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Cosa fare se il datore di lavoro non paga

13 Gennaio 2023 | Autore:
Cosa fare se il datore di lavoro non paga

Come recuperare gli stipendi e il TFR dall’azienda: le tutele per il dipendente con o senza avvocato.

Non è purtroppo infrequente che il datore di lavoro non paghi i lavoratori. Il che non sempre è dovuto a una sua volontà. Il più delle volte dipende da difficoltà economiche strutturali, conseguenti a imprevedibili crisi del mercato o alla forte pressione fiscale. Quali sono le tutele che la legge, in questi casi, presta in favore dei dipendenti? Cosa fare se il datore di lavoro non paga? Qui di seguito vedremo come attuare una procedura di recupero crediti tenendo comunque conto delle difficoltà, dei rischi e soprattutto dei costi che essa implica.

Recupero crediti contro il datore di lavoro: cosa sapere

Farti pagare i soldi che il datore di lavoro ti deve è un tuo diritto. Sappi però che devi sempre valutare chi hai davanti. Se infatti il debito nasce da una grave crisi strutturale dell’azienda è verosimile che, anche ricorrendo al tribunale, non riuscirai a recuperare nulla. Ciò è molto più probabile nelle Srl dove gli unici beni pignorabili sono quelli della società e non quelli personali dell’imprenditore (come invece accade nelle ditte individuali, nelle Snc, nelle Sas e nelle società semplici).

Non ha quindi senso avviarsi in lungo e magari costose azioni giudiziarie che potrebbero portare a un nulla di fatto. A volte poi, durante l’iter processuale, l’imprenditore ha tutto il tempo per chiudere e lasciare la società completamente “vuota”. Non sono pochi i casi dei dipendenti che, dopo aver percorso il calvario di un lungo processo di tre gradi, non sono riusciti a ottenere quanto sperato. 

È tuttavia possibile, come vedremo più in là, recuperare le ultime tre mensilità e il Tfr se l’azienda viene dichiarata fallita. 

Come recuperare i crediti nei confronti del datore di lavoro: la diffida

Ci sono diversi strumenti che si possono adoperare per farsi pagare dal datore di lavoro. Si parte sempre da quello meno conflittuale: la richiesta scritta, il più delle volte spedita con raccomandata a.r. o con Pec. Si tratta di una diffida che può essere scritta e firmata dal lavoratore, da un sindacalista o dal suo avvocato.

La diffida offre sempre un termine entro cui pagare, che di solito varia tra i 7 e i 15 giorni a seconda dell’entità dell’importo. 

Scaduto inutilmente il termine, il lavoratore potrà valutare il successivo percorso da intraprendere.

La denuncia all’Ispettorato del lavoro

Un altro strumento che il lavoratore può esperire da solo, senza avvalersi di un avvocato – e così riducendo le spese – è quello della denuncia all’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Si tratta di un ente pubblico che ha, come finalità, quella di accertare il rispetto delle norme in materia lavoristica e dei contributi da parte dei datori di lavoro.

Qui è possibile presentare un esposto all’Ispettore chiedendo una verifica nei confronti dell’azienda. È infatti verosimile che quest’ultima, non avendo corrisposto gli stipendi, non abbia neanche versato all’Inps i contributi. Si attiva così ciò che tecnicamente si chiama conciliazione monocratica. L’ispettore convoca l’azienda e il lavoratore per un tentativo di conciliazione e, se questo non riesce, effettua i controlli comminando poi le sanzioni all’imprenditore. Sanzioni che sono particolarmente elevate, ragion per cui, il più delle volte, questi ritene più conveniente pagare il dipendente che affrontare le multe.

Il tentativo di conciliazione

Un altro strumento per farsi pagare dal datore di lavoro è tentare una conciliazione con i rappresentanti dei sindacati dei lavoratori e del datore di lavoro sempre presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

A differenza dello strumento visto al precedente paragrafo, il mancato raggiungimento di un accordo non dà luogo, in questa sede, a una ispezione e a un procedimento sanzionatorio. Si tratta quindi di un semplice tentativo per trovare un accordo bonario.

La procedura può essere attivata dal lavoratore senza bisogno dell’assistenza di un avvocato.

