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Quando è vietato registrare una conversazione?

12 Gennaio 2023 | Autore:
Quando è vietato registrare una conversazione?

Cosa si rischia a registrare una conversazione di nascosto? Si può registrare il datore di lavoro per dimostrare ritorsioni, abusi e mobbing? 

In linea generale la legge ammette la possibilità di effettuare registrazioni di nascosto, ossia senza l’autorizzazione dei partecipanti alla conversazione. Tuttavia vi sono alcune condizioni da rispettare a tutela dell’altrui privacy: regole la cui violazione potrebbe implicare una incriminazione penale o, negli ambienti di lavoro, il licenziamento. 

È stata la Cassazione a spiegare più volte quando è vietato registrare una conversazione. Le pronunce indicano i paletti da rispettare per non commettere reato. Di tale delicato argomento ci occuperemo qui di seguito in modo da fornire una pratica guida per chi vuol magari procurarsi una prova di abusi ai propri danni senza però rischiare un procedimento penale. 

Quando si può registrare chi parla?

Per registrare una persona che parla non c’è bisogno di chiedere la sua autorizzazione, né di avvisarlo di ciò. Chi intrattiene una conversazione con un’altra persona deve quindi essere consapevole che questa lo può registrare senza dirgli nulla. Ragion per cui, se intendi tutelare la tua privacy, devi essere tu stesso ad evitare di riferire argomenti che vuoi tener nascosti.

Vi sono però alcune condizioni da rispettare per registrare una persona che parla:

  • chi registra deve essere fisicamente presente alla conversazione: non può cioè allontanarsi lasciando il registratore acceso. Non si può infatti ingenerare nei presenti la convinzione di non essere ascoltati;
  • la registrazione non può essere divulgata: deve essere custodita da chi l’ha eseguita, il quale ne è responsabile anche nel caso in cui, cedendola ad un altro, questi la diffonda (ad esempio inoltrandola a terzi).

Luoghi in cui non si può fare la registrazione in segreto

La registrazione può avvenire solo in luoghi pubblici o aperti al pubblico nonché nei locali del soggetto registrante. 

In particolare la registrazione non deve avvenire: 

  • nel luogo di privata dimora del soggetto registrato o in un altro luogo ad esso equiparato: dunque non solo la casa, ma anche le adiacenze (il cortile, il garage), lo studio del professionista, il retrobottega del negoziante non accessibile alla clientela, l’ufficio privato di lavoro non aperto al pubblico, l’auto personale, ecc.;
  • nel luogo di lavoro, salvo in questo caso che la registrazione serva per tutelare un diritto del lavoratore, come nel caso di abusi a seguito di mobbing o in caso di licenziamento ritorsivo o molestie.

Che uso si può fare della registrazione?

La registrazione può essere custodita senza limiti di tempo da chi la effettua. Questi la può conservare per propria memoria, senza farla ascoltare ad altri. L’unico uso consentito è quello giudiziale: quindi per sporgere una denuncia o una querela o come prova all’interno di un processo. Si pensi, ad esempio, alla confessione di un soggetto che ammetta di aver ricevuto un prestito da un altro pur non avendo firmato alcun documento: la registrazione può fungere da prova per ottenere la restituzione delle somme in caso di inadempimento.

Le registrazioni sul luogo di lavoro sono legittime?

Per dimostrare un abuso del datore di lavoro – ad esempio un licenziamento ritorsivo – il lavoratore può portare in giudizio anche registrazioni di conversazioni avvenute tra colleghi. È il principio stabilito dalla Cassazione più volte [1].

Proprio a fronte del non agevole onere probatorio in capo al lavoratore in caso di licenziamento basato sulla discrominazione, la giurisprudenza ha osservato come questo possa essere assolto mediante registrazioni delle conversazioni ma anche, in alcuni casi, attraverso una valutazione unitaria e globale, da parte del giudice, di tutti gli elementi prodotti in giudizio per escludere la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo oggettivo.

In effetti, anche a fronte di un sempre più complesso impianto normativo di tutela del trattamento dei dati personali, non sarebbe corretto dire che il lavoratore abbia la possibilità di produrre liberamente in giudizio, a fini probatori, qualsiasi registrazione effettuata durante una conversazione avvenuta tra colleghi.

