legittimario, questi non può vantare ulteriori pretese. Attesa l’assoluta genericità della domanda di condanna al pagamento delle rendite da lui richieste, senza alcuna documentazione di supporto si impone il rigetto anche di tale pretesa, con conferma integrale della sentenza impugnata da parte appellante in via principale.

9. Gli appelli incidentali

La difesa di parte appellante principale ha, preliminarmente, eccepito la tardività di tutti gli appelli incidentali articolati nei suoi confronti, assumendo che essi sarebbero affetti da tale vizio in quanto relativi ad un capo della sentenza diverso da quello oggetto dell’appello principale, con la conseguenza che i singoli appellanti avrebbero dovuto svolgere il loro gravame nei termini di cui agli artt. 326 e 334 c.p.c…

La Corte ritiene che l’eccezione così proposta non meriti accoglimento. Ed, invero, secondo ampio orientamento di Legittimità, costantemente seguito anche da questo Collegio, l’impugnazione incidentale tardiva è ammissibile anche se riguarda un capo della decisione diverso da quello oggetto del gravame principale, o se investe lo stesso capo per motivi differenti rispetto a quelli già fatti valere con il gravame principale. Ed, infatti, si deve consentire alle parti, che avrebbero di per sé accettato la decisione, di contrastare l’iniziativa della controparte, volta a rimettere in discussione l’assetto di interessi derivante dalla pronuncia impugnata, in coerenza con il principio della parità delle armi tra i contendenti, ed al fine di evitare una proliferazione dei processi di impugnazione (tra le molte, Cass., n. 14596 del 09/07/2020; n. 14094 del 07/07/2020; n. 15770 del 15/06/2018; n. 5876 del 12/03/2018, nonché i più risalenti arresti delle Sezioni Unite, n. 24627 del 27/11/2007 e n. 4640 del 07/11/1989).

Se, dunque, occorre esaminare nel merito le singole doglianze, si osserva a riguardo che con l’appello incidentale articolato da R.S.S. questi lamenta l’erroneo rigetto della domanda di condanna di F.S.S. al pagamento di euro 52.489,00 in suo favore a titolo di credito dell’eredità (cfr. supra 3.4.1). A riguardo rileva che in sede di relazione gli esecutori testamentari avevano accertato che il conto corrente intestato a M.S. acceso presso la D.B.B. con delega a F. al 31 agosto 2011 presentava un saldo di euro 52.623,00 ridotto alla data del decesso della testatrice ad euro 134,00 con la conseguenza che la relativa differenza era stata considerata quale credito dell’eredità. Osserva, inoltre, che lo stesso F. nell’atto introduttivo di primo grado aveva riconosciuto di aver effettivamente utilizzato detta somma per interventi di ristrutturazione del tetto dell’ala più recente della villa di Cremella in sua nuda proprietà a far tempo dal 2006 non giustificandosi, ad avviso dell’appellante incidentale che a tal fine avesse effettuato i relativi prelievi dal conto corrente indicato, non dovendo essere posti a carico dell’usufruttuaria M.S..

R.S.S., inoltre, osserva che, avendo il Tribunale conteggiato, sia pur per difetto, il minor importo di euro 30.189,00 (pag 29 lettera h della sentenza) a titolo di liberalità in favore di F., al fine di computare le donazioni da questi ricevute in vita dalla madre, l’impugnazione svolta in via incidentale sia quantomeno accolta nella minor misura di euro 22.300,00 qualora la Corte ritenesse che la testatrice avesse rinunciato nei confronti del nudo proprietario al rimborso di tali costi per il suddetto intervento.

Il motivo non merita accoglimento. Ed, invero, considerato come all’epoca M.S. fosse usufruttuaria dell’immobile si deve ritenere che i prelievi effettuati per il pagamento di interventi di ristrutturazione del tetto della villa della quale era nudo proprietario il figlio, attestati da fatture intestate direttamente a lei per l’importo di euro 44.307,20, e non già al nudo proprietario, siano stati realizzati con consenso della stessa a titolo di liberalità in favore del figlio F. non giustificandosi, pertanto, l’accoglimento di quanto preteso dall’appellante incidentale (in termini in ordine all’individuazione nel nudo proprietario del soggetto tenuto al pagamento delle spese di manutenzione straordinaria, vedasi Cass., sez. II, ord., 12 settembre 2019, n. 22797; Cass., n. 22703/2015).

Avendo, quindi, sia R.S.S., sia C.M.S.S., sia F.M.S.S. che P.B. articolato ulteriori motivi di appello incidentale nei riguardi di parte appellante principale solo in via condizionata, ovvero solo nell’ipotesi di un accoglimento delle opposte censure, nessuna ulteriore valutazione deve essere svolta dalla Corte sul punto, fermo restando ancora l’esame nel prosieguo esclusivamente delle censure articolate con specifico riguardo ai capi della decisione inerenti alla liquidazione delle spese di lite.

