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Quando e perché è sempre l’ex marito a mantenere la moglie?

13 Gennaio 2023 | Autore:
Quando e perché è sempre l’ex marito a mantenere la moglie?

Assegno di mantenimento e divorzile: presupposti e qualificazione. A quanto ammontano gli alimenti e a chi va la casa con la separazione. 

Perché è sempre l’uomo a mantenere la donna e non il contrario? Se è vero che la legge non fa distinzione di sesso, come mai è il marito a rimetterci sempre in caso di separazione e divorzio? Perché è lui che deve andare via di casa e lasciare l’abitazione coniugale all’ex?

Per comprendere quando e perché di solito è l’ex marito a mantenere la moglie bisogna comprendere le regole che presiedono al riconoscimento dei cosiddetti «alimenti» (in realtà si parla, più propriamente, di «assegno di mantenimento» con riferimento all’assegno riconosciuto dopo la separazione, e di «assegno divorzile» con riferimento invece all’assegno che, in sostituzione del precedente, viene versato successivamente al divorzio).

Quando spetta il mantenimento?

L’assegno di mantenimento viene riconosciuto in costanza di due presupposti:

  • la disparità di reddito tra i due coniugi;
  • l’incapacità, da parte del coniuge economicamente più debole, di mantenersi da solo in modo decorso.

Quanto alla disparità di reddito, non deve trattarsi di una differenza di poche decine di euro.

Quanto invece all’incapacità economica, questa deve essere “incolpevole”: non deve cioè essere determinata da un atteggiamento lassista del richiedente. Sicché, se il coniuge più povero è ancora giovane, in salute e, per ciò, può trovare un lavoro, difficilmente il giudice gli riconoscerà l’assegno di mantenimento.

Dunque il mantenimento non spetta tutte le volte in cui c’è una potenzialità lavorativa che, di norma, viene ritenuta idonea fino a circa 40/45 anni.

In ogni caso è dovuto sempre il mantenimento al coniuge rimasto a lungo lontano dal lavoro perché ha preferito dedicarsi alla famiglia e alla casa, quando ciò costituisce il frutto di una scelta condivisa con l’ex.

A quanto ammonta l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento viene calcolato tenendo da un lato conto delle necessità del richiedente e, dall’altro, delle possibilità economiche del soggetto obbligato.

Contrariamente al passato, scopo dell’assegno non è più quello di garantire all’ex lo stesso tenore di vita che aveva con il matrimonio (circostanza questa che portava a incrementare l’assegno tanto più alto era il reddito dell’altro coniuge). Oggi invece la sua misura deve essere sufficiente a garantire solo l’autosufficienza economica, ossia un tenore di vita dignitoso, ma non per forza “agganciato” al reddito dell’ex.

A tal proposito, però, si tenga conto che – come chiarito da una sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 2018 – tutte le volte in cui il coniuge economicamente più debole economicamente versa in tale condizione per aver rinunciato, durante il matrimonio, ad opportunità lavorative per aver badato alla famiglia e ai figli, allora l’assegno divorzile deve essere proporzionato alla ricchezza dell’ex coniuge. In sintesi, tanto più è ricco quest’ultimo, tanto maggiore sarà l’importo mensile.

Perché di solito è il marito a mantenere la moglie?

Il fatto che, statisticamente, sia quasi sempre il marito a mantenere la moglie è, più che altro, una conseguenza della nostra società, di una cultura economica che lega ancora il marito al lavoro e la moglie alla casa. Il che comporta che il reddito più alto è proprio quello del marito, ragion per cui – benché la legge si guadi bene dal dire che deve essere l’uomo a mantenere la donna – è sempre quest’ultimo a dover mettere mano al portafogli.

Ciò non toglie però che si potrebbero avere situazioni in cui il reddito dei due coniugi è identico, come nel caso di due insegnati: il che escluderebbe qualsiasi richiesta di mantenimento da parte di entrambi (anche se la separazione dovesse avvenire per colpa di uno dei due, come nel caso di tradimento).

Allo stesso modo, sul versante opposto, si potrebbe verificare una situazione in cui il marito è disoccupato mentre la moglie lavora: in tal caso sarebbe quest’ultima a dover mantenere l’uomo, sempre che non dimostri che il marito non ha dato prova di cercare un’altra occupazione ma, al contrario, è rimasto sul divano (nel qual caso non avrebbe diritto ad alcun mantenimento).

Perché è sempre l’uomo ad andare via di casa?

Affrontiamo ora un altro tema delicato legato alla separazione e al divorzio: il diritto di abitazione che il giudice riconosce al coniuge o al partner convivente con cui vanno a vivere i figli. Non è in gioco la proprietà dell’immobile – che resta del suo titolare – ma la possibilità di viverci all’interno finché i figli non diventano indipendenti o comunque non dimostrano di attivarsi per studiare o per cercare un lavoro. Con la precisazione che, raggiunti i 35 anni, questi perdono sempre il diritto al sostegno da parte dei genitori. 

Ebbene, anche in questo caso, la legge non dice che la casa debba andare alla donna: afferma solo che il diritto di abitazione spetta al genitore presso cui i figli vengono collocati in modo stabile, ossia ove fissano la propria residenza. A questo punto è il giudice a decidere quale dei genitori è il più idoneo a prendersi cura della prole, a provvedere alle loro esigenze, tenendo anche conto del loro volere (i figli, con almeno 12 anni – ma anche prima se ritenuti capaci – devono peraltro essere sempre sentiti nel corso del giudizio per valutare la loro volontà).

Ora, se anche la Cassazione ha sempre negato che vi sia una “preferenza” nei confronti della madre, di fatto statisticamente avviene che nella gran parte delle ipotesi è la donna a prendersi cura di loro, con il sostegno economico esterno del marito che partecipa al loro mantenimento con un assegno mensile (che si aggiunge a quello dovuto all’ex).

Questo fa sì che la casa vada sempre alla moglie, non perché questa ne abbia diritto o perché si tratti di un sostegno economico in suo favore, ma perché – avendo a carico i figli – è necessario che garantisca a questi di restare nello stesso habitat domestico in cui vivevano prima della separazione, al fine di non avere ulteriori traumi oltre a quello del distacco della famiglia, traumi derivanti da un trasferimento e dal cambiamento delle abitudini di vita. 

Quando la casa torna all’uomo?

L’assegnazione del diritto di abitazione è strettamente connesso a due circostanze:

  • la convivenza dei figli con la madre;
  • il riconoscimento ai figli dell’assegno di mantenimento.

Se viene meno uno di questi presupposti, viene meno anche il diritto di abitazione della moglie.

Tanto per fare qualche esempio, la casa torna all’ex marito quando i figli vanno a vivere da soli; quando raggiungono l’indipendenza economica che consente loro di pagare un affitto o la rata del mutuo; quando a causa della loro inattività protratta e dell’assenza di un percorso di studi, perdono il diritto agli alimenti; quando raggiungono i 35 anni, età oltre la quale non spetta loro più alcun sostegno economico, indipendentemente dalla carriera prescelta e dalle difficoltà nel trovare un’occupazione. 



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