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Autonome in maternità: invalidi gli accertamenti

22 Marzo 2016 | Autore:
Autonome in maternità: invalidi gli accertamenti

Non sono applicabili gli studi di settore alle lavoratrici autonome in maternità: soprattutto se il lavoro svolto è “tipicamente femminile”(!)

La lavoratrice autonoma che dovesse trovarsi in maternità e per questo avesse una riduzione della produzione e di conseguenza un abbassamento della base imponibile non potrebbe essere tacciata di incongruenza con gli studi di settore.

Gli avvisi di accertamento volti a rideterminare il reddito di impresa di un’autonoma o un’imprenditrice dovrebbero tener conto del fatto che in condizioni di maternità non ci si può aspettare che il reddito stesso non sia ridotto. La condizione di maternità così come quella di puerperio difatti, condizionano necessariamente il rendimento sul lavoro o quanto meno rendono il lavoro differente dalla condizione di “normalità”.

Quanto appena citato è affermato in una recente sentenza della Ctr Lombardia [1].

Vediamo i fatti.

Maternità, invalidi gli accertamenti: il caso di specie

Le entrate avevano rideterminato il reddito di impresa di una piccola imprenditrice, titolare di un centro estetico, che negli anni di imposta 2009-2010 aveva dichiarato un reddito che a seguito di un accertamento analitico induttivo risultava essere troppo basso.

Cosa prevede l’accertamento analitico induttivo o extracontabile

Questa tipologia di accertamento è disciplinata dal Dpr 600/1973 [2]. Questo tipo di accertamento viene definito anche extracontabile, proprio perché desume delle irregolarità che non sono verificabili esclusivamente dal controllo della contabilità aziendale. L’accertamento prevede che nei casi in cui l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione o nei suoi allegati, risultante dalle ispezioni o dalle verifiche compiute nei confronti del contribuente stesso, oppure o al contempo da dati e notizie raccolte dall’ufficio nell’esercizio dei suoi poteri ai sensi dell’articolo 32 del DPR medesimo, l’amministrazione può desumere l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate sulla base di presunzioni semplici. Tali presunzioni devono però essere gravi, precise e concordanti.

 

Gravidanza e riduzione dei tempi di lavoro

A seguito della contestazione l’imprenditrice presentava ricorso perché l’ufficio non aveva considerato che la sua gravidanza e la nascita della bambina avvenute proprio negli anni fiscali contestati avevano determinato una riduzione dei tempi di lavoro e una differente organizzazione familiare.

In primo grado i giudici condannavano le Entrate al pagamento delle spese processuali oltre che naturalmente all’annullamento dell’accertamento a seguito dell’avvenuto accoglimento del ricorso.

In appello l’ufficio sosteneva che il coniuge della richiedente svolgeva un’unica attività che era quella di collaborare con la moglie e che l’attività era svolta all’interno di un centro commerciale.

Le ragioni del ricorso, piuttosto deboli per verità, non erano considerate sufficienti dalla Ctr che respingeva ulteriormente la richiesta.  La sentenza della Ctr specificava come la condizione di maternità fosse innegabilmente condizionante rispetto al lavoro svolto e che proprio per tale ragione essa è tutelata anche per le lavoratrici autonome.

Il metodo dell’accertamento per via analitico-induttiva dovrebbe operare in condizioni di svolgimento dell’attività di impresa regolari e normali. Questo non era il caso della contribuente in esame. La maternità difatti costituisce motivo sufficiente a determinare se non di esclusione, certamente almeno l’inapplicabilità degli studi di settore e ciò vale sia nel periodo di gravidanza sia nel periodo di puerperio sino a un anno di vita del bambino.

Il lavoro di estetista è tipicamente femminile

Il lavoro “tipicamente femminile” rafforza la posizione della contribuente.

Se appariva debole la linea difensiva per la quale si è chiesto il ricorso alla Ctr, ancora maggiori perplessità fa sollevare il fatto che la Corte regionale, nel pronunciarsi in merito al presupposto coinvolgimento del marito nell’attività lavorativa della contribuente (che nell’intenzione delle entrate poteva corrispondere ad una sorta di surroga della stessa nell’esercizio dell’attività imprenditoriale), ha affermato che l’attività di estetista è da considerarsi “tipicamente rivolta a un’utenza femminile, non è ipotizzabile una sua sostituzione nell’esercizio dell’attività”.

Si lascia al lettore la valutazione nel merito: se sia peggio presupporre che in caso di maternità la lavoratrice autonoma non possa ridurre il proprio impegno lavorativo a meno di non dover “combattere” contro l’Agenzia delle Entrate, o se sia più discriminante e sessista (se si vuole “al contrario”) presupporre (come di fatto ha suggerito la Ctr, pur nel voler tutelare il diritto della contribuente) che esistono lavori nei quali l’uomo non possa sostituire la donna e, soprattutto, viceversa.

Questo, beninteso, senza nulla togliere ad una sentenza che in maniera chiara restituisce alla contribuente il diritto a vivere la propria maternità in maniera serena e con la quale non possiamo che essere d’accordo.

Lasciateci dire in conclusione che quanto sin qui detto porta in primo piano il tema dell’incongruenza degli studi di settore con il sistema di controllo che sarebbe disponibile oggi e che avrebbe una coerenza molto maggiore rispetto alle “semplici deduzioni” richiamate dal DPR. In questo senso non c’è dubbio che la notizia della prossima abolizione degli studi di settore sia piú che benvenuta.


note

[1] Ctr Lombardia nella sentenza 563/13/2016 (presidente Izzi, relatore Moliterni).

[2] Dpr 600/1973, articolo 39, coma 1, lettera d) del


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