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Restituzione mantenimento: quando scatta l’obbligo

20 Gennaio 2023 | Autore:
Restituzione mantenimento: quando scatta l’obbligo

Cosa fare se il giudice stabilisce che l’assegno non era dovuto in partenza, o se la cifra viene successivamente ridotta: come recuperare gli importi già versati.

I procedimenti giudiziari di separazione e di divorzio sono “fluidi”, nel senso che prima vengono emesse statuizioni di carattere provvisorio, ma già vincolante, e poi si determinano le condizioni definitive. Tra l’una e l’altra fase possono passare anche anni (e anche per questo la soluzione preferibile è sempre quella dell’accordo consensuale), ma nel frattempo chi ha già versato periodicamente le cifre stabilite per il mantenimento dell’ex coniuge e dei figli minori potrebbe ottenere la revoca del provvedimento che era stato emesso inizialmente, e allora sorge il diritto alla restituzione delle somme da parte del beneficiario.

Ciò premesso, vediamo più precisamente quando scatta l’obbligo di restituzione del mantenimento. Una importante pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione [1] ha chiarito definitivamente tutte le perplessità esistenti sul punto, e ha stabilito in modo netto quando l’importo degli assegni percepiti va restituito a chi li aveva versati. A livello pratico il problema sorge dal fatto che alcune pronunce giudiziarie in materia di separazione e divorzio hanno effetto soltanto ex tunc, cioè dal momento in cui vengono emanate e per il futuro, mentre altre hanno validità ex nunc, cioè da allora, quindi dall’inizio: e solo per queste ultime – tra le quali rientrano quelle che riconoscono l’assenza di uno stato di bisogno economico in capo a chi aveva richiesto il mantenimento all’altro coniuge – se revocano i provvedimenti provvisori precedentemente emanati, è possibile ottenere il rimborso delle somme già erogate.

Quando il mantenimento va restituito 

Le Sezioni Unite della Cassazione consentono la «ripetibilità» – cioè l’obbligo di restituire quanto percepito – se il versamento dell’assegno di mantenimento rientra in un’ipotesi di pagamento indebitamente eseguito, ai sensi dell’art. 2033 del Codice civile.

In concreto, con riferimento al mantenimento, ciò si verifica quando il giudice, con la sentenza definitiva che pronuncia sulla separazione o sul divorzio, accerta l’insussistenza «ab origine» (sin dall’origine) delle condizioni per il mantenimento: da ciò deriva «l’effetto caducatorio», cioè il venir meno, del diritto a percepirle, che, come ti abbiamo anticipato, sorge ex nunc, dal momento iniziale. A questo punto sorge l’obbligo di restituire le somme dell’assegno di mantenimento che nel frattempo l’ex coniuge beneficiario aveva incassato.

Quando il mantenimento può essere trattenuto

Viceversa, le somme percepite per il mantenimento non vanno restituite quando il giudice opera una revisione delle condizioni della separazione o del divorzio: in genere ciò avviene per fatti sopravvenuti, e dedotti durante il corso di svolgimento della causa, come quando si accerta l’entità reale delle condizioni economiche dell’obbligato al pagamento e del beneficiario, e si stabilisce che quest’ultimo ha mezzi adeguati e non c’è sproporzione, oppure quando viene chiesta ed accolta una modifica dell’importo iniziale, e così si ottiene la riduzione della cifra mensile da versare.

Mantenimento ridotto: l’eccedenza va restituita?

Le pronunce di questo tipo valgono ex nunc, esclusivamente per il tratto a venire, e non hanno effetti sul passato: i versamenti avvenuti in precedenza sono legittimi e dovuti in base alle condizioni preesistenti già stabilite, e non costituiscono pagamenti indebiti da restituire.

Ad esempio, se un ex marito era obbligato a versare 500 euro mensili e poi il giudice riduce la cifra a 300 euro, i 200 euro di differenza (moltiplicati per il numero di mesi, o anni, di erogazione e di percezione) non dovranno essere restituiti dalla ex moglie che li ha incassati.

Restituzione integrale del mantenimento: quando?

L’importante sentenza delle Sezioni Unite che ti abbiamo sintetizzato, emessa nell’autunno del 2022, ha già “fatto scuola”, nel senso che ad essa si sono già adeguate le successive pronunce giurisprudenziali, come dimostra una recentissima ordinanza della Cassazione [2]: richiamando il suesposto principio, la Suprema Corte ha affermato che «il coniuge separato è tenuto a restituire per intero il mantenimento ricevuto se l’assegno è revocato per insussistenza delle condizioni.

