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Rapporti UE – Russia: un’analisi a beneficio delle imprese

31 Marzo 2016 | Autore:
Rapporti UE – Russia: un’analisi a beneficio delle imprese

Tra Russia e UE si posiziona la realpolitik dei singoli Stati membri: quale futuro per le imprese italiane?

 

La Russia, con grande intelligenza strategica, per reagire alle sanzioni imposte dall’Ue nell’ambito della spinosa crisi ucraina, nel 2015 ha varato una politica di attrazione degli investimenti esteri destinata a mettere in crisi i rapporti di buon vicinato all’interno degli Stati europei.

La Russia, la crisi ucraina e le sanzioni UE

La storia inizia nel 2014 quando, a seguito dell’aprirsi della crisi ucraina e del desiderio di quel Paese di entrare a far parte dell’unione europea, Bruxelles, supportata pienamente da Berlino e da Parigi, i due partners più forti e determinanti nelle scelte di politica economica europea, decide di imporre alla Federazione Russa delle sanzioni, per altro mirate, qualora Mosca non sospenda la politica espansionistica su alcune zone del territorio ucraino.

Le sanzioni si dividono in:

  • misure diplomatiche – esclusione della Russia dal gruppo dei grandi e riunioni ridotte da G8 a G7 fino alla definizione della crisi
  • misure restrittive – esclusione di alcune attività commerciali nei territori occupati, con termine fissato al 23 giugno 2016;
  • sanzioni economiche – riguardanti la limitazione degli scambi con la Russia in alcuni settori specifici, con termine fissato al 31 luglio 2016

La reazione della Federazione Russa: l’autarchia in chiave estera

In reazione a dette misure, nel perdurare della crisi ucraina, Mosca ha, in prima battuta, imposto un divieto di importazione di beni provenienti dai Paesi dell’UE, e, successivamente, ha elaborato una piano strategico di sviluppo delle attività economiche nazionali che passa attraverso un programma di attrazione degli investimenti stranieri in Russia, sostenuto dalle agenzie regionali russe attraverso la concessione di incentivi fiscali e l’accesso agevolato ai finanziamenti.

Lo scopo del progetto, giuridicamente contenuto nella Legge Quadro Programmatica del luglio 2015, è quello di mettere a disposizione degli investitori esteri tutte le agevolazioni possibili pur di avere, da essi in cambio, la tecnologia produttiva, il know-how, le conoscenze e le abilità operative.

In tal modo, con una politica che si potrebbe definire autarchica e protezionista, Mosca ha introdotto il certificato “Made in Russia” come obbligatorio per distinguere i beni ed i servizi prodotti internamente e destinati a sostituire quelli che, o a ragione delle sanzioni dell’UE, o a motivo del divieto posto dall’interno, non possono essere più importati a seguito dei divieti contrapposti in oggi esistenti.

La politica della UE e i rapporti con gli Stati Membri: il ruolo di Francia e Germania

Bisogna prendere atto del fatto che nell’ambito delle relazioni internazionali spesso si creano dinamiche, dettate da considerazioni morali e politiche, che rendono sicuramente necessarie alcune prese di posizione, da parte degli enti nazionali o sovra-nazionali.

Bisogna anche prendere atto del fatto che dette scelte, soprattutto se assunte da enti sovra-nazionali come l’UE senza coinvolgere tutti i Paesi membri nelle decisioni o anche semplicemente assicurandosi l’assenso dei Paesi strategicamente più rilevanti, possono poi condurre a conseguenze contraddittorie e potenzialmente produttive di rischi per tutti i sistemi economici nazionali coinvolti.

Infatti, il sistema delle PMI e delle micro-imprese italiane, è stato colpito in modo violento e improvviso dalla crisi internazionale e prova ne è che le esportazioni italiane verso la Russia si sono quasi dimezzate dal 2014 al 2015 e, in alcuni settori, come quello agroalimentare, esse sono addirittura diminuite del 95%.

Ma come hanno reagito gli altri Paesi, in particolar modo la Francia e la Germania, primi sostenitori delle misure sanzionatorie a carico della Russia, a questo drastico ridimensionamento?

Dalla stampa internazionale emergono le seguenti considerazioni.