Sta al giudice, caso per caso, valutare la legittimità di queste ultime. A più battute è stato affermato dalla giurisprudenza, come la registrazione di una conversazione tra presenti possa costituire fonte di prova solo a condizione che colui contro il quale la registrazione è prodotta non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta, né che quest’ultima abbia avuto un tenore differente rispetto a quello risultante dal nastro, e sempre che almeno uno dei soggetti tra cui la conversazione si svolge sia parte in causa. Al fine di precostituirsi un mezzo probatorio sembrerebbe quindi che, chiunque voglia tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda possa, con l’uso di un cellulare o di un registratore, e nel rispetto delle condizioni sopra indicate, registrare tutte le conversazioni che, secondo lui, potrebbero rappresentare il cosiddetto “ago della bilancia” in un futuro e imminente processo.

Registrazioni e rispetto della privacy  

L’uso sempre più frenetico di smartphone e, più in generale, di strumenti tecnologici hanno portato la giurisprudenza a doversi pronunciare sulla possibilità di utilizzo in sede di giudizio di strumenti di prova alternativi a quelli “classici” come, ad esempio, le registrazioni fonografiche di conversazioni tra colleghi.

L’orientamento giurisprudenziale più recente sembra ormai consolidato nel ritenere che queste ultime siano ammissibili, a patto però che siano rispettati i limiti e le condizioni specificamente individuati anche dalla normativa in materia di privacy.

Il procurarsi indebitamente, attraverso l’utilizzo di strumenti di ripresa visiva o sonora, notizie o immagini inerenti la vita privata di una persona presso la sua abitazione o altra privata dimora (tra le quali può rientrare anche il posto di lavoro) costituisce reato di interferenze illecite nella vita privata.  


note

[1] Cass. sent. n. 28398/22 del 29.09.2022.

Autore immagine: depositphotos

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Sentenza 29 settembre 2022 n. 28398

Data udienza 11 luglio 2022

Integrale

Licenziamento – Tutela reintegratoria c.d. attenuata – Fatto rientrante tra le condotte punibili con una sanzione conservativa – Utilizzo a fini difensivi di registrazioni di colloqui tra il dipendente ed i colleghi sul luogo di lavoro – Esclusione della necessità del consenso dei presenti – Annullamento con rinvio

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere

Dott. MICHELINI Gualtiero – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 32296/2018 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente principale –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente – ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) S.P.A.:

– ricorrente principale – controricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 448/2018 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il 03/09/2018 R.G.N. 352/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 11/07/2022 dal Consigliere Dott. CARLA PONTERIO;

il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO Rita, visto il Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 bis, convertito con modificazioni nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha depositato conclusioni scritte.

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’appello di Salerno ha respinto il reclamo principale della societa’ (OMISSIS) s.p.a. e il reclamo incidentale proposto da (OMISSIS), confermando la sentenza di primo grado che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato l’8.2.2016 e aveva condannato la societa’ datoriale alla reintegra nel posto di lavoro e al pagamento dell’indennita’ risarcitoria.

2. La Corte territoriale, mediante ampi rinvii all’ordinanza e alla sentenza emesse nel giudizio di primo grado, ha rilevato come gli addebiti contestati alla dipendente fossero privi di riscontro e, comunque, relativi a condotte di inefficienza o negligenza, conosciute e tollerate da parte datoriale ed anzi conformi alla prassi aziendale praticata fin da epoca anteriore all’inizio del rapporto di lavoro con la (OMISSIS); che tali addebiti non avessero carattere di gravita’ e non giustificassero l’irrogazione della sanzione espulsiva, essendo al piu’ sanzionabili con una misura conservativa, secondo le previsioni del contratto collettivo.

3. Ha ritenuto che il carattere ritorsivo del licenziamento non potesse considerarsi provato in base alle deposizioni testimoniali raccolte ne’ attraverso le “abusive, illegittimamente captate e registrate conversazioni” tra la lavoratrice e (OMISSIS), considerate dai giudici di appello non idonee a costituire fonte di prova.

4. Avverso tale sentenza la (OMISSIS) s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi. (OMISSIS) ha resistito con controricorso e ricorso incidentale articolato in due motivi.

5. Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte chiedendo il rigetto del ricorso principale e l’accoglimento del primo motivo di ricorso incidentale.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Ricorso principale di (OMISSIS) s.p.a..

6. Con il primo motivo di ricorso e’ dedotta la nullita’ della sentenza per violazione della L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 60, per avere la Corte d’appello letto il dispositivo all’udienza del 16.7.2018 e depositato la sentenza completa di motivazione in un momento successivo, esattamente in data 3.9.2018.

