Questo sito contribuisce alla audience di
Diritto e Fisco | Articoli

Il body shaming sui social può integrare il reato di diffamazione?

23 Gennaio 2023 | Autore:
Il body shaming sui social può integrare il reato di diffamazione?

Mettere in evidenza i difetti fisici di una persona è reato? in quali casi le offese su Facebook e Instagram costituiscono ingiuria?

Troppe volte i social network come Facebook e Instagram sono utilizzati come armi per colpire le altre persone. Succede tutte le volte in cui si pubblicano commenti irrispettosi e lesivi della dignità altrui, magari celandosi sotto falso nome per non farsi identificare. È in questo contesto che si inserisce il seguente quesito: il body shaming sui social può integrare il reato di diffamazione?

Alla domanda ha recentemente risposto la Corte di Cassazione, stabilendo in quali casi deridere oppure mettere in risalto i difetti fisici di altri può costituire reato e quando, invece, si tratta solo di ingiuria, sanzionabile in sede civile. Approfondiamo la questione.

Cos’è il body shaming?

Il body shaming è quel fenomeno che consiste nell’offendere una persona per via del suo aspetto fisico. In realtà a volte non si tratta nemmeno di imperfezioni, ma semplicemente di caratteristiche peculiari che, però, finiscono per far diventare la persona bersaglio di feroci critiche e insulti. Tanto è dimostrato dal fatto che anche personaggi dello spettacolo, particolarmente noti per la loro bellezza, sono stati bersaglio di body shaming.

È il caso ad esempio di chi viene preso in giro in modo esasperante per via del peso, dell’altezza, dei capelli, degli occhiali, ecc.

Insomma: c’è body shaming ogni volta che si cerca di mettere in imbarazzo la vittima esaltando negativamente alcuni suoi tratti fisici. Non a caso, “body shaming” significa proprio “far provare vergogna per il proprio corpo”.

Il body shaming è reato?

Non esiste il reato di body shaming, nel senso che non c’è una norma ad hoc che punisca questo tipo di condotta.

Ciononostante, chi fa body shaming può incorrere nelle seguenti conseguenze giuridiche:

  • può essere citato in un giudizio civile per il risarcimento dei danni. Il body shaming, infatti, può costituire l’illecito civile dell’ingiuria;
  • può essere querelato per il delitto di diffamazione, che consiste nell’offendere la reputazione altrui in assenza della vittima ma in presenza di altre persone. È proprio di questo che si è occupata la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura.

Il body shaming sui social è diffamazione?

Secondo la Corte di Cassazione [1], mettere in ridicolo davanti a più soggetti le caratteristiche fisiche di una persona può considerarsi un’aggressione alla reputazione della vittima.

Secondo i Supremi giudici è quindi diffamazione sottolineare, in un post pubblico su Facebook, il palese difetto fisico di una persona.

Può essere inoltre rilevante il fatto che ad accompagnare lo scritto ci siano alcune emoticon simboleggianti grasse risate e chiaramente mirate a deridere la persona a cui fa riferimento il post.

Nel caso di specie, un uomo aveva offeso la reputazione di un altro «comunicando attraverso il social network Facebook e facendo espresso riferimento ai suoi deficit visivi», con frasi inequivocabilmente dirette a dileggiare la persona affetta dal problema.

Secondo la Cassazione, quindi, mettere in ridicolo qualcuno condividendo sui social espressioni mortificanti e umilianti aventi ad oggetto difetti fisici costituisce il reato di diffamazione.

Offese sui social: quando c’è ingiuria?

La sentenza della Cassazione pone in evidenza anche la differenza tra ingiuria e diffamazione nel caso di body shaming sui social.

Su questo punto la Suprema Corte osserva che se è vero che la vittima avrebbe potuto replicare alle offese diffuse online, è vero anche che tale possibilità si è concretizzata in un momento successivo alla pubblicazione delle offese sul social network.

È questo il dettaglio fondamentale: in caso di offese espresse per il tramite di piattaforme telematiche con servizio di messaggistica istantanea è solo il requisito della contestualità tra comunicazione dell’insulto e suo recepimento da parte della persona offesa a configurare l’ipotesi dell’ingiuria.

Se manca, come nel caso oggetto del processo, il requisito della contestualità, allora «l’offeso resta estraneo alla comunicazione intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore» e quindi «si profila l’ipotesi della diffamazione».

Insomma: se il bersaglio del body shaming è online ed è in grado di replicare subito, allora si configura l’illecito (civile) di ingiuria; in caso contrario, se l’offesa giunge quando la vittima è offline e non è quindi nelle condizioni di difendersi immediatamente, allora scatta il reato di diffamazione.


note

[1] Cass., sent. n. 2251 del 19 gennaio 2023.

Autore immagine: depositphotos


Sostieni laleggepertutti.it

Non dare per scontata la nostra esistenza. Se puoi accedere gratuitamente a queste informazioni è perché ci sono uomini, non macchine, che lavorano per te ogni giorno. Le recenti crisi hanno tuttavia affossato l’editoria online. Anche noi, con grossi sacrifici, portiamo avanti questo progetto per garantire a tutti un’informazione giuridica indipendente e trasparente. Ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di andare avanti e non chiudere come stanno facendo già numerosi siti. Se ci troverai domani online sarà anche merito tuo.Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube