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Covid, in Cina il peggio (forse) è passato

17 Gennaio 2023 | Autore:
Covid, in Cina il peggio (forse) è passato

La mancanza di dati ufficiali sulla pandemia rende difficile comprendere la reale situazione del Covid in Cina, ma il picco potrebbe essere stato raggiunto.

Con i numeri difficilmente veritieri diffusi in questi mesi dalla Cina, sarà complesso accertare il bilancio dell’epidemia cinese. Eppure, nonostante i fati ufficiali siano con ogni probabilità ben lontani dalla reale situazione della pandemia nel continente asiatico, il peggio potrebbe forse essere passato: la massiccia epidemia di Covid in Cina potrebbe aver raggiunto il picco alla fine di dicembre. A ipotizzarlo, in base a un’analisi preliminare sul numero di infezioni che si sarebbero verificate alla fine dello scorso anno e sui dati relativi ai viaggi fra le città, è Shengjie Lai, una scienziata esperta di proiezioni nel campo delle malattie infettive, dell’Università di Southampton nel Regno Unito. Ma resta l’incertezza sui numeri dell’ondata Covid che ha investito il gigante asiatico e gli esperti di sanità pubblica, secondo quanto riporta la rivista ‘Nature’ online, sono frustrati dalla mancanza di dati ufficiali sull’entità e sulla gravità dell’epidemia.

Dopo 3 anni di rigorosa politica Covid zero, il brusco cambio di rotta deciso dal presidente Xi Jinping a dicembre ha fatto correre la variante Omicron di Sars-CoV-2 nel Paese. Eppure, secondo Lai, ora ci sono segni che l’attuale ondata di contagi abbia già raggiunto il picco in molte parti della Cina. Alla fine di dicembre, Lai ha simulato il numero di infezioni in diverse regioni combinando le informazioni su come la variante si stava diffondendo in ottobre e novembre 2022 con i dati sugli spostamenti tra le città del Paese. La sua analisi – mostrata a ‘Nature’, ma non ancora pubblicata o sottoposta a revisione paritaria – suggerisce che quasi la metà delle città cinesi hanno registrato un picco di contagi tra il 10 e il 31 dicembre. Per un ulteriore 45%, il picco dovrebbe verificarsi nella prima metà di gennaio. E questo suo calcolo sarebbe in linea anche con i report sull’entità dei contagi in alcune città e province.

Ad esempio, il 21 dicembre, il vicedirettore del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie a Pechino ha affermato durante un briefing che oltre 250 milioni di persone, circa il 18% della popolazione, erano già state infettate. E nelle grandi città come Pechino e Sichuan il dato saliva anche a oltre il 50% dei residenti. Altre stime che hanno acceso il dibattito sono quelle arrivate nel frattempo dall’Henan, terza provincia più popolosa del Paese: secondo un funzionario della Commissione sanitaria provinciale, infatti, quasi il 90% della popolazione di quest’area avrebbe avuto il virus al 6 gennaio.

Ma un altro esperto, Christopher Murray, capo dell’Institute for Health Metrics and Evaluation di Seattle, negli Usa, è scettico sulle stime in questione, in assenza di trasparenza su come sono state calcolate. E anche perché un modello previsionale effettuato dall’istituto e pubblicato il 16 dicembre ha suggerito che l’epidemia nel paese potrebbe non raggiungere il picco fino ad aprile. Non c’è unanimità su questo punto. La pensa per esempio diversamente l’epidemiologo Jodie McVernon del Doherty Institute di Melbourne, in Australia, secondo cui ha invece più senso che l’epidemia abbia già raggiunto il picco, data la rapidità con cui si diffonde la variante Omicron. «L’idea che sarà ancora in crescita nei prossimi mesi non ha senso», dice.

Lai rassicura anche riguardo ai timori per il Capodanno cinese: poiché il virus si è già diffuso rapidamente in tutta la Cina, le preoccupazioni che gli abitanti delle città possano scatenare focolai nelle zone rurali del Paese durante il ‘chun yun’, il periodo di viaggio di 40 giorni del capodanno lunare iniziato il 7 gennaio, sono probabilmente esagerate e a suo avviso limitare i viaggi farebbe ben poco per alterare l’epidemia. Di contro Xi Chen, economista sanitario della Yale University di New Haven (Usa), avverte che le persone che vivono nella Cina rurale potrebbero ancora essere colpite duramente da gravi malattie e decessi, se si considera che circa il 40% della popolazione anziana cinese vive in regioni rurali che non hanno accesso a ospedali più grandi e meglio attrezzati ad affrontare casi severi.

Altro dato su cui è puntata l’attenzione degli epidemiologi è quante persone stanno morendo di Covid in Cina. Nei giorni scorsi, la National Health Commission cinese ha riferito che quasi 60mila persone sono morte a causa del Covid dall’8 dicembre 2022. La cifra include 54mila decessi di persone con Covid e altre patologie preesistenti. Ma il numero in questione copre solo le persone morte in ospedale. Murry teme che il bilancio dell’epidemia cinese sarà difficile da accertare, anche se il capo epidemiologo del Cdc cinese, Zunyou Wu, ha annunciato che è già in corso una valutazione dell’eccesso di mortalità, della quale – assicura – verranno pubblicati i dati.



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