7. Con il secondo motivo si deduce omessa pronuncia, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia; violazione degli articoli 112 e 277 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

8. Si addebita alla sentenza impugnata di aver rigettato il reclamo senza esaminare specificamente i motivi addotti, usando frasi non pertinenti al caso concreto; inoltre, di non avere esaminato le due eccezioni di nullita’ sollevate dalla societa’: la nullita’ degli atti del giudizio di primo grado, fase di opposizione, per avere il giudice, all’udienza del 22.3.2018, concesso solo cinque giorni per il deposito di note difensive prima dell’udienza di discussione, anziche’ dieci giorni come previsto dalla L. 92 del 2012, articolo 1, comma 57, cosi’ comprimendo il diritto di difesa della parte; la nullita’ della sentenza n. 1118/2018 emessa all’esito del giudizio di opposizione per avere il giudice all’udienza del 19.4.2018 sdoppiato la decisione pronunciando solo il dispositivo e depositando in data 3.5.2018 la sentenza completa di motivazione.

9. Si critica inoltre la sentenza d’appello per aver omesso di motivare su un punto decisivo della controversia concernente il carattere ritorsivo o meno del licenziamento; per avere genericamente affermato l’infondatezza degli addebiti contestati alla lavoratrice senza esaminare specificamente i motivi di reclamo, in tal modo omettendo l’esame di fatti decisivi e valutando erroneamente le prove dedotte nel giudizio; per aver violato gli articoli 112 e 277 c.p.c., atteso che la societa’ aveva fornito prova documentale e testimoniale dei fatti contestati.

10. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 42; la mancata applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 18, comma 5, come modificato dalla L. n. 92 del 2012; l’errata valutazione dei fatti provati, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

11. Si rileva che il giudice dell’opposizione ha ritenuto sussistenti i fatti contestati ma ha considerato gli stessi punibili con sanzioni conservative; che in base alla L. n. 92 del 2012, in ipotesi di sussistenza del fatto contestato, il giudice deve applicare la disciplina dettata dall’articolo 18 cit., comma 5; che la sentenza e’ errata per non avere detratto cio’ che la lavoratrice ha guadagnato nel periodo di estromissione, svolgendo un’altra occupazione come amministratrice titolare della societa’ (OMISSIS) s.r.l.; che la Corte di merito ha errato nella valutazione delle prove documentali e testimoniali elencate e trascritte.

12. Con il quarto motivo di ricorso si addebita alla sentenza la violazione e falsa applicazione del contratto individuale stipulato il 27.2.2013, dell’articolo 220, comma 1, del CCNL di categoria, degli articoli 2119 e 1453 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

13. Si premette che la societa’ ha assunto la (OMISSIS) nel febbraio 2013 come responsabile dell’ufficio fornitori, con la qualifica di quadro;

che la lavoratrice aveva contratto, tra l’altro, l’obbligo di seguire scrupolosamente le direttive generali dell’amministratore, di osservare le procedure interne, di conservare i dati aziendali e non diffondere all’esterno la banca dati della societa’; che la lavoratrice aveva violato tutti gli obblighi assunti e realizzato una strategia illecita per danneggiare l’azienda; che la falsita’ delle deposizioni rese da (OMISSIS) e da (OMISSIS) era emersa nel corso dei procedimenti penali svolti; che i fatti contestati e provati portavano alla risoluzione del contratto di lavoro ai sensi dell’articolo 1453 c.c., e alla dimostrazione di esistenza di una giusta causa di licenziamento; che la Corte d’appello non ha contestualizzato i fatti, non ha valutato in maniera completa gli atti del giudizio e non ha considerato che la lavoratrice avesse violato il contratto individuale.

14. Con il quinto motivo di ricorso si denuncia vizio di motivazione ai sensi dell’articolo 277 c.p.c.; violazione e falsa applicazione degli articoli 112 e 116 c.p.c.; omessa valutazione delle prove documentali e testimoniali proposte dalla societa’; errato uso del prudente apprezzamento, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

15. Si assume che la Corte d’appello abbia valutato in maniera errata le risultanze probatorie; che i documenti prodotti siano stati ignorati; che non siano state valutate le prove proposte dalla societa’ e assemblate nella relazione peritale di parte redatta dal presidente del collegio sindacale; che sia stato omesso l’esame di circostanze fattuali e di documenti decisivi per l’esito della causa; che sia erronea la valutazione di lieve entita’ degli inadempimenti della lavoratrice.

