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Si al cognome del padre anche se il figlio è riconosciuto dopo anni dalla nascita

18 gennaio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 gennaio 2015



Se vi è prova che l’assunzione del patronimico non possa danneggiare il minore, il giudice può autorizzarla, nonostante che il riconoscimento sia avvenuto a distanza di tempo dalla nascita del figlio.

 

Dopo aver stabilito quali sono le diverse procedure da seguire quando si vuol ottenere il cambio di cognome (leggi: “Cambio di nome e cognome: come e quando è possibile”) [1], ci occupiamo ora del cambio di cognome di un figlio nato da una coppia non sposata. In tal caso la legge [2] – a seguito della totale parificazione dei figli “naturali” con quelli cosiddetti legittimi [3] – ha riconosciuto al minore il diritto di assumere il cognome del papà, aggiungendolo, sostituendolo o anteponendolo a quello della madre; ciò indipendentemente dal momento del riconoscimento da parte del padre (e perciò anche a distanza di tempo dalla nascita).

Tale previsione normativa non opera, tuttavia, automaticamente, ma è rimessa alla valutazione del giudice che dovrà decidere sulla base dell’esclusivo di interesse del figlio. Quest’ultimo può mantenere il cognome precedentemente attribuitogli quando esso rappresenti ormai un elemento distintivo della sua identità personale.

È quanto ricorda la Cassazione in una recente sentenza [4]. I supremi giudici offrono un importante chiarimento in merito ai criteri ai quali il magistrato deve riferirsi ai fini dell’autorizzazione o meno dell’istanza.

 

Dalla norma di legge, infatti, si desume che il giudice ha piena facoltà di vietare l’uso del cognome del padre quando vi è prova che tale circostanza possa concretamente danneggiare il minore.

A riguardo – precisano i Supremi giudici – è più opportuno che il cambio di cognome avvenga non oltre l’inizio dell’età adolescenziale che rappresenta un periodo nel quale il figlio ha già un’identità ben definita nell’ambito delle relazioni sociali.

Superata, invece, tale fascia di età sarebbe sconsigliabile la variazione del cognome, specie se disposta con l’esclusione di quello materno; ciò infatti comporterebbe la privazione di un elemento distintivo della personalità del minore nel contesto sociale di frequentazione.

Qualora invece l’attribuzione del cognome paterno non comporti alcun danno per il minore (in quanto, ad esempio, non sussiste una cattiva reputazione del padre e vi è, anche in fatto, una relazione interpersonale tra padre e figlio), il giudice può autorizzare legittimamente l’attribuzione del patronimico al minore.

Anzi, si legge in sentenza, il bambino può persino trarre beneficio dal cambio di cognome, se si tiene conto del valore che sotto il profilo sociale viene dato alla figura paterna.

Ribadisce, tuttavia, la Corte che, a riguardo, non sussiste alcun tipo di automatismo in quanto la decisione compete ad una valutazione assolutamente discrezionale del magistrato di merito il quale, tra l’altro, è tenuto a procedere all’ascolto del minore quando questi abbia compiuto i dodici anni o se, di età inferiore, sia ritenuto capace di discernimento.

La vicenda

Un padre, dopo aver riconosciuto il figlio dopo 10 anni dalla nascita, otteneva dal Tribunale dei minorenni che il figlio assumesse il suo cognome in aggiunta a quello materno.

La madre ed il padre acquisito del bambino ricorrevano in Cassazione, contestando che tale decisione fosse stata presa senza che ci fossero riscontri nella normativa, e senza aver considerato il diritto del bambino a conservare il cognome della madre, ormai ritenuto dai ricorrenti segno distintivo dell’identità personale del minore.

Quando sia presentata un’istanza di cambio di cognome nei riguardi di un minore, il giudice deve tener conto non dell’ interesse dei genitori ai fini dell’autorizzazione, bensì di quello esclusivo del figlio non solo ad essere identificato nel contesto delle proprie relazioni sociali ma anche a non subire un pregiudizio dalla eventuale reputazione negativa del genitore richiedente.

note

[1] Richiesta che, lo ricordiamo, può basarsi su motivi differenti (e comunque non tipizzati), come ad esempio il fatto di avere un nome ridicolo o di aver assunto la cittadinanza italiana, o ancora di aver riconosciuto un figlio dopo la madre o ottenuto un accertamento giudiziale di paternità.

[2] Art. 262 cod. civ.

[3] D. Lgsl. 28 dicembre 2013, n. 154/13 recante “modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento fra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi”.

[4] Cassazione, sent. n. 26062/14 del 10.12.14.

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1 Commento

  1. non saprei da dove iniziare,cmq io sono l’impiegata…anagrafe stato civile…,secondo l’avvocato delle parti interessate per attribuire il cognome paterno….sostiene che non è +il tribunale ad occuparsi di ciò,attraverso un decreto…..che viene comunicato all’ufficiale dello stato civile,ma è direttamente appunto l’impiegato nominato a farlo direttamente…..come mi domando?può spiegarmelo in pratica? a quanto pare il tribunale demanda questo compito…..mi aiuti a sciogliere questo dubbio grazie.

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