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Il praticante avvocato può iscriversi all’albo anche se ha un procedimento penale?

12 Gennaio 2023 | Autore:
Il praticante avvocato può iscriversi all’albo anche se ha un procedimento penale?

Via libera del Cnf: la pendenza non è di ostacolo, specialmente se è vecchia e riguarda un fatto isolato. Opera la presunzione di non colpevolezza sancita dalla Costituzione. 

Molti giovani, ed anche meno giovani, che decidono di intraprendere la professione forense sono condizionati dalla presenza di un procedimento penale pendente a loro carico, e temono che ciò possa costituire un ostacolo per l’iscrizione all’albo tenuto dal locale Consiglio dell’Ordine. I reati dei quali si è indagati o imputati, ma non (o non ancora) condannati in via definitiva, possono essere di qualsiasi tipo: non solo delitti ma anche contravvenzioni, come la guida in stato di ebbrezza o una violazione edilizia. E si sa che i procedimenti penali per accertarli durano anni. Quindi chi si trova in questa situazione vorrebbe sapere: il praticante avvocato può iscriversi all’albo anche se ha un procedimento penale?

La risposta arriva dall’autorevole voce del Consiglio Nazionale Forense ed è positiva: una recente sentenza [1] ha sancito che la pendenza di un procedimento penale non impedisce di per sé l’iscrizione nell’albo dei praticanti avvocati. Il caso esaminato riguardava un’incriminazione per una condotta attribuita come penalmente rilevante ma che a ben vedere era molto risalente nel tempo (si trattava di fatti avvenuti 11 anni prima), e perciò è stata ritenuta inidonea ad incidere negativamente sull’affidabilità morale del soggetto.

Iscrizione all’albo degli avvocati: requisiti

La legge sull’ordinamento della professione forense [2] stabilisce i seguenti requisiti per l’iscrizione all’albo degli avvocati:

  • essere cittadino italiano o di Stato appartenente all’Unione europea (per gli stranieri cittadini di Stati non facenti parte dell’Unione Europea vige una normativa speciale);
  • avere superato l’esame di abilitazione;
  • avere il domicilio professionale nel circondario del tribunale ove ha sede il consiglio dell’ordine;
  • godere del pieno esercizio dei diritti civili;
  • non trovarsi in una situazione di incompatibilità [3];
  • non essere sottoposto ad esecuzione di pene detentive, di misure cautelari o interdittive;
  • non avere riportato condanne per i reati di cui all’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale e per quelli previsti dagli articoli 372, 373, 374, 374-bis, 377, 377-bis, 380 e 381 del codice penale;
  • essere di «condotta irreprensibile secondo i canoni previsti dal codice deontologico forense».

Il requisito della «condotta irreprensibile»

È proprio il requisito della «condotta irreprensibile» che fa sorgere i dubbi sulla possibilità di iscrizione all’albo degli avvocati di un praticante che ha un procedimento penale pendente. Un tempo, prima della riforma del 2012, si chiamava «condotta specchiatissima e illibata», ma, secondo la giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense [4], il mutamento terminologico «non modifica il contenuto sostanziale del requisito, dovendosi la irreprensibilità della condotta valutare alla stregua del codice deontologico forense».

Ciò che conta ai fini dell’iscrizione all’albo degli avvocati, quindi, è se il comportamento tenuto dall’aspirante all’iscrizione all’albo sia tale da poter compromettere o meno il decoro e la dignità della classe forense. In questa prospettiva, la pendenza di un procedimento penale non è un elemento univocamente indicativo dell’assenza di affidabilità e dei requisiti attitudinali necessari per lo svolgimento della professione forense, tant’è che l’iscrizione potrebbe essere accolta anche in presenza di una condanna penale già intervenuta  – che «non comporta un’automatica inibizione dell’iscrizione» [5] – e, viceversa, negata pur se la condanna non sia stata pronunciata, se si ritiene che quei fatti, pur non costituendo reato, siano tali da ledere il prestigio del singolo e dell’intera categoria forense.

