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La consulenza tecnica preventiva non evita la mediazione obbligatoria

19 Gennaio 2015
La consulenza tecnica preventiva non evita la mediazione obbligatoria

Una volta fallito l’accertamento tecnico preventivo torna necessaria la conciliazione della lite con la procedura di mediazione nelle materie in cui essa è obbligatoria.

L’eventuale insuccesso della consulenza tecnica preventiva non toglie l’obbligo di tentare anche la mediazione nelle cause in cui quest’ultima è obbligatoria. Lo ha detto il Tribunale di Roma in una recente ordinanza [1]. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Le parti, prima di intraprendere la causa ordinaria, possono decidere di tentare la strada di una possibile conciliazione attraverso la nomina di un perito del tribunale che valuti la vicenda e verifichi chi ha ragione o meno. È quella che viene chiamata “consulenza tecnica preventiva”.

La consulenza tecnica preventiva

In particolare, la legge [2] prevede la possibilità per le parti di chiedere l’espletamento di una consulenza tecnica prima dell’istaurazione di un processo di merito, affinché il consulente provveda all’accertamento e alla determinazione dei crediti derivanti da illeciti contrattuali ed extracontrattuali.

La peculiarità è rappresentata dal fatto che il consulente, prima di depositare la propria relazione e proprio sulla scorta degli esiti di tale relazione, tenta la conciliazione. Se le parti conciliano, si forma processo verbale che è esente dall’imposta di registro, a cui il giudice attribuisce efficacia di titolo esecutivo anche ai fini dell’iscrizione dell’ipoteca giudiziale. Se, al contrario, le parti non conciliano, ciascuna può chiedere che la relazione del consulente sia acquisita agli atti del successivo giudizio di merito ove sarà liberamente valutabile dal giudice.

L’istituto è stato pensato dal Legislatore per svolgere, in primo luogo e in via principale, una funzione deflattiva e conciliativa (viene così consentita l’anticipazione di una perizia sulla controversia prima dell’inizio del processo in modo tale da mettere le parti nella condizione di svolgere un giudizio anticipato in ordine all’esito della causa, dissuadendole così dall’istaurare un processo ordinario per dirimere la controversia) e, in secondo luogo, una funzione d’istruzione preventiva, dato che l’esito della relazione peritale (in caso di mancata conciliazione) può essere utilizzabile nel successivo giudizio di merito traducendosi in una anticipazione anche solo parziale, ma rilevante delle prove.

La mediazione obbligatoria

Nelle materie per le quali la legge ha previsto la mediazione obbligatoria, le parti hanno l’obbligo di adire, prima di depositare gli atti in tribunale, un organismo di mediazione che tenti la conciliazione tra esse.

Ebbene, secondo l’ordinanza del Tribunale di Roma, l’aver prima tentato infruttuosamente la consulenza tecnica preventiva non toglie comunque l’obbligo, laddove obbligatorio, di andare anche davanti all’organismo di mediazione per espletare, in aggiunta, il tentativo di mediazione.

Per esempio, la mediazione deve essere tentata prima di iniziare una causa in materia di responsabilità medica e sanitaria.

La legge esclude l’obbligatorietà della mediazione prima della consulenza tecnica preventiva (ciò per la sua natura di strumento sia d’istruzione preventiva, sia di composizione della lite, che, almeno in parte, ha le medesime finalità della mediazione). Ma qualora questa fallisca, la successiva causa in tribunale non potrà essere intrapresa senza il previo esperimento della conciliazione presso i mediatori.

Con la conseguenza che, se la causa è stata avviata senza avere tentato la mediazione, il giudice ne dichiarerà l’improcedibilità invitando la parte attrice ad avviare la mediazione.


note

[1] Trib. Roma ord. 16.12.2014.

[2] Art. 669 bis cod. proc. civ.