  • Nell’ottobre 2015, a distanza nemmeno di un anno dalla ferma condanna della Russia da parte di Berlino, la Merkel, in conferenza stampa, risponde all’ambasciatore ucraino, che aveva chiesto la conferma di tutte le sanzioni UE, che la Germania “Manterrà rapporti economici positivi sia con Kiev che con Mosca”.
  • A gennaio 2016 il Ministro dell’Economia francese, Macron, dichiara che, per Parigi: “E’ molto importante intensificare ed incrementare le relazioni con la Russia, in modo pragmatico.”
  • Considerato l’atteggiamento di estrema apertura a Mosca, manifestato da parte dei due Paesi che per primi avevano sostenuto la decisione dell’UE di imporre sanzioni e misure restrittive, il rischio concreto è che gli spazi lasciati liberi dalle esportazioni italiane vietate possano essere occupati dalle imprese tedesche e da quelle d’oltralpe.

La reazione italiana: cooperazione, investimenti e trasmissione delle competenze

Dunque, manifestando una grande reattività e con rilevante impegno, gli organismi italiani si sono mobilitati tempestivamente per assecondare le necessità russe e per permettere alle imprese italiane di recuperare terreno e di contrastare la concorrenza delle imprese francesi e tedesche.

Tuttavia, se si guarda il panorama col distacco necessario, da un punto di vista neutrale, non si possono non osservare i grossi rischi che sta correndo il sistema imprenditoriale italiano, sia rispetto allo sviluppo dell’economia russa, che in relazione alla politica reale e pragmatica praticata dai diretti concorrenti tedeschi e francesi, che, con la benedizione degli organi di governo, stanno operando in modo “pragmatico” con la Federazione, in aperta contraddizione con le posizioni ufficiali assunte dell’UE.

I rischi per le imprese italiane alla luce della evoluzione dei rapporti UE – Russia

In quali iniziative concrete si manifestino esattamente, da una parte la volontà di collaborazione tedesca, dall’altra parte l’intensificazione pragmatica delle relazioni francesi, non è dato sapere, tuttavia è evidente che i due principali Stati Membri dell’UE stanno giocando partite su tavoli separati e distinti.

Questo pragmatismo politico, non condizionato da considerazioni morali o politiche, non ostante derivi da un termine germanico, “real politik”, trova la propria origine in una irripetibile opera italiana del cinquecento.

Il Principe di Machiavelli è un’opera tutta italiana e sarebbe bene che gli italiani non la dimenticassero.

Ne avranno bisogno presto, infatti, quando i rischi delle interconnessioni fra politica ed economia diventano più elevati e concreti, prima di agire è meglio avere gli strumenti, tecnici e politici, per prevedere la probabile evoluzione delle situazioni.

I rischi di cui si parla sono indubbiamente di duplice origine: da una parte quello contenuto nella trasmissione, a soggetti esteri, delle conoscenze e delle competenze (tecnologia, know-how, capacità ed abilità meccaniche ed artigianali), che costituiscono la ricchezza irripetibile ed unica delle imprese italiane, solo in parte controbilanciata dalla possibilità di trovare mercati di sbocco alle produzioni in oggi ridotte per la riduzione dell’import russo; dall’altra parte quello dell’investimento da effettuare all’estero, in quanto la possibilità di realizzare le produzioni direttamente in Russia è sottoposta alla duplice condizione di trasmettere la conoscenza e di effettuare l’investimento, entrambe necessarie per ottenere in tempi rapidi il certificato “Made in Russia”.

Quanto sopra va attentamente osservato anche alla luce della provvisorietà delle misure restrittive e delle sanzioni, ormai in scadenza imminente, nell’estate 2016, infatti che sviluppi sono prevedibili qualora l’Ue le sospendesse o le eliminasse a breve termine?

Se la Russia riaprisse alle importazioni dai Paesi Ue le imprese italiane, che stanno provando ad utilizzare metodi corretti e seri di cooperazione, ma complessi, potrebbero trovarsi in difficoltà nel rispettare gli impegni assunti con i partners russi, che diventerebbero certo più gravosi che non la ripresa o l’ampliamento della produzione italiana destinata all’esportazione, mentre le imprese pari grado tedesche e francesi, potrebbero continuare la propria attività, che, a sentire i rispettivi governi, sembra, pragmaticamente, non essere mai stata cessata.



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