16. Con il sesto motivo si deduce la mancata

ammissione di n. 21 capitoli di prova testimoniale, di n. 4 capitoli di interrogatorio formale e della consulenza tecnica di parte giurata nonche’ la violazione e falsa applicazione degli articoli 245 e 277 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

17. Si sostiene che la Corte di merito abbia limitato il diritto di difesa della societa’ non ammettendo tutti i mezzi istruttori ritualmente introdotti dalla stessa e puntualmente trascritti.

18. Il primo motivo di ricorso e’ infondato.

19. Questa Corte, premesso che nel rito c.d. Fornero, di cui alla L. n. 92 del 2012, articolo 1, commi 47 e ss., non e’ prevista la lettura del dispositivo in udienza, ha chiarito che l’eventuale pronuncia, che comunque vi sia stata, costituisce una mera anticipazione della

pubblicazione del dispositivo rispetto alla motivazione, di tal che non e’ ravvisabile alcuna nullita’ della sentenza depositata, successivamente, entro il termine di dieci giorni dalla data dell’udienza di discussione, di cui al citato articolo 1, comma 57, essendo fatta salva la finalita’ acceleratoria del rito speciale e non configurandosi alcun pregiudizio del diritto di difesa ai fini dell’impugnazione, i cui termini decorrono dal deposito della motivazione (v. Cass. n. 5649 del 2022).

20. Neppure il secondo motivo di ricorso merita accoglimento.

21. Va anzitutto precisato che il vizio di omessa pronuncia e’ configurabile solo nel caso di mancato esame di questioni di merito, e non ove si deduca l’omesso esame di questioni processali (v. Cass. n. 25154 del 2018; n. 1876 del 2018), come nel caso di specie. Peraltro, il ricorso in esame non indica in che termini e in quali atti processuali sia stata posta, nella fase di reclamo, la questione della violazione del termine di cui all’articolo 1, comma 57 cit., per il deposito di note difensive, rilevandosi che, comunque, la citata disposizione prevede la concessone di termine alle parti per il deposito di note difensive “fino” a dieci giorni prima dell’udienza di discussione. La questione della nullita’ per avvenuta lettura del dispositivo separatamente dal deposito della sentenza completa di motivazione deve ritenersi implicitamente respinta dai giudici del reclamo, che hanno a loro volta dato lettura del dispositivo ed eseguito il successivo deposito della sentenza completa di motivazione, legittimamente secondo i precedenti di questa Corte di legittimita’.

22. Quanto al dedotto vizio di “motivazione insufficiente e contraddittoria”, deve ribadirsi che, a seguito della riforma del 2012, e’ scomparso il controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza, residuando unicamente il controllo sulla esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile contraddittorieta’ e dell’illogicita’ manifesta) della motivazione, cioe’ con riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata (in tal senso, Cass., S.U. nn. 8053 e 8054 del 2014), requisiti certamente non rinvenibili e neanche dedotti nel caso in esame.

23. Le residue censure sollevate col secondo motivo di ricorso, di omesso esame di fatti decisivi e di errata valutazione delle prove dedotte nel giudizio, cosi’ come le critiche oggetto del quarto, del quinto e del sesto motivo, sono tutte inammissibili.

24. Sebbene formulate attraverso la denuncia di errores in procedendo e in iudicando, le critiche investono la mancata ammissione dei mezzi di prova orale e la valutazione, come operata dai giudici del reclamo, dei dati probatori raccolti. Tali censure, in quanto attengono al merito della controversia, sono suscettibili di esame in sede di legittimita’ nei ristretti limiti di cui al nuovo testo dell’articolo 360 c.p.c., n. 5; al riguardo, secondo l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite (sentenze nn. 8053 e 8054 del 2014 cit.) e dalle successive pronunce conformi (v. Cass., 27325 del 2017; Cass., n. 9749 del 2016), l’omesso esame deve riguardare un fatto, inteso nella sua accezione storico-fenomenica, principale (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioe’ dedotto in funzione probatoria), la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia carattere decisivo. Non solo quindi la censura non puo’ investire argomenti o profili giuridici, ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori. I motivi di ricorso in esame non soddisfano in alcun modo i requisiti del nuovo articolo 360 c.p.c., n. 5 in quanto non solo non individuano un fatto storico decisivo il cui esame sarebbe stato omesso ma sollecitano nella sostanza una revisione delle valutazioni e del convincimento del giudice di merito tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, di per se’ estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione.