La vicenda e la motivazione del Cnf

La nuova vicenda decisa dal Cnf ha confermato l’impostazione che abbiamo delineato, ed è riscontrata da numerose pronunce precedenti di analogo tenore [6]. Il caso riguardava un aspirante avvocato al quale il Coa territoriale aveva negato per due volte l’iscrizione all’albo, in quanto imputato di reati tributari (dichiarazione infedele dei redditi) e di truffa, asseritamente commessi nel quinquennio 2006/2011, in un’epoca in cui egli era ancora un laureando in giurisprudenza e frequentava uno studio di un avvocato amico di famiglia specializzato in infortunistica e sinistri stradali: alcuni clienti lo avevano denunciato lamentando di aver ricevuto una cifra inferiore di quella liquidata come risarcimento danni dalle compagnie di assicurazione.

Il Collegio ha accolto il ricorso proposto avverso il diniego di iscrizione, affermando che: «non vi sono elementi tali da valutare, con disvalore, la condotta complessiva del richiedente negli anni successivi all’episodio di cui al procedimento penale (tuttora) pendente». Infatti – prosegue la sentenza – l’ordinamento professionale forense «non prevede una autonoma inibizione dell’iscrizione nei confronti di coloro che abbiano un procedimento penale in corso. Tanto più quando si tratti di episodi risalenti nel tempo».

La decisione sottolinea che «la condanna penale non comporta un’automatica inibizione dell’iscrizione, specie se relativa ad una condotta occasionale e risalente nel tempo, che non appaia ragionevolmente suscettibile di incidere attualmente sulla affidabilità del soggetto che aspira a svolgere il delicato ruolo attribuito dall’ordinamento al professionista forense, e ciò, anche in base ad una interpretazione costituzionalmente orientata (art. 27, comma 2, Cost.) dell’ordinamento professionale, poiché risulterebbe vessatorio privare il soggetto richiedente della possibilità di dimostrare, nel corso della pratica forense, che egli è in possesso delle qualità necessarie per esercitare onorevolmente la professione».

Quando la condanna penale non ostacola l’iscrizione all’albo

Il principio di presunzione di innocenza, e dunque di non colpevolezza fino alla condanna definitiva, sancito dall’art. 27 della Costituzione gioca un ruolo decisivo nella valutazione della vicenda, poiché – spiega il Cnf – «non può che consentire al soggetto richiedente la possibilità di dimostrare, nel corso della pratica forense, che egli è in possesso delle qualità necessarie per esercitare con decoro la professione. Conseguentemente, la valutazione del requisito della condotta irreprensibile, necessario ai fini della iscrizione all’albo avvocati e al registro dei praticanti, doveva essere compiuta dal Coa in modo autonomo ed indipendente anche rispetto all’esito dell’eventuale procedimento penale che possa aver coinvolto l’interessato».

Dunque, conclude il Cnf, se la condanna penale non comporta un’automatica inibizione dell’iscrizione all’albo, «a maggior ragione non è di ostacolo a tale iscrizione la pendenza di un procedimento penale», oltretutto quando si è constatata «la risalenza dei fatti ad oltre 11 anni fa, la rinuncia alla prescrizione nel corso del giudizio, il principio costituzionale di “presunzione di non colpevolezza” e l’assenza di elementi che possono indicare una condotta che impedisca attualmente l’iscrizione all’Albo dei praticanti, in assenza di altri elementi che portano a non escludere che il ricorrente possa con onore, decoro e serietà esercitare la pratica forense».


note

[1] Cnf, sent. n. 157 del 30.09.2022.

[2] Art. 17 L. n. 247/2012.

[3] Artt. 18 e ss. L. n. 247/2012.

[4] Cnf, sent. n. 75/2013.

[5] Cnf, sent. n. 2/2014.

[6] Cnf, sent. n. 214/2018, n. 31/2010, n. 161/2009, n. 4/2009 e n. 227/2008.

Autore immagine: depositphotos


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