La ripetizione di tutte le somme percepite a titolo di mantenimento nel corso del tempo va esclusa solo ove si proceda a una rimodulazione al ribasso» dell’importo dell’assegno stesso, come nell’esempio che ti abbiamo fatto nel paragrafo precedente.

Restituzione mantenimento per mancanza dei presupposti

La vicenda decisa riguardava un ex marito che aveva ottenuto il rigetto della domanda di addebito della separazione proposta dalla moglie, e aveva così ottenuto la revoca dell’assegno mensile di mantenimento per insussistenza dei presupposti. Il Collegio ha accolto la richiesta di restituzione delle somme, specificando che: «In tema di assegno di mantenimento, di separazione e divorzile, ove si accerti nel corso del giudizio – nella sentenza di primo o secondo grado – l‘insussistenza ab origine, in capo all’avente diritto, dei presupposti per il versamento del contributo, ancorché riconosciuto in sede presidenziale o dal giudice istruttore in sede di conferma o modifica, opera la regola generale della condictio indebiti [recupero del pagamento indebito] che può essere derogata, con conseguente applicazione del principio di irripetibilità, esclusivamente nelle seguenti due ipotesi:

  • ove si escluda la debenza del contributo, in virtù di una diversa valutazione con effetto ex tunc delle sole condizioni economiche dell’obbligato già esistenti al tempo della pronuncia,
  • e ove si proceda soltanto a una rimodulazione al ribasso, di una misura originaria idonea a soddisfare esclusivamente i bisogni essenziali del richiedente, sempre che la modifica avvenga nell’ambito di somme modeste, che si presume siano destinate ragionevolmente al consumo da un coniuge, o ex coniuge, in condizioni di debolezza economica».

Quando il mantenimento è stato consumato e non va restituito

Quest’ultima precisazione che fa riferimento alle «somme modeste» è importante, perché significa che l’assegno di mantenimento percepito va restituito solo quando eccede le somme versate per garantire al beneficiario – quando è un “soggetto debole”, quindi non in grado di mantenersi autonomamente – di fronteggiare le sue ordinarie ed elementari esigenze di vita; altrimenti si può ragionevolmente ritenere che l’importo ricevuto sia stato interamente consumato dal percettore per far fronte a tali bisogni.

Quindi secondo la Cassazione in questi casi non c’è nessun automatismo nella restituzione del mantenimento, bensì va operato, caso per caso, un «necessario bilanciamento» a tutela del membro della coppia che sia stato riconosciuto «parte debole nel rapporto», e che si presume abbia speso quel denaro per il proprio sostentamento. Nel box “sentenza” sotto questo articolo ti riportiamo per esteso il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione.

Approfondimenti


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32914/2022.

[2] Cass. ord. n. 477 del 11.01.2023.

Autore immagine: depositphotos

Cass. S.U. sent. n. 32914/2022 del 09.11.2022

Principio di diritto:

«In materia di famiglia e di condizioni economiche nel rapporto tra coniugi separati o ex coniugi, per le ipotesi di modifica nel corso del giudizio, con la sentenza definitiva di primo grado o di appello, delle condizioni economiche riguardanti i rapporti tra i coniugi, separati o divorziati, sulla base di una diversa valutazione, per il passato (e non quindi alla luce di fatti sopravvenuti, i cui effetti operano, di regola, dal momento in cui essi si verificano e viene avanzata domanda), dei fatti già posti a base dei provvedimenti presidenziali, confermati o modificati dal giudice istruttore, occorre distinguere:

a) opera la «condictio indebiti» ovvero la regola generale civile della piena ripetibilità delle prestazioni economiche effettuate, in presenza di una rivalutazione della condizione «del richiedente o avente diritto», ove si accerti l’insussistenza «ab origine» dei presupposti per l’assegno di mantenimento o divorzile;

b) non opera la «condictio indebiti» e quindi la prestazione è da ritenersi irripetibile, sia se si procede (sotto il profilo dell’an debeatur, al fine di escludere il diritto al contributo e la debenza dell’assegno) ad una rivalutazione, con effetto ex tunc, «delle sole condizioni economiche del soggetto richiesto (o obbligato alla prestazione)», sia se viene effettuata (sotto il profilo del quantum) una semplice rimodulazione al ribasso, anche sulla base dei soli bisogni del richiedente, purché sempre in ambito di somme di denaro di entità modesta, alla luce del principio di solidarietà post-familiare e del principio, di esperienza pratica, secondo cui si deve presumere che dette somme di denaro siano state ragionevolmente consumate dal soggetto richiedente, in condizioni di sua accertata debolezza economica;

c) al di fuori delle ipotesi sub b), in presenza di modifica, con effetto ex tunc, dei provvedimenti economici tra coniugi o ex coniugi opera la regola generale della ripetibilità».


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