Poiché dette critiche risultano proposte in termini analoghi da tutti gli appellanti incidentali il Collegio ritiene opportuno procedere ad un loro esame congiunto nei termini che seguono.

Appare anzitutto fondata la censura articolata da tutti gli appellanti incidentali secondo la quale la condanna alle spese di primo grado doveva essere pronunciata a carico di tutti gli attori originari in solido fra loro, comprese le società Az. Agricola C.M. s.a.s. e Azienda Agricola C.S.I. s.a.s.. non giustificandosi sul punto la differente decisione del Tribunale che ha compensato le spese processuali inerenti alla loro difesa con quelle di tutte le parti convenute “non avendo le stesse proposto alcuna specifica domanda e non essendo le stesse coinvolte, nemmeno marginalmente, dalle domande formulate in favore di F.S.S.”. Ed, invero, non pare dubitabile che avendo le due aziende agricole C.M. e C.S. instaurato un procedimento in totale assenza di legittimazione attiva consegua al rigetto di ogni loro pretesa la loro condanna al pagamento in solido delle spese di lite, attesa l’integrale soccombenza delle stesse.

Parimenti fondata è la censura proposta da R.F.M.S.S., da C.M.F.S.S., da F.M.S.S., da C.R.F.B. e da tutte le società inizialmente convenute, nella parte in cui lamentano una unitaria ed eccessivamente contenuta liquidazione delle spese di lite di primo grado a carico di controparte quantificate nella sentenza impugnata nell’importo complessivo di euro 60.000,00 per compensi.

Ed, invero, devono essere liquidate separatamente le spese processuali con riferimento alla posizione di ciascuna delle difese di dette parti, a nulla rilevando che siano state rappresentate negli atti dal medesimo procuratore che ha anche, con difese separate, assistito altri appellati convenuti in primo grado, dal momento che ciascuna delle difese è stata articolata con argomenti specifici e differenti rispetto a quella delle altre parti convenute con separate costituzioni, pur trattando alcuni temi con motivazioni analoghe.

Consegue a quanto così valutato che, sulla base dei criteri di cui al D.M. n. 37 del 2018, tenuto conto del valore indeterminato del procedimento, certamente di particolare importanza, in considerazione dell’attività difensiva effettivamente prestata, molto articolata, sia per il numero delle parti, che per le questioni di diritto e di ricostruzione in fatto, affrontate, si ritiene congruo liquidare le spese processuali di primo grado nella misura di euro 60.000,00 per compensi, oltre accessori e rimborso spese generali, in favore della difesa di R.S.S. che ha svolto il maggior impegno difensivo, nonché nella misura di euro 50.000,00 per compensi in favore della difesa di C.S.S. e nella stessa misura in favore delle difese degli altri originari convenuti sopra specificati, difesi in posizione unitaria con medesimo atto di costituzione.

Sempre sulla base dei criteri di cui al D.M. n. 37 del 2018 devono essere liquidate in favore di R.S.S. e di C.S.S. anche le spese legali relative all’esperito tentativo di mediazione obbligatoria nella misura di euro 4.000,00 ciascuno, considerato il valore indeterminato del procedimento e la particolare importanza delle controversie trattate e tenuto conto delle fasi effettivamente svoltesi della mediazione. Non si ritiene di liquidare somme ulteriori con riferimento alla seconda mediazione atteso che essa è consistita in un solo incontro della durata di dieci minuti nel corso del quale si è solo dato atto dell’impossibilità di conciliare la lite (doc n.3 fascicolo I grado difesa R.S.S.).

Tanto ritenuto, non appare invece meritevole di accoglimento il gravame proposto da F.M.S.S. e da P.B., in favore dei quali la liquidazione operata in primo grado, nella misura di euro 50.000,00 complessivi per compensi, deve essere confermata, attesa l’unitarietà della difesa e la congruità delle somme liquidate in loro favore.

La Corte ritiene di disattendere, infine, le ulteriori richieste svolte negli appelli incidentali nella parte in cui è stato chiesto che le spese di c.t.u., comprensive delle spese sostenute per i consulenti di parte, siano poste a carico esclusivo degli originari attori. Correttamente, il Tribunale ha, infatti, ritenuto che la c.t.u. sia stata espletata nell’interesse di tutte le parti e che ciò giustificava che le relative spese fossero poste a carico delle stesse.

