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Cremazione non autorizzata: c’è risarcimento?

12 Gennaio 2023 | Autore:
Cremazione non autorizzata: c’è risarcimento?

Se i familiari non vengono informati, hanno diritto al ristoro dei danni: la legge richiede il preavviso ed il loro consenso, salvi i casi di irreperibilità.

Molti parenti hanno l’amara sorpresa di scoprire, a distanza di tempo dalla sepoltura, che la salma del loro caro estinto non è più nella tomba o nel loculo: è stata prelevata e trasformata in cenere. E tutto ciò è avvenuto a loro completa insaputa. Questo accade specialmente quando sono trascorsi almeno 10 anni dalla morte, e i servizi cimiteriali del Comune, per liberare posti da destinare a nuovi sepolcri, provvedono autonomamente all’incenerimento. E allora che cosa si può fare se il Comune ha cremato la salma senza autorizzazione? I familiari si domandano, soprattutto, se in questi casi di cremazione non autorizzata c’è risarcimento nei loro confronti.

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione [1] ha detto di sì: se i familiari non vengono informati e preavvisati, hanno diritto al pieno ristoro dei danni non patrimoniali patiti in conseguenza della cremazione non autorizzata del loro congiunto. Infatti la legge impone di chiedere il loro preventivo consenso, salvi i casi di irreperibilità. Ma nella vicenda decisa dalla Suprema Corte questo non era avvenuto: la società concessionaria per i servizi cimiteriali del Comune si era limitata ad inviare una raccomandata ad una sola delle figlie del defunto.

La missiva, però, non era andata a buon fine, perché nel frattempo la donna aveva cambiato indirizzo, sicché nessun familiare era stato informato in tempo, altrimenti, se avessero ricevuto una tempestiva comunicazione di quanto stava per accadere, tutti avrebbero optato per una nuova inumazione, anziché per la cremazione. In sostanza, nel ragionamento degli Ermellini la cremazione eseguita senza preavviso è un atto illecito, che in quanto tale dà diritto al risarcimento dei danni, compresi quelli di natura non patrimoniale, come il danno morale. Ora vediamo più in dettaglio come e perché si è arrivati a questa importante conclusione.

Cremazione dopo la sepoltura: cosa prevede la legge

La legge del 2001 sulla cremazione [2] dispone che «l’ufficiale dello stato civile, previo assenso dei soggetti di cui alla lettera b) numero 3), o, in caso di loro irreperibilità, dopo trenta giorni dalla pubblicazione nell’albo pretorio del comune di uno specifico avviso, autorizza la cremazione delle salme inumate da almeno dieci anni e delle salme tumulate da almeno venti anni». I soggetti chiamati a fornire l’assenso alla cremazione sono il coniuge superstite ed i parenti più prossimi, individuati secondo le regole generali stabilite dal Codice civile [3].

È bene ricordare che l’inumazione consiste nella sepoltura in terra, con deposizione della salma in una bara di legno, mentre la tumulazione avviene ponendo il cadavere in un loculo, e in tal caso la bara deve essere interamente rivestita di zinco. Questa importante differenza spiega perché i termini sono diversi: occorrono almeno 10 anni nel primo caso, e almeno 20 nel secondo, prima di poter incenerire i resti del cadavere.

Cremazione: l’avviso ai parenti

La norma di legge  che abbiamo riportato aveva demandato ad un successivo regolamento – che non è ancora stato emanato –  la disciplina di polizia mortuaria conseguente alla scelta del tipo di sepoltura, limitandosi a precisare che l’autorizzazione alla cremazione deve essere concessa «nel rispetto della volontà espressa dal defunto o dai suoi familiari»; in mancanza di disposizione testamentaria del defunto si applicano le disposizioni anzidette, che, come abbiamo visto, richiedono la comunicazione ai parenti, o, in caso di loro irreperibilità, la pubblicazione dell’avviso nell’albo pretorio del Comune.

