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Quando può essere imposto un Trattamento sanitario obbligatorio (TSO)

12 Gennaio 2023 | Autore:
Quando può essere imposto un Trattamento sanitario obbligatorio (TSO)

Condizioni per disporre un trattamento obbligatorio presso un centro di salute mentale. 

L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari se non in forza di legge e che ciò non può avvenire in spregio del rispetto della persona. 

In una recente ordinanza [1] la Cassazione ha chiarito quando può essere imposto un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Si tratta chiaramente di una deroga – prevista solo per situazioni di grave pericolo sia per la salute del singolo che soprattutto per la sicurezza della collettività – al regime del «consenso informato»: consenso che, come noto, di regola è obbligatorio prima di qualsiasi trattamento sanitario, dal vaccino al ricovero presso un centro di salute mentale, dall’intervento chirurgico al trattamento di riabilitazione. 

Ma procediamo con ordine e vediamo quando si può imporre un TSO secondo la Cassazione.

Le 3 condizioni per imporre un TSO

La Suprema corte, con un principio di diritto appena formulato, ha definito le tre condizioni in cui per tutelare la salute del paziente è possibile ricorrere ad un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Queste sono: 

  • alterazioni psichiche tali da richiedere interventi urgenti terapeutici;
  • mancata accettazione delle terapie proposte da parte del paziente; 
  • impossibilità di effettuare idonee e tempestive misure sanitarie diverse da quelle ospedaliere. 

Naturalmente devono sussistere tutti e tre i presupposti per rendere legittimo il TSO. Diversamente il paziente a cui sia stato praticato il trattamento obbligatorio ha diritto a pretendere il risarcimento del danno.

Nel caso di specie, la Suprema Corte, sussistendo le tre condizioni appena viste, ha rigettato la richiesta di indennizzo di un uomo che, dopo essersi recato al centro di salute mentale, era stato trattenuto dai medici per un TSO della durata di 15 giorni in quanto affetto da un “disturbo delirante in fase di scompenso”. Il TSO era stato così attivato dopo che il paziente, affetto da un disturbo delirante cronico in fase di scompenso, «aveva ripetutamente rifiutato gli terapeutici proposti, nella comprovata sussistenza dei tre presupposti poc’anzi indicati». A quel punto, il provvedimento di trattenimento era stato proposto da una prima dottoressa e poi convalidato da una collega; ordinato dal Sindaco della città nella sua qualità di Ufficiale di Governo e successivamente convalidato dal giudice Tutelare.

TSO per disturbi mentali

Il campo in cui il TSO viene più spesso praticato è quello per disturbi mentali. In questi casi – sottolinea la Cassazione – l’ospedalizzazione «costituisce un evento intriso di problematicità, essendo associata ad una presumibile condizione di incapacità del paziente a prestare un valido consenso». 

Nonostante dal punto di vista normativo, prosegue la Suprema Corte, un paziente sia considerato capace oppure incapace, la realtà clinica suggerisce che possano esistere degli «spazi di autonomia e libertà decisionale residui anche in pazienti sottoposti a TSO». Dunque «un approccio di tipo multidimensionale, basato sulla valutazione, nel singolo paziente, della capacità a prestare consenso (mental capacity), costituisce un possibile terreno sul quale ricostruire, all’interno della relazione medico-paziente, un percorso di ripristino della capacità di prestare consenso alle cure».

Legge sul TSO: cosa dice?

La normativa che regola il trattamento sanitario obbligatorio è la legge n. 833 del 1978. Agli articoli 34 e 35 si indicano le condizioni al ricorrere delle quali si può prescindere dal consenso del paziente.

Si tratta, spiega la Corte, di un “evento straordinario” finalizzato alla tutela della salute mentale del paziente che «non deve essere considerato una misura di difesa sociale» e che deve essere attivato solo dopo aver ricercato, con ogni iniziativa possibile, il consenso del paziente ad un intervento volontario.