25. La violazione del contratto collettivo e dell’articolo 1453 c.c., oggetto del quarto motivo di ricorso, e’ articolata in base ad una ricostruzione in fatto diversa rispetto a quella accertata dai giudici di merito e si colloca, come tale, all’esterno del perimetro del vizio di violazione di legge.

26. Questa Corte (v. Cass. n. 3340 del 2019; n. 640 del 2019; n. 10320 del 2018; n. 24155 del 2017; n. 195 del 2016) ha piu’ volte definito i confini in cui si articola il giudizio di diritto che l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, descrive attraverso le espressioni di violazione o falsa applicazione di legge; il vizio di violazione di legge investe immediatamente la regola di diritto, risolvendosi nella negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di una norma, ovvero nell’attribuzione ad essa di un contenuto che non possiede, avuto riguardo alla fattispecie ivi delineata; il vizio di falsa applicazione di legge consiste, o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perche’ la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non e’ idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione; si e’ parallelamente precisato che non rientra nell’ambito applicativo dell’articolo 360, comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta percio’ al sindacato di legittimita’; il discrimine tra la violazione o falsa applicazione di norme e l’erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta e’ segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, e’ mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa.

27. Nel caso di specie, la violazione di legge e di contratto collettivo e’ veicolata esclusivamente sul presupposto che la Corte di merito abbia errato nel valutare le prove e, a causa di cio’, non abbia avuto percezione del complessivo inadempimento della dipendente ai propri obblighi e di come la stessa avesse realizzato una strategia illecita per danneggiare l’azienda.

28. Infondato e’ anche il terzo motivo di ricorso atteso che la L. n. 300 del 1970, articolo 18, comma 4, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, contempla espressamente, tra le ipotesi per cui e’ prevista la tutela reintegratoria cd. attenuata, quella in cui il giudice “accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro (…) perche’ il fatto (ndr., sussistente) rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili”. Ed e’ quanto ha ritenuto la Corte d’appello riguardo all’addebito accertato nei confronti della lavoratrice.

29. Non puo’ trovare accoglimento la censura in tema di aliunde perceptum poiche’ la parte ricorrente principale non ha specificato in quali atti processuali e in che termini abbia sollevato l’eccezione nei gradi di merito e neppure ha indicato gli estremi processuali sulla cui base la circostanza del conseguimento di compensi per lo svolgimento di altra attivita’ lavorativa da parte della (OMISSIS) potesse considerarsi pacifica perche’ non contestata.

30. Le considerazioni finora svolte portano al rigetto del ricorso principale.

Ricorso incidentale di (OMISSIS).

31. Con il primo motivo e’ denunciata la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 4, e dell’articolo 15, della L. n. 300 del 1970 e s.m., nonche’ della L. n. 108 del 1990, articolo 2, dell’articolo 1345 c.c., per la natura discriminatoria del licenziamento intimato; violazione degli articoli 2712 e 2697 c.c., articolo 115 c.p.c., per non avere la Corte d’appello valutato le registrazioni foniche in atti, non contestate.

32. Si censura la sentenza impugnata per avere escluso la ritorsivita’ del licenziamento muovendo da un presupposto errato e cioe’ la non utilizzabilita’ delle registrazioni dei colloqui tra presenti, in contrasto con l’orientamento di legittimita’ e sebbene controparte non avesse in alcun modo contestato lo svolgimento dei colloqui registrati e il relativo contenuto.

33. Con il secondo motivo di ricorso si critica la statuizione, adottata in sede di reclamo, di compensazione delle spese del doppio grado di giudizio per reciproca soccombenza, rilevando l’assenza di soccombenza reciproca nel primo grado di giudizio.

34. Il primo motivo di ricorso incidentale e’ fondato.

35. Questa Corte ha affermato che la registrazione di una conversazione tra presenti possa costituire fonte di prova entro i limiti e le condizioni specificamente individuate. Si e’, in particolare, statuito che la registrazione su nastro magnetico di una conversazione possa costituire fonte di prova, ex articolo 2712 c.c., se colui contro il quale la registrazione e’ prodotta non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta, ne’ che abbia avuto il tenore risultante dal nastro, e sempre che almeno uno dei soggetti, tra cui la conversazione si svolge, sia parte in causa; il disconoscimento, da effettuare nel rispetto delle preclusioni processuali degli articoli 167 e 183 c.p.c., deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito e concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra la realta’ fattuale e quella riprodotta (Cass. n. 1250 del 2018; n. 5259 del 2017; n. 27424 del 2014).

