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L’autolavaggio non è ammissibile alle agevolazioni

21 Marzo 2016 | Autore:
L’autolavaggio non è ammissibile alle agevolazioni

La sentenza-bomba che stabilisce che un autolavaggio self-service non crea cultura di impresa né occupazione e non è dunque ammissibile ai fondi autoimpiego.

L’autolavaggio non è ammissibile ai fondi autoimpiego.

Se non vi è un valore aggiunto nella creazione di occupazione o nell’acquisizione di competenze manageriali, i fondi per le imprese non possono essere concessi.

Sulla base di questo principio (che viene enunciato nello specifico dal CIPE con riferimento al Dlgs 185/2000 [1]), è stato accettato dal Consiglio di Stato un ricorso con il quale si rifiutavano le concessioni dei fondi per l’autoimpiego ad un imprenditore che aveva richiesto di portare a termine un’attività di autolavaggio self-service.

Vediamo nello specifico la fattispecie e su quali motivazioni è stata basata la sentenza.

L’autolavaggio self-service non è ammissibile ad agevolazioni: il caso di specie

Con il d.lgs. 21 aprile 2000, n. 185, si prevedeva la concessione di “Incentivi all’autoimprenditorialità e all’autoimpiego, in attuazione dell’art. 45, comma 1, della l. 17 maggio 1999, n. 144″. I criteri per le modalità di concessione di detti incentivi erano stati stabiliti dal decreto attuativo del 28 maggio 2001, n. 295 che approvava il Regolamento relativo all’autoimpiego.

Con la sentenza n. 877/2016,  il Consiglio di Stato [2] accoglie l’interpretazione del CIPE che nell’applicare il Dlgs 185/00 e il dm 295/01, stabiliva che le finalità delle agevolazioni per l’autoimpiego sarebbero di “garantire che attraverso l’erogazione di agevolazioni pubbliche, si ottenesse il risultato di stimolare al contempo la qualificazione della professionalità di soggetti privi di occupazione, nonchè la promozione della cultura di impresa. Quanto sin qui enunciato farebbe derivare che requisito essenziale per accedere alle agevolazioni sarebbe “la partecipazione operativa, diretta e continuativa del soggetto proponente”.

Secondo la Corte a tali finalità non potrebbe corrispondere l’avviamento di un impianto di autolavaggio automatico e self-service che essendo nella lettera della sentenza “estremamente semplice da utilizzare, in quanto incorporante un computer dedicato”, non porterebbe ad alcuna implementazione delle competenze dell’aspirante imprenditore.

Sovvertendo la sentenza del giudice di primo grado, la Corte stabiliva l’effettiva idoneità del progetto ad incidere sui profili occupazionali assicurando una qualificazione di professionalità dei soggetti beneficiari e la conseguente promozione della cultura di impresa.

Se pure è vero, prosegue la Corte, che l’attività di autolavaggio presupponga la conoscenza della macchina da parte dell’operatore e la possibile partecipazione dello stesso nelle varie fasi del processo, il fatto che l’investimento finanziato deve essere in grado di incentivare la cultura di impresa attraverso una “nuova e/o aumentata professionalità” sarebbe secondo il Consiglio di Stato in contrasto con l’estrema semplicità di utilizzo del sistema previsto nel progetto.

L’eccessiva semplicità porta alla bocciatura del progetto

Il fatto, insomma, che il dispositivo per il quale è stato chiesto il finanziamento all’interno di un progetto di sviluppo dell’autoimpiego, sia troppo semplice nell’utilizzo, non costituisce un valore aggiunto ma punto di debolezza del progetto perché porterebbe la richiesta al di fuori delle disposizioni previste dalla legge di riferimento.

Il problema della definizione della cultura di impresa

Bisogna definire la cultura di impresa.

Sì, perché il paradosso della sentenza che abbiamo citato ampiamente nel paragrafo precedente è che essa stessa afferma che se si riducessero le attività finanziabili dai fondi per l’autoimpiego ai soli lavori che prevedano un intervento manuale dell’operatore, di fatto gran parte delle agevolazioni sarebbero destinate al settore manifatturiero. Si specifica dunque come di fatto la discriminante sia che per essere beneficiarie dell’agevolazione quelle attività che prevedano un apporto lavorativo vario, diretto e continuativo che consentano di raggiungere l’obiettivo di promuovere la cultura di impresa.

A questo punto, pare, il problema è definire la cultura di impresa.

E’ cultura di impresa imparare a comprendere se un autolavaggio self-service inserito in un determinato contesto territoriale è più efficiente o meno efficiente rispetto ad un altro contesto?

E’ cultura di impresa imparare a comprendere quali siano i canoni comunicativi da utilizzare per promuovere un servizio come un autolavaggio self-service (ovvero imparare a far marketing per la propria attività)?

E’ cultura di impresa comprendere come scegliere i fornitori del sapone necessario per il macchinario, l’acquisizione di servizi di manutenzione, la strutturazione fisica dell’area autolavaggio?

Un disoccupato (quale la categoria di persone a cui i fondi per l’autoimpiego si rivolgono) che si decidesse ad aprire un’attività del genere ne avrebbe al termine dell’esperienza un beneficio in termini di competenze? E quel beneficio sarebbe da considerarsi cultura di impresa? Se la risposta che ci diamo è positiva allora – dispiace dirlo- ma c’è un grosso errore nella sentenza citata.


note

[1] D.lgs. 21 aprile 2000, n. 185.

[2] Consiglio di Stato, sentenza n. 877/2016, depositata il 3 marzo.


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