In particolare la legge dice che il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere. Il provvedimento che dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera deve essere preceduto dalla convalida della proposta di cui al terzo comma dell’articolo 33 da parte di un medico della unità sanitaria locale e deve essere motivato in relazione a quanto previsto nel presente comma. Nei casi di cui al precedente comma il ricovero deve essere attuato presso gli ospedali generali, in specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura all’interno delle strutture dipartimentali per la salute mentale comprendenti anche i presidi e i servizi extraospedalieri, al fine di garantire la continuità terapeutica. I servizi ospedalieri di cui al presente comma sono dotati di posti letto nel numero fissato dal piano sanitario regionale.

Qual è la procedura per il TSO?

La procedura del TSO viene attivata da parte di un medico che verifica e certifica l’esistenza:

  • dell’avvenuta convalida della proposta da parte di un altro medico, dipendente pubblico, generalmente specialista in psichiatria; 
  • dell’emanazione da parte del Sindaco dell’ordinanza esecutiva (entro 48 ore);
  • della notifica al Giudice Tutelare (entro 48 ore), che provvede a convalidare o meno il provvedimento, comunicandolo al Sindaco.

Quanto dura un TSO?

La durata del provvedimento che dispone il TSO è di 7 giorni che però è possibile prorogare se persistono le tre condizioni necessarie (da comunicare al Sindaco ed al Giudice Tutelare). Allo stesso modo, e in senso inverso, è possibile cessare il TSO prima dello scadere dei 7 giorni se cessa anche una delle suddette condizioni (anche in tal caso occorre fare la comunicazione al Sindaco ed al Giudice Tutelare). 

Procedura per attuare un TSO

Il provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera, da emanarsi entro 48 ore dalla convalida, corredato dalla proposta medica motivata e dalla suddetta convalida deve essere notificato, entro 48 ore dal ricovero, tramite messo comunale, al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune. Il giudice tutelare, entro le successive 48 ore, assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, provvede con decreto motivato a convalidare o non convalidare il provvedimento e ne dà comunicazione al sindaco. In caso di mancata convalida il sindaco dispone la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera.

Se il provvedimento è disposto dal sindaco di un comune diverso da quello di residenza dell’infermo, ne va data comunicazione al sindaco di questo ultimo comune, nonché al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il comune di residenza.

Se il provvedimento è adottato nei confronti di cittadini stranieri o di apolidi, ne va data comunicazione al Ministero dell’interno, e al consolato competente, tramite il prefetto. Nei casi in cui il trattamento sanitario obbligatorio debba protrarsi oltre il settimo giorno, ed in quelli di ulteriore prolungamento, il sanitario responsabile del servizio psichiatrico della unità sanitaria locale è tenuto a formulare, in tempo utile, una proposta motivata al sindaco che ha disposto il ricovero, il quale ne dà comunicazione al giudice tutelare, indicando la ulteriore durata presumibile del trattamento stesso. Il sanitario è tenuto a comunicare al sindaco, sia in caso di dimissione del ricoverato che in continuità di degenza, la cessazione delle condizioni che richiedono l’obbligo del trattamento sanitario; comunica altresì la eventuale sopravvenuta impossibilità a proseguire il trattamento stesso. Il sindaco, entro 48 ore dal ricevimento della comunicazione del sanitario, ne dà notizia al giudice tutelare.

Qualora ne sussista la necessità il giudice tutelare adotta i provvedimenti urgenti che possono occorrere per conservare e per amministrare il patrimonio dell’infermo. L’omissione delle comunicazioni suddette determina la cessazione di ogni effetto del provvedimento e configura, salvo che non sussistano gli estremi di un delitto più grave, il reato di omissione di atti di ufficio.

Chi è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, e chiunque vi abbia interesse, può proporre al tribunale competente per territorio ricorso contro il provvedimento convalidato dal giudice tutelare. Entro il termine di trenta giorni, il sindaco può proporre analogo ricorso avverso la mancata convalida del provvedimento che dispone il trattamento sanitario obbligatorio.