36. Nel valutare se la condotta di registrazione di conversazioni tra un dipendente e i suoi colleghi presenti, all’insaputa dei conversanti, potesse integrare una grave violazione del diritto alla riservatezza che giustifica il licenziamento, questa Corte ha chiarito (v. Cass. n. 11322 del 2018; v. anche Cass. n. 12534 del 2019 e n. 31204 del 2021, entrambe in motivazione) che il Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 24, permette di prescindere dal consenso dell’interessato quando il trattamento dei dati, pur non riguardanti una parte del giudizio in cui la produzione venga eseguita, sia necessario per far valere o difendere un diritto, a condizione che essi siano trattati esclusivamente per tali finalita’ e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento (Cass. 20 settembre 2013, n. 21612); sicche’, l’utilizzo a fini difensivi di registrazioni di colloqui tra il dipendente e i colleghi sul luogo di lavoro non necessita del consenso dei presenti, in ragione dell’imprescindibile necessita’ di bilanciare le contrapposte istanze della riservatezza da una parte e della tutela giurisdizionale del diritto dall’altra e pertanto di contemperare la norma sul consenso al trattamento dei dati con le formalita’ previste dal codice di procedura civile per la tutela dei diritti in giudizio. Si e’ quindi affermata la legittimita’ (idest: inidoneita’ all’integrazione di un illecito disciplinare) della condotta del lavoratore che abbia effettuato tali registrazioni per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, rispondendo la stessa, se pertinente alla tesi difensiva e non eccedente le sue finalita’, alle necessita’ conseguenti al legittimo esercizio di un diritto (Cass. 10 maggio 2018, n. 11322 cit.).

37. Questa Corte ha esplicitamente affermato che “il diritto di difesa non e’ limitato alla pura e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attivita’ dirette ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia stata formalmente instaurata mediante citazione o ricorso. Non a caso nel codice di procedura penale il diritto di difesa costituzionalmente garantito dall’articolo 24 Cost. sussiste anche in capo a chi non abbia ancora assunto la qualita’ di parte in un procedimento”. Da tali premesse si e’ tratta la conseguenza che la condotta di registrazione d’una conversazione tra presenti, ove rispondente alle necessita’ conseguenti al legittimo esercizio per diritto di difesa, e quindi “essendo coperta dall’efficacia scriminante dell’articolo 51 c.p., di portata generale nell’ordinamento e non gia’ limitata al mero ambito penalistico”, non puo’ di per se’ integrare illecito disciplinare (Cass. n. 27424 del 2014 cit.), esigendosi un attento ed equilibrato bilanciamento tra la tutela di due diritti fondamentali, quali la garanzia della liberta’ personale, sotto il profilo della sfera privata e della riservatezza delle comunicazioni, da una parte e del diritto alla difesa, dall’altra (cosi’ Cass. n. 31204 del 2021 cit.).

38. La sentenza impugnata, pur citando i precedenti di legittimita’ nel senso appena indicato, ha deciso di discostarsene sul presupposto che le conversazioni tra la (OMISSIS) e (OMISSIS) fossero di per se’ “abusive e illegittimamente captate e registrate”, senza in alcun modo indagare sulla ricorrenza dei requisiti a cui questa Corte subordina la legittimita’ a fini di prova delle registrazioni di conversazioni tra presenti, senza farsi carico del contemperamento dei concorrenti diritti fondamentali e senza fornire alcuna spiegazione della soluzione adottata. Adempimenti tanto piu’ necessari in relazione alle difficolta’ di assolvimento dell’onere probatorio gravante sul lavoratore che denunci la ritorsivita’ del licenziamento intimatogli.

39. Per le ragioni esposte, respinto il ricorso principale, va accolto il primo motivo di ricorso incidentale e dichiarato assorbito il secondo motivo. La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, che provvedera’ ad un nuovo esame della fattispecie alla luce dei principi di diritto richiamati, oltre che alla regolazione delle spese del giudizio di legittimita’.

40. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, si da’ atto dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso incidentale, assorbito il secondo motivo; rigetta il ricorso principale; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Salerno, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimita’.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, da’ atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis, se dovuto.


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