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Licenziabile il dipendente con condanna penale per condotte extralavorative?

19 gennaio 2015


Licenziabile il dipendente con condanna penale per condotte extralavorative?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 gennaio 2015



Legittima l’espulsione da parte del datore di lavoro, anche se non c’è correlazione tra il reato contestato e l’attività subordinata svolta, a condizione che la condotta presenti caratteri di gravità.

Si può licenziare il dipendente dopo una condanna penale da questi riportata anche se il reato attiene a condotte extralavorative. A dirlo è stata questa mattina la Cassazione in una sentenza [1] appena resa nota.

Chi subisce una condanna penale per fatti e azioni che nulla hanno a che fare con il lavoro svolto, e quindi si inseriscono nell’ambito di un contesto completamente diverso dalle mansioni e dall’ambiente lavorativo, può essere ugualmente licenziato. Ma ad una sola condizione: che tali condotte per le quali è sopraggiunta la sentenza penale irrevocabile presentino caratteri di una particolare gravità in relazione all’attività svolta dall’impresa datrice di lavoro.

Anche una condotta illecita, estranea all’esercizio delle mansioni del lavoratore subordinato può avere un rilievo disciplinare poiché il dipendente è assoggettato non solo all’obbligo di eseguire correttamente la prestazione lavorativa bensì anche agli obblighi accessori di comportamento extralavorativo, tale da non ledere né gli interessi morali e patrimoniali del datore di lavoro né la fiducia che, in diversa misura e in diversa forma, lega le parti di un rapporto di durata.

Ma si può arrivare al licenziamento soltanto se la condotta contestata presenti “caratteri di gravità che debbono essere apprezzati in relazione alla natura dell’attività svolta dall’impresa datrice di lavoro, attività in cui s’inserisce la prestazione resa dal lavoratore subordinato”.

Potrebbe accadere che gli stessi comportamenti illeciti extralavorativi tenuti dal dipendente siano da considerare lesivi per l’immagine di un’azienda e non, invece, nei confronti di un’altra. Ecco perché bisogna sempre valutare il caso concreto e il danno che ne potrebbe derivare per il datore di lavoro, anche solo in termini di immagine.

 

Nel caso di specie è stato confermato il licenziamento di un tale che, dipendente presso una pubblica amministrazione, aveva riportato una condanna per usura ed estorsione.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 26 novembre 2014 – 19 gennaio 2015, n. 776
Presidente/Relatore Roselli

Svolgimento del processo

Con sentenza del 15 aprile 2011 la Corte d’appello di Napoli, in riforma della decisione emessa dal Tribunale, dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato il 27 ottobre 2004 dalla s.p.a. Poste italiane al dipendente M.L. i’ conseguenza di una sentenza penale di condanna per usura ed estorsione.
La Corte d’appello negava che i detti reati potessero interrompere il vincolo fiduciario necessariamente intercorrente fra datore e prestatore di lavoro, avuto riguardo alle circostanze concrete. La continua disponibilità di posta pregiata da parte del L. era genericamente affermata dalla s.p.a. Poste italiane, insieme al discredito che la stessa poteva aver sofferto a causa della detta sentenza di condanna e ad una negativa incidenza della presenza del lavoratore nei locali aziendali.
Rilevanti, ai fini dell’incidenza dei fatti realizzati in ambito extralavorativo, erano le concrete circostanze della durata ultraventennale del rapporto, della mancanza di precedenti disciplinari e dell’ambito ben delimitato in cui erano stati commessi i reati.
Contro questa sentenza ricorre per cassazione la s.p.a. Poste it. Resiste l’intimato con controricorso.