Nel processo davanti al tribunale le parti possono stare in giudizio senza ministero di difensore e farsi rappresentare da persona munita di mandato scritto in calce al ricorso o in atto separato. Il ricorso può essere presentato al tribunale mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Il presidente del tribunale fissa l’udienza di comparizione delle parti con decreto in calce al ricorso che, a cura del cancelliere, è notificato alle parti nonché al pubblico ministero.

Il presidente del tribunale, acquisito il provvedimento che ha disposto il trattamento sanitario obbligatorio e sentito il pubblico ministero, può sospendere il trattamento medesimo anche prima che sia tenuta l’udienza di comparizione.

Sulla richiesta di sospensiva il presidente del tribunale provvede entro dieci giorni. Il tribunale provvede in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero, dopo avere assunto le informazioni e raccolto le prove disposte di ufficio o richieste dalle parti. I ricorsi ed i successivi provvedimenti sono esenti da imposta di bollo.


note

[1] Cass. ord. n. 509/22 dell’11.01.2023.

Autore immagine: depositphotos

Cass. civ., sez. III, ord., 11 gennaio 2023, n. 509

Presidente Travaglino – Relatore Pellecchia

Rilevato che

1.Primo giudizio. Il signor B.S. conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Trieste, l’A.S.S n. (omissis) e il Ministero dell’Interno, per sentirli condannare al risarcimento dei danni subiti per essere stato sottoposto ad un Trattamento sanitario obbligatorio.

L’attore deduceva che il l’11 settembre 2001 si era recato presso il Centro di Salute Mentale di […] per ritirare copia di una propria cartella clinica. In tale occasione, veniva trattenuto presso i locali della struttura, anche mediante l’ausilio della forza pubblica, per la sottoposizione ad un trattamento sanitario obbligatorio. Tale trattamento, proposto dalla dottoressa C.M. e convalidato dalla dottoressa B.M. , era stato ordinato dal Sindaco del Comune di […] nella sua qualità di Ufficiale di Governo, e il relativo provvedimento era stato convalidato, in data 13 settembre 2001, dal giudice tutelare di […].

Il trattamento sanitario obbligatorio si era reso necessario in conseguenza della manifestazione, da parte del signor B. , di un disturbo delirante cronico in fase di scompenso, nonostante il ricorrente non avesse inizialmente accettato gli interventi terapeutici proposti. Peraltro, dopo 16 giorni di trattamento, in data 27 settembre 2001, il paziente dichiarava di accettare volontariamente la prosecuzione dei trattamenti terapeutici.

Il Tribunale di Udine, dichiarato il difetto di legittimazione nei confronti del Comune di […], respinse la domanda proposta nei confronti dell’A.S.S. n. (omissis) .

1.2. Secondo giudizio. A distanza di 10 anni circa dall’evento, sono stati convenuti in giudizio per il risarcimento dei danni derivanti da responsabilità contrattuale, sempre innanzi al Tribunale di Trieste e per i medesimi fatti, l’A.S.S. n. (omissis) e il Ministero dell’Interno.

Il Tribunale di Trieste, con la sentenza n. 655/2016, rigettò la domanda proposta nei confronti del Ministero dell’Interno ritenendo impredicabile, nella specie, qualsiasi ipotesi di contatto sociale che giustificasse la proposizione di una richiesta risarcitoria a titolo di responsabilità contrattuale; quanto alla posizione dell’azienda Sanitaria Universitaria Integrata di […], ritenuto, per converso, configurabile la fattispecie del contatto sociale tra paziente e Struttura, la domanda fu respinta nel merito per difetto di prova.