Autore immagine: 123 rf com


3 Commenti

  1. Avendo una duplice esperienza, facendo sottoscrive come C.T.U. non meno di 70 “verbali di avvenuta conciliazione” negli ultimi anni in sede giudiziale, posso, quale mediatore, AFFERMARE e CONFERMARE che i due ruoli sono completamente diversi in due contesti assolutamente separati.
    .
    Come C.T.U. si assume un ruolo giudicativo ed impositivo nei confronti delle parti rimanendo strettamente sull’oggetto della controversia: si rimane ancorati al passato e legati a problematiche strettamente giuridiche (tenendo conto di chi può aver avuto ragione o tordo) e si VALUTANO varie proposte conciliative rispettando le “questioni di principio”.
    .
    Come mediatore si assume un ruolo facilitativo nei confronti delle parti spaziando anche su problematiche (apparentemente) non inerenti l’oggetto del conflitto: ci si lascia alle spalle il passato, si trascendono le problematiche giuridiche di chi avrebbe avuto torto o ragione, e si guarda il futuro, cioè si CONSIGLIA cosa si può fare per migliorare la situazione, cosa si può fare per ricercare l’armonia, cosa si può fare per collaborare nuovamente, ecc. INDIPENDENTEMENTE da chi avesse ragione o torto, cioè dalle “questioni di principio” passate.

    1. A DISTANZA DI ANNI di pubblicazione dal suo post..LE CHIEDO..per caso se un CTU, in fase di atp che si pone con testuali parole..
      “non guardiamo chi ha torto o ragione” ecc..non guardiamo il passato..e valuta solo ed esclusivamente la parte tecnica, ( danni per lavori di ritrutturazione) ,senza dar torto o ragione..leggendo quanto detto da lei.è un mediatore…
      tralasciando anche le questioni legate al diritto ( quantificazione di nascita di nuove servitu a distanze inferiori di legge ..) a mio avviso dovrebbe anche quantificare questi aspetti in modo da poter portare le parti ad una conciliazini mettendole davanti alle proprie responsabilità nella situazine cretasi..no??
      grazie

      1. Si, sono sia docente in mediazione civile sia un Perito Industriale laureato che lavora unicamente in sede giudiziale.

        Ebbene, quando sei nominata C.T.U. non devi tralasciare il, e quindi venir meno al, tuo ruolo istituzionale.

        Come C.T.U. puoi anche utilizzare le tecniche proprie del mediatore ma assolutamente conscia del tuo ruolo che è giudicativo e non facitilativo.

        Ahimè, la frase “non guardiamo chi ha torto o ragione”, utile in mediazione, non si addice al C.T.U., meglio tralasciarla.

        Nel ruolo del C.T.U., da subito, devi far comprendere i vantaggi di una collaborazione all’interno del Collegio peritale; secondariamente, devi far comprendere ai C.T.P. (che rappresentano ma non sono le parti) i vantaggi enormi che scaturiscono per i loro clienti dalla sottoscrizione di un “verbale di avvenuta conciliazione” (ex art. 199 c.p.c.); in terzo luogo, puoi far intendere, cosa assolutamente non ammissibile in mediazione, gli svantaggi in cui incorrerebbe sicuramente una parte (ovviamente senza sbilanciarti ad indicare quale) nel caso si dovesse proseguire con la causa, in quanto le tue future considerazioni (tecniche e scientifiche) influiranno sostanzialmente sul giudizio del Giudice: quasi fosse una minaccia.

        In mediazione non incontri le parti, rarissimamente le stesse partecipano alle oo.pp.; hai a che fare con dei delegati: i C.T.P. e talvolta gli avvocati; non puoi, e non riesci a, lavorare sugli interessi.

        L’attuale Legge, scaturita dall’incontro tra l’Avv. De Tilla (O.U.A.) e la Ministra Cancellieri, confonde la “giustizia” (il giudizio su chi ha torto e chi ragione, che rafforza l’ego dell’individuo) con la “riappacificazione” (la facilitazione all’amicizia, che ridimensiona l’ego tra gli individui), ma questo zibaldone ha generato un Istituto assolutamente inutile (leggere il mio libro: “La mediazione civile che in Italia non c’è”, Edizioni Nuova Cultura).

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