Da ultimo deve essere disattesa anche la domanda articolata in atti di condanna degli odierni appellanti al risarcimento del danno per lite temeraria nonché ex art. 96 comma primo c.p.c., riproposta da controparte e, in particolare da R.S.S. e disattesa dal Tribunale che sul punto non ha provveduto espressamente. Ed, infatti, tale conclusione si impone in considerazione del fatto che, anche prescindendo dal tema inerente la prova dell’asserito danno, non sussistono i presupposti per l’accertamento di una responsabilità aggravata degli odierni appellanti principali. Attesa la complessità e la delicatezza delle questioni oggetto di causa, nonché l’oggettiva difficoltà nella

 ricostruzione della massa, considerato anche il numero elevatissimo di atti dispositivi compiuti in vita dalla de cuius nonché i numerosi testamenti da essa redatti, non si può infatti affermare che gli originari attori abbiano agito in giudizio con malafede o con grave colpa.

10. Le spese processuali del presente grado

In considerazione, infine, dell’esito della lite, e atteso l’integrale rigetto dell’impugnazione svolta in via principale e l’accoglimento, sia pure in misura del tutto marginale, degli appelli incidentali, si impone la condanna degli appellanti principali soccombenti, al pagamento delle spese processuali del presente grado, nella misura liquidata in dispositivo in applicazione dei criteri di cui al D.M. n. 37 del 2018, tenuto conto del valore indeterminato e della particolare importanza della controversia e delle attività difensive effettivamente svolte, applicato anche un aumento per la pluralità delle parti.

Stante l’integrale rigetto dell’appello principale, sussistono altresì i presupposti per il versamento da parte di F.S.S., Az. Agricola C.M. s.a.s., Azienda Agricola C.S.I. s.a.s. in solido fra loro dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato di cui all’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, così come modificato dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 24 dicembre 2012.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Milano,

seconda sezione civile

definitivamente pronunciando, così dispone:

RIGETTA

l’appello principale proposto da F.S.S., dall’AZ. AGRICOLA C.M. SAS e dall’ AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS;

ACCOGLIE

in parte gli appelli incidentali di C.M.F.S.S., di F.M.S.S., di C.R.F.B., della società S. SRL, della società S.L. SNC, dell’AZ. AGRICOLA N.P.S. S.S., dell’AZ. AGRICOLA P.S.M. SNC, nonché l’appello incidentale di F.M.S.S. e di P.B., nonché l’appello incidentale di R.F.M.S.S., e per l’effetto in parziale

RIFORMA

della sentenza del Tribunale di Milano, quarta sezione civile, n. 10808/2019, pubblicata il 25/11/2019,

CONDANNA

F.S.S., AZ. AGRICOLA C.M. SAS ed AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS in solido fra loro al pagamento in favore di R.F.M.S.S. delle spese legali liquidate, quanto alla mediazione obbligatoria, in euro 4.000,00 per compensi, quanto al primo grado, in euro 60.000,00 per compensi oltre contributo unificato, contributo spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge, e, quanto al presente grado, in euro 50.000,00 per compensi oltre contributo unificato, contributo spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge se dovuti;

CONDANNA

F.S.S., AZ. AGRICOLA C.M. SAS ed AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS in solido fra loro al pagamento in favore di C.M.F.S.S. delle spese legali liquidate, quanto alla mediazione obbligatoria in euro 4.000,00 per compensi, quanto al primo grado, in euro 50.000,00 per compensi oltre accessori e, quanto al presente grado, in euro 40.000,00 per compensi oltre spese, oltre contributo spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge se dovuti;

CONDANNA

F.S.S., AZ. AGRICOLA C.M. SAS ed AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS in solido fra loro al pagamento in favore di F.M.S.S., C.R.F.B., S. SRL, S.L. SNC, AZ. AGRICOLA N.P.S. S.S., AZ. AGRICOLA P.S.M. SNC delle spese processuali liquidate, quanto al primo grado, in euro 50.000,00 complessivi per compensi e, quanto al presente grado, in euro 40.000,00 complessivi per compensi, oltre contributo spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge se dovuti;

CONDANNA

F.S.S., AZ. AGRICOLA C.M. SAS ed AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS in solido fra loro al pagamento in favore di F.M.S.S. e P.B. delle spese processuali liquidate quanto al presente grado, in euro 40.000,00 complessivi per compensi oltre contributo spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge se dovuti;

CONFERMA

nel resto la sentenza impugnata;

DICHIARA

la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte degli appellanti principali F.S.S., AZ. AGRICOLA C.M. SAS ed AZIENDA AGRICOLA C.S.I. SAS in solido tra loro dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato di cui all’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, così come modificato dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 24 dicembre 2012.

Conclusione

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del 27 ottobre 2021.

Depositata in Cancelleria il 6 maggio 2022.


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