2. Avverso tale sentenza il B. ha proposto appello, insistendo sulle argomentazioni già dedotte in primo grado e dolendosi che il Tribunale avesse rigettato la domanda di danno da mancato consenso informato perché non proposta in primo grado. Il Ministero dell’Interno si è costituito reiterando l’eccezione di difetto di legittimazione passiva atteso che, ai sensi della L. 23 dicembre 1978 numero 833 art. 33 comma 3, i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del Sindaco nella sua qualità di Autorità Sanitaria, su proposta motivata di un medico, con conseguente legittimazione passiva esclusiva del Servizio Sanitario.

2.1. La Corte d’appello, rilevata la tardività della domanda sul danno da mancanza del consenso informato, ha respinto nel merito l’impugnazione, ritenendo assorbita ogni altra questione sollevata dal Ministero in tema di contatto sociale.

3. Avverso tale sentenza B.S. propone ricorso sulla base di due motivi.

4. Resistono con controricorso il Ministero dell’Interno e l’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di […].

Considerato che:

4.1. Con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente lamenta “la violazione dell’art. 163 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 del c.p.c. per avere il giudice d’appello errato nel ritenere tardiva la richiesta risarcitoria relativa al difetto di consenso informato”.

4.2. Con il secondo motivo di ricorso, si lamenta “la violazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 del c.p.c. per avere il giudice d’appello errato nel ritenere genericamente evocato il danno, come tale non riscontrabile in re ipso”.

5. Il ricorso pone, preliminarmente, una questione di ammissibilità per violazione dell’art. 366 n. 3 c.p.c., in quanto l’esposizione del fatto in esso contenuta non risulta del tutto conforme ai criteri normativamente richiesti, per come interpretati dalla giurisprudenza di questa Corte.

La esposizione sommaria dei fatti, prescritta a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, comma 1 n. 3, c.p.c., e considerata dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere, infatti, in una rappresentazione, sintetica ma esaustiva, funzionale a consentire alla Corte di cassazione una chiara e completa cognizione tanto del fatto sostanziale che ha originato la controversia, quanto di quello processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. sez. un. 11653 del 2006). La prescrizione del requisito in parola non risponde ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass. sez. un. 2602 del 2003).

Il ricorso, nell’esposizione del fatto, si pone ai limiti dell’ammissibilità, sub specie del rispetto di tali contenuti.

5.1. Procedendo, purtuttavia, allo scrutino nel merito dei due motivi di ricorso, entrambi risultano infondati per le ragioni che seguono.