Dopo aver compilato il modulo con la richiesta di conciliazione e l’indicazione delle contestazioni mosse all’azienda, l’Ispettorato comunica alle parti la data dell’incontro.

L’azione giudiziale

Dinanzi alla domanda: «cosa fare se il datore di lavoro non paga?» qualsiasi avvocato ti dirà che bisogna fare causa. È nella sua struttura mentale un approccio processualistico piuttosto che conciliativo.

Se sei stato assunto regolarmente, hai un contratto di lavoro o comunque ti sono state consegnate le buste paga, puoi rivolgerti – tramite un avvocato – al Tribunale ordinario presso la sede dell’azienda ove hai prestato la tua attività. Potrai così chiedere un decreto ingiuntivo. Il decreto ingiuntivo è un ordine di pagamento che il giudice emette nei confronti dell’azienda a semplice richiesta del creditore, previa esibizione dei documenti che attestano il credito. 

L’ordine viene poi notificato al debitore entro 60 giorni. Questi deve pagare nei successivi 40 giorni dalla notifica. A quel punto il datore di lavoro può optare tra tre alternative:

  • presentare opposizione al decreto ingiuntivo e attivare così un regolare processo;
  • pagare e chiudere per sempre ogni questione con il dipendente;
  • non pagare e non fare opposizione: dopo il 40° giorno il decreto ingiuntivo diventa definitivo e il debitore può procedere al pignoramento dei beni (vedi dopo).

Se invece il credito del dipendente non è fondato su una prova scritta (come la CU, la busta paga o il contratto di lavoro) allora l’iter è più complesso. Il caso tipico è quello del lavoratore in nero. In tali ipotesi bisogna avviare una normale causa e dimostrare – con onere della prova a carico del dipendente – l’esistenza del rapporto di lavoro, gli orari, gli eventuali straordinari e il tipo di mansioni svolte. Sono sufficienti prove testimoniali, documentazioni, registrazioni video o audio.

Il pignoramento dei beni

Se neanche dopo la sentenza di condanna o il decreto ingiuntivo il datore di lavoro dovesse pagare, il lavoratore può promuovere l’esecuzione forzata ossia il pignoramento dei beni: beni esclusivamente della società se si tratta di Srl, Spa o Spa, oppure anche dell’imprenditore come persona fisica se si tratta di ditta individuale, società semplice, Snc, e Sas.

Il pignoramento dei beni può avvenire solo in presenza di una sentenza (anche se di primo grado) o di un decreto ingiuntivo non opposto nei 40 giorni. 

Verosimilmente il conto corrente della società sarà vuoto o insufficiente a coprire i crediti. Si potrà pensare a un pignoramento immobiliare, ma spesso i beni immobili vengono presi in locazione, affitto o concessi in proprietà a un diversa società (la cosiddetta “immobiliare”).

Quando non c’è alcuna possibilità di recuperare il credito con il pignoramento si può provare con l’istanza di fallimento.

Il fallimento

L’istanza di fallimento deve essere presentata da un avvocato. È possibile solo se l’azienda rispetta determinati requisiti qualitativi e quantitativi. La legge fissa dei limiti di fatturato e di esposizione debitoria.

Ma una volta apertosi il fallimento, il creditore dovrà attendere tempi molto lunghi per il recupero, pur essendo il lavoratore un creditore privilegiato.

L’aspetto più conveniente sta nel fatto che, con il fallimento, interviene il Fondo di Garanzia Inps che paga ai dipendenti le ultime 3 mensilità e il TFR.

Cosa fare se il datore di lavoro non paga il TFR

Quanto abbiamo appena detto vale non solo per il mancato pagamento degli stipendi ma anche del TFR. Il trattamento di fine rapporto deve essere versato alla fine del rapporto di lavoro salvo che il Ccnl non fissi un termine minimo. 

Anche in questo caso, dunque, dopo la diffida e il tentativo di conciliazione all’Ispettorato del Lavoro, è possibile procedere con la richiesta di un decreto ingiuntivo e, in ultimo, con il pignoramento e l’istanza di fallimento che farà intervenire il Fondo di Garanzia dell’Inps che coprirà tutto il credito del dipendente.



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