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Buoni lavoro: vantaggi e svantaggi di uno strumento flessibile

30 Marzo 2016 | Autore:
Buoni lavoro: vantaggi e svantaggi di uno strumento flessibile

Cos’è e come funziona il lavoro accessorio, uno strumento flessibile ma anche per questo pericoloso. La guida completa.

Il lavoro che prevede prestazioniaccessorie” dunque, per meglio dire il “lavoro accessorio” è una tipologia di lavoro che non è possibile ricondurre ad alcun contratto lavorativo, in quanto svolto in maniera saltuaria. La presenza della tipologia di lavoro “accessorio”, serve a tutelare proprio queste situazioni non regolamentate.

Il pagamento del lavoro accessorio avviene attraverso voucher, i cosiddetti “buoni lavoro”.

Il voucher ha il valore di 10 euro e comprende al proprio interno anche la componente contributiva, dunque il netto del voucher, è di 7,50 euro, valore corrispondente al compenso minimo previsto per un’ora di prestazione.

Il voucher prevede naturalmente anche la garanzia per la copertura previdenziale INPS e quella assicurativa INAIL, tuttavia esso non dà diritto alla disoccupazione o alla malattia, agli assegni familiari, in breve è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione, ma non comprende le prestazioni di sostegno al reddito.

Quali vantaggi offre il buono lavoro?

Con il buono lavoro il committente può ottenere prestazioni in completa legalità con copertura assicurativa e previdenziale e non rischiando vertenze, nonostante non firmi alcun contratto. Il lavoratore può integrare le proprie entrate con prestazioni occasionali che sono esenti dall’imposizione fiscale e non incidono sullo stato di disoccupazione.

Chi può offrire il buono lavoro?

Il buono lavoro può essere offerto al lavoratore da famiglie, ONLUS e enti no-profit in generale, imprese in generale, committenti pubblici. Non è previsto il pagamento per mezzo di voucher in caso di lavori conto terzi, perché il rapporto committente-lavoratore deve essere diretto (fanno eccezione solo le attività di stewarding in manifestazioni calcistiche).

La normativa stabilisce che la Direzione territoriale del Lavoro competente debba essere informata per via telematica del codice fiscale e dei dati anagrafici del prestatore, precedentemente all’inizio del lavoro. Ma il sito INPS oggi riporta quanto segue: “il Ministero del Lavoro, ha chiarito che, nelle more della attivazione delle relative procedure telematiche, la comunicazione in questione sarà effettuata secondo le attuali procedure”. Di conseguenza, ad oggi, il committente prima dell’inizio dell’attività del lavoro accessorio (anche nella stessa giornata, purchè precedentemente all’inizio dello stesso) deve effettuare all’INPS la comunicazione di inizio prestazione, attraverso i canali indicati nelle schede di acquisto del voucher. La comunicazione vale anche ai fini INAIL. La mancata comunicazione prevede l’applicazione di una maxi-sanzione [1]. Il committente ha inoltre l’obbligo di controllare che il prestatore non superi i limiti di reddito prestabiliti (dei quali si dice specificatamente nel paragrafo successivo), attraverso una specifica dichiarazione che il prestatore dovrà fornirgli.

Per le aziende agricole sono previste limitazioni specifiche al di sopra dei 7mila euro di giro d’affari, si consiglia dunque di consultare la pagina ufficiale dell’INPS.

Chi può ricevere il buono lavoro per prestazioni accessorie?

Possono ricevere un buono lavoro a corrispettivo di una prestazione accessoria:

  • gli studenti di scuole di ogni ordine e grado in periodi di vacanza (giovani al di sototo dei 25 anni, regolarmente iscritti ad un ciclo di istruzione scolastica, che abbiano compiuto i 16 anni e nel caso di minore età autorizzati da parte del genitore o di chi ne fa le veci). I periodi di vacanza sono stabiliti in date precise (1 dicembre – 10 gennaio; dalla domenica delle Palme al Martedì successivo la Pasquetta, dal 1 giugno al 30 settembre di ogni anno) e sabato e domenica di tutti i periodi dell’anno;
  • studenti universitari in qualsiasi periodo dell’anno;
  • pensionati;
  • percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito;
  • lavoratori part-time (ma non presso il datore di lavoro che li ha già contrattualizzati);
  • altre categorie tra le quali rientrano i titolari di Mini-ASpI, disoccupazione speciale in agricoltura, lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti pubblici e privati;
  • i prestatori extracomunitari in possesso di permesso di soggiorno che consenta lo svolgimento di attività lavorativa (ivi compreso il permesso per studio) o in possesso di permesso per “attesa occupazione”. In questo caso il compenso del voucher concorre al reddito necessario per il rilascio o il rinnovo del permesso stesso.

I compensi percepiti dal prestatore non possono superare i 7mila euro netti, ovvero 9.333 euro lordi nell’anno solare, sulla totalità dei committenti. Nel caso di prestazioni verso imprenditori commerciali e liberi professionisti il limite è di 2020 euro netti (2693 lordi) per ciascun committente, sempre nel limite massimo dei 7mila euro netti.

Tale limite si abbassa a 3mila netti (4mila lordi) nel caso di percettori di misure di sostegno al reddito. Ulteriori informazioni sulla cumulabilità con tali prestazioni sono contenute nella circolare INPS 170 del 2015, cui si rimanda.

Alcuni dubbi sull’efficacia dello strumento del voucher “buono lavoro”

Il voucher “Buono Lavoro” dall’essere uno strumento particolarmente utile e flessibile per i vantaggi che abbiamo visto, può tramutarsi se utilizzato al di fuori delle fattispecie per le quali è nato, anche uno strumento di spinta al precariato.

Il Jobs Act ha esteso difatti l’uso del voucher precedentemente previsto solo per casalinghe, studenti, pensionati, per piccoli lavori domestici o di emergenza – a qualsiasi settore di attività e per tutte le categorie di prestatori.

Il 33% dei buoni lavoro secondo il Ministero è andato ai giovani al di sotto dei 25 anni, il 52% è stato destinato alle donne e la media salariale che si arriva a percepire è di 600 euro.

In sostanza, l’efficacia del voucher è in qualche modo da valutare: si tratta di un modo di avvantaggiare i soggetti deboli offrendo loro un’opportunità di guadagno o si tratta di un sistema che rischia di nascondere fattispecie di lavoro che andrebbero contrattualizzate?

La chiave sta, ovviamente, nella saltuarietà della prestazione. Ma tale requisito, se il salario giunge a 600 euro mensili, come il Ministero afferma e come i limiti di reddito che abbiamo detto impongono, sembra venire a mancare. Non è un caso che i settori in cui è diffuso siano anche settori in cui ci sarebbe una contrattualizzazione strutturata, quali il turismo (per l’11,4%) o il commercio (14,4%).

Ma c’è un ulteriore dato che dovrebbe far preoccupare: il fatto che a fronte di 115milioni di buoni lavoro emessi ne siano stati riscossi solo 88milioni. Il rischio che questo nasconda una forma di tutela di “ultima istanza” per il datore di lavoro che impiega “a nero” c’è, è innegabile. Speriamo che il sistema di comunicazione preventiva riesca a ridurre tale rischio.

Ad oggi siamo ancora in attesa delle procedure telematiche che permettano di inviare i dati del lavoratore alla Direzione territoriale del lavoro.

note

[1] Legge n.183/2010 (c.d. ‘Collegato Lavoro’), art. 4, comma 1, lett. a), come indicato nella Circolare INPS n. 157 del 7/12/2010.


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