Questa Corte, con la sentenza n. 7248/2018 – successivamente confermata, tra le altre, dalle pronunce n. 28985/2019, n. 9706/2020 e n. 24471/2020 – ha affermato i seguenti principi (cui il collegio intende dare seguito) in tema di consenso informato: 1) la manifestazione del consenso del paziente alla prestazione sanitaria costituisce esercizio del diritto fondamentale all’autodeterminazione in ordine al trattamento medico propostogli e, in quanto diritto autonomo e distinto dal diritto alla salute, trova fondamento diretto nei principi degli artt. 2,13 e 32, comma 2, Cost.; 2) sebbene l’inadempimento dell’obbligo di acquisire il consenso informato del paziente sia autonomo rispetto a quello inerente al trattamento terapeutico (comportando la violazione dei distinti diritti alla libertà di autodeterminazione e alla salute), in ragione dell’unitarietà del rapporto giuridico tra medico e paziente – che si articola in plurime obbligazioni tra loro connesse e strumentali al perseguimento della cura o del risanamento del soggetto – non può affermarsi una assoluta autonomia dei due illeciti tale da escludere ogni interferenza tra gli stessi nella produzione del medesimo danno; è possibile, invece, che anche l’inadempimento dell’obbligazione relativa alla corretta informazione sui rischi e benefici della terapia si inserisca tra i fattori “concorrenti” della serie causale determinativa del pregiudizio alla salute, dovendo quindi riconoscersi all’omissione del medico una astratta capacità plurioffensiva, potenzialmente idonea a ledere due diversi interessi sostanziali, entrambi suscettibili di risarcimento qualora sia fornita la prova che dalla lesione di ciascuno di essi siano derivate specifiche conseguenze dannose; 3) qualora venga allegato e provato, come conseguenza della mancata acquisizione del consenso informato, unicamente un danno biologico, ai fini dell’individuazione della causa “immediata” e “diretta” (ex art. 1223 c.c.) di tale danno-conseguenza, occorre accertare, mediante giudizio contro fattuale, quale sarebbe stata la scelta del paziente ove correttamente informato, atteso che, se egli avesse comunque prestato senza riserve il consenso a quel tipo di intervento, la conseguenza dannosa si sarebbe dovuta imputare esclusivamente alla lesione del diritto alla salute, se determinata dalla errata esecuzione della prestazione professionale; mentre, se egli avrebbe negato il consenso, il danno biologico scaturente dalla inesatta esecuzione della prestazione sanitaria sarebbe riferibile “ab origine” alla violazione dell’obbligo informativo, e concorrerebbe, unitamente all’errore relativo alla prestazione sanitaria, alla sequenza causale produttiva della lesione della salute quale danno-conseguenza; 4) le conseguenze dannose che derivino, secondo un nesso di regolarità causale, dalla lesione del diritto all’autodeterminazione, verificatasi in seguito ad un atto terapeutico eseguito senza la preventiva informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli, e dunque senza un consenso legittimamente prestato, devono essere debitamente allegate dal paziente, sul quale grava l’onere di provare il fatto positivo del rifiuto che egli avrebbe opposto al medico, tenuto conto che il presupposto della domanda risarcitoria è costituito dalla sua scelta soggettiva (criterio della cd. vicinanza della prova), essendo il discostamento dalle indicazioni terapeutiche del medico eventualità non rientrante nell’id quod plerumque accidit (Cass. 2847/2010 e successive conformi): al riguardo, la prova può essere fornita con ogni mezzo, ivi compresi il notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, non essendo configurabile, nell’attuale sistema della responsabilità civile, un danno risarcibile in re ipsa – nella specie, derivante esclusivamente dall’omessa informazione.

Pertanto, i confini entro cui ci si deve muovere ai fini del risarcimento in tema di consenso informato, con riferimento al caso di specie, sono i seguenti: a) nell’ipotesi di omessa o insufficiente informazione riguardante un intervento che non abbia cagionato danno alla salute del paziente e al quale egli avrebbe comunque scelto di sottoporsi, nessun risarcimento sarà dovuto; b) nell’ipotesi di omissione o inadeguatezza informativa che non abbia cagionato danno alla salute del paziente ma che gli ha impedito tuttavia di accedere a più accurati e attendibili accertamenti, il danno da lesione del diritto, costituzionalmente tutelato, all’autodeterminazione sarà risarcibile qualora il paziente alleghi che dalla omessa informazione siano comunque derivate conseguenze dannose, di natura non patrimoniale, in termini di sofferenza soggettiva e di contrazione della libertà di disporre di sé, in termini psichici e fisici.

In termini sostanzialmente analoghi si è sottolineato che “il diritto al consenso informato del paziente, in quanto diritto irretrattabile della persona, va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a meno che non ricorrano casi di urgenza” (purché questi si profilino, comunque, “a seguito di un intervento concordato e programmato, per il quale sia stato richiesto ed ottenuto il consenso”, e siano inoltre “tali da porre in gravissimo pericolo la vita della persona”), ovvero che non “si tratti di trattamento sanitario obbligatorio”.

5.2. Osserva il collegio come l’ospedalizzazione in regime di trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per un disturbo mentale costituisce un evento intriso di problematicità, essendo associata ad una presumibile condizione di incapacità del paziente a prestare un valido consenso. Nonostante, dal punto di vista normativo, un paziente sia considerato, secondo una visione dicotomica, capace oppure incapace, la realtà clinica suggerisce che possano esistere degli spazi di autonomia e libertà decisionale residui anche in pazienti sottoposti a TSO.