Motivi della decisione

Con unico motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1362, 1364, 2106, 2119 cod. civ., 7 1. 20 maggio 1970 n. 300, 1 e 2 1. 15 luglio 1966 n. 604, 81, 629, 644 cod. pen. e vizi di motivazione, per avere la Corte d’appello ignorato l’idoneità dei fatti, accertati definitivamente dal giudice penale a carico dell’attuale controricorrente, a ledere il legame fiduciario necessariamente intercorrente tra datore e prestatore di lavoro, specie considerando “la natura dell’attività svolta da Poste italiane (attività di gestione, deposito ed affidamento del credito, oltre all’attività, ormai preponderante, di intermediazione bancaria e quella di trasporto e consegna di posta, posta pregiata, assegni, carte di credito, ecc.)”, e la potenziale destabilizzazione dell’ambiente lavorativo.
Il motivo è fondato.
Anche una condotta illecita, estranea all’esercizio delle mansioni del lavoratore subordinato può avere un rilievo disciplinare poiché il lavoratore è assoggettato non solo all’obbligo di rendere la prestazione bensì anche agli obblighi accessori di comportamento extralavorativo,tale da non ledere né gli interessi morali e patrimoniali del datore di lavoro né la fiducia che, in diversa misura e in diversa forma, lega le parti di un rapporto di durata. Detta condotta illecita comporta la sanzione espulsiva soltanto se presenti caratteri di gravità che debbono essere apprezzati, tra l’altro, in relazione alla natura dell’attività svolta dall’impresa datrice di lavoro, attività in cui s’inserisce la prestazione resa dal lavoratore subordinato. Comportamenti illeciti di questo, che possono essere considerati non di gravità tale da giustificare l’espulsione da un’azienda svolgente un’attività puramente privatistica, possono al contrario rompere il legame fiduciario ed il connesso requisito di affidabilità che sta alla base di un rapporto di lavoro costituito per l’espletamento di un servizio pubblico, ancorché in regime giuridico privatistico.
E’ infatti noto che l’attività, dello Stato o degli enti pubblici, intesa a soddisfare pubblici interessi, assunti nei fini dei medesimi soggetti pubblici, può essere svolta attraverso attività costituenti diretta manifestazione dell’autorità degli stessi soggetti ossia come attività della pubblica amministrazione, che si trova in posizione di supremazia nell’interesse generale della collettività, oppure attraverso un’attività privatistica, caratterizzata dalla posizione di parità del soggetto, che opera per la soddisfazione dell’interesse pubblico,e soggetti collaboratori ovvero fruitori del servizio. Quest’attività privatistica può essere svolta, come avviene spesso e in particolare per il servizio postale, mediante la costituzione di società con capitale prevalentemente o totalmente pubblico. La natura privatistica di questi soggetti societari spiega perché essi debbano operare in regime di concorrenza oppure perché siano assoggettati al comune regime della contribuzione previdenziale (Cass. 10 dicembre 2013 n. 27513) o delle garanzie legislative a tutela dei lavoratori contro situazioni di precariato (Cass. 18 ottobre 2013 n. 23702). Tuttavia l’impegno di capitale pubblico e la pubblicità del fine perseguito, che sottomettono l’attività svolta ai principi di imparzialità e di buon andamento di cui agli artt. 3 e 97 Cost., non è senza riflesso nei doveri gravanti sui lavoratori dipendenti, che debbono assicurare affidabilità, nei confronti del datore di lavoro e dell’utenza, anche nella condotta extralavorativa .
Esattamente perciò il primo giudice ritenne che una condanna definitiva per usura ed estorsione ostasse al proseguimento del rapporto di lavoro con l’agente postale ed erroneamente il giudice d’appello si è espresso in senso contrario, così obliterando la peculiarità del lavoro reso in regime privatistico ma per un servizio pubblico, e si è riferito a circostanze estrinseche di assai limitato rilievo attenuante ma certamente non esimente. Cassata la sentenza impugnata, Il non necessità di nuovi accertamenti ed apprezzamenti di fatto permettono di decidere nel merito col rigetto della domanda originaria.
Le spese possono essere compensate in considerazione dell’incertezza iniziale della lite, che quasi sempre si connette all’interpretazione­applicazione di una clausola generale come quella di giustificato motivo di licenziamento e che spiega l’alterno esito dei gradi di merito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza e, decidendo nel merito, rigetta la domanda. Spese compensate per l’intero processo.

note

[1] Cass. sent. n. 776/15 del 19.01.15.

Autore immagine: 123rf com


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