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Sentenza che riproduce il contenuto di un atto di parte: legittima

18 gennaio 2015


Sentenza che riproduce il contenuto di un atto di parte: legittima

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 gennaio 2015



Non è imparziale e non può essere impugnata la sentenza la cui motivazione riproduce integralmente l’atto di citazione, la comparsa di risposta o le note conclusionali di una delle parti, senza avere un minimo di originalità.

È perfettamente valida, e non può essere impugnata, la sentenza – del giudice civile o tributario – che riproduce integralmente il contenuto di un atto di uno degli avvocati e non ha nulla di originale. Non si può, infatti, parlare di parzialità del provvedimento se le conclusioni a cui perviene il magistrato siano comunque riferibili a quest’ultimo.

Lo ha affermato la Cassazione a Sezioni Unite, in una importante sentenza dell’altro ieri [1] che ha risolto un dubbio che si trascinava da diversi anni tra le aule di giustizia, anche all’interno della stessa Suprema Corte.

La sentenza non è dunque nulla se si limita a fare un “copia e incolla” di quanto scritto da uno dei difensori di parte. Infatti – affermano i giudici – l’obbligo costituzionale di motivare i provvedimenti dei giudici non va inteso in senso così “formale” e deve comunque andare incontro alle esigenze di “funzionalità” della giustizia.

La sentenza, in particolare, prosegue la Corte, “è un atto pubblico, espressione di una funzione pubblica, non un’opera letteraria”. Pertanto quel che conta non è che la decisione e le relative motivazioni siano o meno inedite né che “le modalità espressive utilizzate siano o meno tratte da altri scritti, ma che la decisione e l’individuazione delle ragioni che la sostengono siano attribuibili al giudice, costituendo manifestazione ufficiale della volontà dello Stato che – attraverso il giudice – si esprime, ed inoltre che esse siano corrette e complete nonché esposte in maniera chiara, coerente ed esaustiva”.

Nell’attuale codice di procedura, osservano le Sezioni unite, non si può trovare una sola norma che, con riferimento alla redazione della sentenza, imponga, in maniera esplicita o implicita, al giudice l’originalità o paternità nei contenuti o nelle modalità di esposizione.

La Corte poi ammette ciò che noi, di “La Legge per Tutti”, diciamo da tempo (e che sta alla base della nostra la mission): le passate sentenze della Cassazione erano redatte “in maniera ampollosa e spesso caratterizzate da sovrabbondanza di lessico, enfasi declamatoria, eccesso di astrattezza”. A tal punto da essere comprensibili non per i cittadini, ma solo per una ristretta cerchia di tecnici. Il che ha reso a tutti evidente la distanza linguistica tra il “palazzo” e la “piazza”.

La sentenza insomma non è un trattato. Non vi è un obbligo di “paternità” e di “originalità”: l’importante è farsi capire e che il provvedimento sia l’espressione diretta della volontà del giudice. A prescindere poi dalle parole usate. Insomma, non c’è copyright sugli atti processuali degli avvocati che il giudice potrà utilizzare per redigere più velocemente la sentenza qualora condivida integralmente la difesa assunta da uno dei due legali.

Del resto, la sentenza è l’atto conclusivo di un processo al quale hanno contribuito più soggetti e tutti, dunque, hanno la loro parte nella decisione finale che, sotto questo profilo, “può essere considerata un risultato corale”.

Il compito del giudice, quindi, è quello di valutare tra i fatti dedotti e le posizioni assunte dagli avvocati quale sia quello più corretto e meritevole di essere condiviso anche dall’ordinamento.

Tuttavia, una volta assunta la decisione e individuate le ragioni, deve riconoscersi al giudice la possibilità di esporle nel modo che egli reputa più idoneo, perciò anche (se lo ritiene) attraverso le parole già usate dagli avvocati difensori. E può farlo sia richiamando i relativi atti sia direttamente riportandoli (in tutto o in parte) nella sentenza, e, in quest’ultimo caso, può utilizzare indirettamente le virgolette o la tecnica del discorso indiretto”.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 1531 del 16.01.2015.

Autore immagine: 123rf com

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1 Commento

  1. Mi vengono in mente le sentenze in cui si trovava proprio il copia-incolla delle argomentazioni del mio illustre e compianto padre avv. Aldo Bonomo (www.aldobonomo.it). Erano talmente persuasive, scritte in modo semplice e chiaro come gli articoli di LLpT, che il giudice non poteva fare altro che copiare e incollare nella motivazione della sentenza dandogli ragione. Avv. Giovanni Bonomo

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