Un approccio di tipo multidimensionale, basato sulla valutazione, nel singolo paziente, della capacità a prestare consenso (mentà capaciffi, costituisce un possibile terreno sul quale ricostruire, all’interno della relazione medico-paziente, un percorso di ripristino della capacità di prestare consenso alle cure.

Esistono tuttavia alcune condizioni nelle quali si può prescindere dal consenso del paziente e tra queste, appunto, ci sono le quelle previste dagli artt. 34 e 35 della Legge 833/78 sui Trattamenti Sanitari Obbligatori.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio per malattia mentale prevede che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solamente se sono contemporaneamente presenti tre condizioni:

a) l’esistenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici;

b) la mancata accettazione da parte dell’infermo degli interventi di cui sopra;

c) l’esistenza di condizioni e circostanze che non consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra-ospedaliere.

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è, pertanto, un evento straordinario – finalizzato alla tutela della salute mentale del paziente che non deve essere considerate una misura di difesa sociale, che deve essere attivato solo dopo aver ricercato, con ogni iniziativa possibile, il consenso del paziente ad un intervento volontario, e che richiede una specifica procedura, attivata da parte di un medico che verifica e certifica l’esistenza:

– dell’avvenuta convalida della proposta da parte di un altro medico, dipendente pubblico, generalmente specialista in psichiatria;

– dell’emanazione da parte del Sindaco dell’ordinanza esecutiva (entro 48 ore);

– della notifica al Giudice Tutelare (entro 48 ore), che provvede a convalidare o meno il provvedimento, comunicandolo al Sindaco.

La durata del provvedimento è di 7 giorni, con possibilità di proroga se persistono le tre condizioni necessarie (da comunicare al Sindaco ed al Giudice Tutelare) o di cessazione se anche solo una delle condizioni viene meno (da comunicare al Sindaco ed al Giudice Tutelare).

5.3. Sulla base di tali presupposti procedurali, il principio di diritto da enunciare con riferimento al caso di specie è, pertanto, il seguente:

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è un evento terapeutico straordinario, finalizzato alla tutela della salute mentale del paziente, che può essere legittimamente disposto solo dopo aver esperito ogni iniziativa concretamente possibile, sia pur compatibilmente con le condizioni cliniche, di volta in volta accertate e certificate, in cui versa il paziente – ed ove queste lo consentano – per ottenere il consenso del paziente ad un trattamento volontario.

Si può intervenire con un trattamento sanitario obbligatorio anche a

prescindere dal consenso del paziente se

sono contemporaneamente presenti tre condizioni:

a) l’esistenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici;

b) la mancata accettazione da parte dell’infermo degli interventi terapeutici proposti;

c) l’esistenza di condizioni e circostanze che non consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extra-ospedaliere.

Nel caso di specie, era stato attivato il TSO al signor B. , affetto da un disturbo delirante cronico in fase di scompenso, dopo che egli aveva ripetutamente rifiutato gli interventi terapeutici proposti, nella comprovata sussistenza dei tre presupposti poc’anzi indicati. Il paziente, inoltre, veniva trattenuto presso i locali della struttura ove si era recato in ragione della sua condizione psichica; il provvedimento di trattenimento veniva proposto dalla dottoressa C.M. e convalidato dalla dottoressa B.M. ; il trattamento veniva ordinato dal Sindaco del Comune di […] nella sua qualità di Ufficiale di Governo; tale provvedimento veniva successivamente convalidato dal giudice Tutelare di […].

6. Il ricorso va pertanto rigettato

6.1. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore di ciascun controricorrente che liquida in complessivi Euro 3.200, oltre Euro 200 per esborsi, accessori di legge e spese generali; per il Ministero dell’Interno spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 2012, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale ammesso al gratuito patrocinio, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis del citato art. 13.


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