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Corruzione e sanzioni interdittive: quando serve un trust?

20 Marzo 2016 | Autore:
Corruzione e sanzioni interdittive: quando serve un trust?

La Cassazione rigetta la disapplicazione della sanzione se il trust non rispetta le condizioni previste dalla norma sui modelli organizzativi.

E’ utile il trust per evitare le sanzioni interdittive? Proveremo a dare risposta a questa domanda analizzando un caso di specie verificatosi negli ultimi giorni.

Partiamo dai fatti.

 

Un caso di uso di trust considerato non ammissibile

Nel caso in questione una società affronta un procedimento penale per corruzione mediante turbativa d’asta, a seguito del quale il Tribunale aveva fissato la misura interdittiva della sospensione a contrattare con la Pubblica Amministrazione.

La società richiedeva la rimozione della misura interdittiva e poneva a sostegno di tale richiesta:

  • il cambiamento dell’organo amministrativo, per rimuovere le conseguenze dannose o pericolose del reato;
  • la costituzione di un trust e la iscrizione a bilancio di un fondo di accantonamento, per garantire l’efficacia dei risarcimenti alle parti offese;
  • l’avvenuta comunicazione agli enti pubblici coinvolti della istituzione del trust e della iscrizione a bilancio del fondo di accantonamento specifico.

Infatti la norma [1] prevede che la sanzione interdittiva possa essere rimossa qualora il soggetto indagato:

  • dimostri di aver risarcito le parti danneggiate, non solo in misura adeguata a rimuovere il danno patrimoniale causato dalla condotta illecita, ma in modo da eliminare, oltre il danno suddetto, anche quello collaterale causato alle parti indirettamente danneggiate dal reato presuntivamente commesso;
  • di aver risarcito il danno suddetto in maniera tale che il danneggiato sia direttamente posto in condizione di avere accesso o, comunque, di disporre, delle somme destinate a detto risarcimento;
  • dimostri di aver modificato la gestione societaria e di aver adottato un modello organizzativo di amministrazione aderente alle norme previste dalla legge per eliminare la possibile reiterazione del reato.

In questo ambito si inquadra la sentenza della seconda sezione penale della Corte di Cassazione [2], la quale esamina gli atti ed i fatti di causa approfonditamente.

Detti fatti evidenziano che la società ha effettivamente costituito un trust nominando un trustee ed un guardiano indipendenti e dotando lo strumento di una somma pari ad euro 250mila mediante deposito bancario, tuttavia ha vincolato la disponibilità delle somme depositate a favore delle persone danneggiate alla condizione che prima dovesse divenire irrevocabile la sentenza penale di condanna.

La società ha altresì iscritto a bilancio un fondo di accantonamento, per un controvalore di euro 120mila per rispettare la norma prevista dal modello organizzativo, cui le società di capitali dovrebbero adeguarsi per evitare le conseguenze della commissione di illeciti [3].

Costituire il trust è sufficiente?

Le misure citate nel caso di specie non sono state tuttavia riconosciute come prove sufficienti a consentire al giudice di ritenere rispettate le norme di legge per poter rimuovere le misure interdittive.

Infatti la Cassazione entra nel dettaglio delle operazioni effettuate e le confronta con il disposto normativo.

La norma prevede che il risarcimento delle parti offese sia considerato come compiuto, rimuovendo così il rischio del mancato incasso, o periculum in mora, soltanto qualora i soggetti danneggiati possano disporre delle somme ritenute adeguate a rimuovere gli effetti della condotta illecita.

Invece la società, pur avendo istituito il trust e iscritto il fondo, ne ha informato le parti danneggiate con una semplice comunicazione e ne ha vincolato la disponibilità solo dopo la futura compiuta irrevocabilità della sentenza penale di condanna.

Inoltre la Cassazione, seppure a margine della motivazione, fa rilevare che il danno patrimoniale che emerge dalla procedura (600mila euro) è rilevantemente superiore a quello cautelativamente tenuto a disposizione dalla società.

Sotto il profilo della rimozione delle conseguenze dannose e sulla condotta riparatoria che possa dare atto dell’impossibilità a reiterare il reato, la Cassazione rileva che il semplice affidamento della gestione amministrativa ad altro amministratore, per altro sempre rientrante nello stretto ambito familiare degli amministratori precedenti, non costituisce sufficiente garanzia che la continuazione delle condotte potenzialmente illecite possa essere evitata.

Infine occorre aggiungere che manca un passaggio importante nella sentenza, passaggio che non si può apprezzare in mancanza dei documenti costitutivi del trust, in quanto, non essendo mai indicato il soggetto beneficiario dell’atto unilaterale formato dalla società, si presume che lo strumento utilizzato sia il trust di scopo.

In conclusione la sentenza in commento chiarisce in modo inequivocabile quali sono le condizioni per accedere alla disapplicazione delle misure interdittive collaterali nell’ambito di una procedura penale in materia di corruzione per turbativa d’asta.

 

 

Quando si può usare il trust per la rimozione delle misure interdittive?

Le società che si trovassero indagate in detti procedimenti potrebbero utilizzare il trust, non solo di scopo, per chiedere la rimozione delle misure interdittive, purchè:

  • il trust fosse dotato di fondi adeguati a rimuovere gli effetti del danno cagionato;
  • i fondi suddetti, pur inseriti nel trust, fossero messi effettivamente nella disponibilità delle persone danneggiate;
  • il trust non fosse sottoposto a condizioni sospensive o risolutive;
  • la società collaborasse o entrasse in contatto con le parti contrapposte per determinare l’entità del fondo e la libera disponibilità dello stesso;
  • la società rimuovesse le problematiche gestionali nel rispetto delle linee-guida del modello organizzativo previsto dalla norma in modo da rendere l’organo amministrativo realmente indipendente ed autonomo rispetto alla proprietà societaria.

note

[1]     D.Lgs. 231/2001

[2]     Corte di Cassazione – Sentenza n. 11209 depositata il 17 Marzo 2016

[3]     D.Lgs. 231/2001 – Art. 17 lett. a), b), c)


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