La Corte di Cassazione ha ritenuto che – sebbene non sia stato emanato alcun regolamento attuativo – «la norma in questione è comunque vigente, essendo il suo precetto sufficientemente dettagliato da potersi applicare: è infatti previsto che l’ufficiale dello stato civile debba richiedere il consenso dei parenti, previo loro individuale avviso, e, nel caso di irreperibilità, previa affissione all’albo». È una norma talmente chiara che – spiega la sentenza – «non ha bisogno di ulteriori specificazioni per poter essere applicata».

Cremazione non autorizzata: risarcimento danni

Nella vicenda esaminata è emerso in modo «pacifico che la comunicazione individuale è stata effettuata a domicilio non corretto, per poi essere rinnovata, ma erroneamente, mediante pubblici proclami» (pubblicando l’avviso su un giornale). I giudici della Suprema Corte hanno sottolineato che il consenso dei parenti alla cremazione «è strumentale alla tutela dell’interesse cosiddetto secondario al sepolcro»: mentre il diritto primario al sepolcro è quello di esservi seppellito (o di seppellire altri) in quel luogo, il diritto secondario al sepolcro «spetta a chiunque sia congiunto di una persona, che riposa in un sepolcro, di accedervi e di opporsi ad ogni trasformazione che arrechi pregiudizio al rispetto dovuto a quella spoglia».

Ecco perché in caso di violazione di questo diritto al sepolcro spetta il risarcimento dei danni patiti dai congiunti che lo hanno subito in proprio, trattandosi di un loro diritto «personale e intrasmissibile», dunque tale da poter essere azionato a proprio nome, anche in via giudiziaria, senza alcuna dipendenza dagli eventuali diritti acquisiti dal defunto (non c’è quindi alcun legame con l’eredità, conta solo il rapporto di parentela esistente con la persona deceduta e poi rimossa dal sepolcro per essere cremata senza autorizzazione dei familiari).

Il Collegio spiega così la decisione: «L’interesse dei parenti ad avere un luogo per onorare il defunto, e l’interesse a che tale luogo non sia trasformato, è esplicazione di un diritto della personalità, cui concede rilevanza l’articolo 2 della Costituzione. Ne segue, e pare ovvio, che esso si distingue dall’interesse dei parenti a che la salma rimanga nel luogo di sepoltura per il periodo minimo previsto dalla legge, nonché ad avere risarcimento per l’illegittima anticipata traslazione, interesse sotteso al diritto primario, ossia al diritto di uso e godimento del sepolcro».

Cremazione non autorizzata: quanto spetta ai parenti

Gli Ermellini ricordano che i diritti secondari di sepolcro attribuiti direttamente ai parenti  del defunto «hanno a contenuto sentimenti che esaltano l’aspetto spirituale dell’uomo e costituiscono la parte più alta e fondamentale del patrimonio affettivo della comunità, e rappresentano dal punto di vista giuridico la classe dei sentimenti-valori, qualificati positivamente dal diritto e protetti sia in funzione della loro attuazione sia contro eventuali violazioni».

Inoltre – prosegue la sentenza – «il diritto secondario di sepolcro trova fondamento altresì nell’articolo 19 della Costituzione, che garantisce la libertà di religione e con essa delle pratiche che ne sono espressione». In presenza di questa lesione di un diritto costituzionalmente garantito, derivante dalla trasformazione non autorizzata della salma in cenere, «è di tutta evidenza  che l’interesse al culto dei defunti non è leso soltanto dalla distruzione o dispersione del cadavere, ma altresì dalla imposizione di forme di culto che non sono previamente accettate dai parenti del defunto».

In definitiva, il consenso dei parenti alla cremazione è indispensabile e non se ne può prescindere, tranne che nei casi di loro irreperibilità: «è la legge stessa che, prevedendo che la trasformazione in cenere debba essere autorizzata, considera lesione del diritto una trasformazione che ne prescinda». Nel caso deciso, i parenti che hanno agito in giudizio hanno ottenuto un risarcimento di 2.500 euro in favore della moglie, della figlia e della sorella di un uomo i cui resti erano stati cremati a seguito della riesumazione avvenuta 10 anni dopo la sepoltura mediante inumazione.


note

[1] Cass. sent. n. 370/2023.

[2] Art. 1, lett. g), L. n. 130/2001.

[3] Artt. 74, 75, 76 e 77 Cod. civ.


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