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Una scheggia rischia di far breccia nell’Unione

2 Aprile 2016 | Autore:
Una scheggia rischia di far breccia nell’Unione

L’applicazione della teoria dei controlimiti in Italia è un segnale preoccupante che non andrebbe sottovalutato.

Questo pezzo sarebbe dovuto uscire con un titolo differente.

Il titolo doveva essere “Colpiti al Cuore” doveva richiamare alla mente quanto creato dai Padri fondatori della nostra Europa, doveva partire dal sedile di fondo di un bus in viaggio per un Erasmus del quale solo chi ha vissuto può intendere il senso più profondo e terminare nel corridoio di in una metro nella quale disperatamente dalle immagini in TV scrutavo volti e facce disperate sperando di non riconoscere nessuno.

Doveva essere un pezzo di protesta triste.

Oggi è un pezzo di protesta duro e a mio modo di vedere pauroso, nella sua semplicità.

Un pezzo che non esce con quel titolo perché non vuole fare il gioco del terrore.

E allora oggi non si parla di quel colpo al cuore. Non si parla di quanto ci siamo sentiti violentati e feriti. Non si parla di quanto questa Europa, che, fuor di metafora, lo si deve dire con forza, vuol dire questa classe dirigente dei governi europei, ci abbia deluso nel “non procedere” in una scelta netta e chiara per una maggiore integrazione, che renda forte l’UE e determinante nelle scelte condivise anche in politica estera.

No, non ne parleremo, non useremo quel canovaccio.

Perché le ragazze e i ragazzi che erano su quel bus e le persone che erano in quella metro, nei due casi, in maniera differente, meritano solo rispetto e cordoglio.

E, soprattutto, il terrore vissuto a Rond-Point Schumann non merita alcuna visibilità.

Perciò quella protesta triste resterà qui chiusa tra le righe di un pezzo che in pochi di noi leggeranno e che molti avranno già dimenticato. Per restare nel web per un po’.

A memoria, nel silenzio, di cordoglio e di protesta.

Prenderemo invece spunto da un altro colpo, un colpo che rischia, a lungo andare, di minare, molto più di quanto non abbia fatto il terrore, le basi stesse dell’Unione.

Posto che ancora a qualcuno interessi che questa Europa si regga su princìpi fondamentali, su principi guida, che sono quei princìpi che l’hanno creata, strutturata e hanno garantito la pace nel nostro continente; posto, dicevamo, che ancora qualcuno riesca, nel marasma di quell’economia che copre i valori, a individuare la vera radice culturale sulla quale si fonda quella strategia di coesione che ha creato la “terza via al federalismo”; posto che tutto ciò sia ancora valido per qualcuno come lo è per me, allora quel qualcuno si preoccuperà nel vedere una notizia che farebbe rizzare le orecchie a chiunque abbia un minimo di coscienza della storia dell’integrazione, e che invece sta passando in secondo piano. E, triste a dirlo, è una notizia che riguarda i fondi dell’Unione, è una notizia che potrebbe essere tranquillamente derubricata ad una decisione della Cassazione sulle fonti di finanziamento proprie del bilancio UE. Una decisione come un’altra, insomma.

Ma la verità è che è molto di più.

Ma andiamo con ordine, prima di tutto la notizia.

La Corte di Cassazione ha deciso negli scorsi giorni di richiedere alla Corte Costituzionale la verifica dell’obbligo del giudice penale italiano di disapplicare il codice in materia di durata dei termini di interruzione della prescrizione per le frodi IVA.

Questa richiesta della Corte si pone in contrasto con l’opinione della Corte UE che aveva stabilito tale disapplicazione, come previsto dal diritto comunitario, che è fonte preordinata.

Al di là del merito della questione che lascio volentieri ai miei colleghi esperti legali, permettetemi – da convinto europeista prima ancora che da politologo – di sottolineare che una scelta come quella effettuata dalla Cassazione, nella storia dell’Unione, era stata applicata (quantomeno nei casi di studio più eclatanti) solo dalle Corti tedesche che da sempre hanno ricevuto un diktat preciso dalla corte di Karlsrhue: i principi nazionali sono precedenti e immodificabili.

Un approccio, questo, che è evidentemente contrario al principio di premazia ontologica del Diritto Comunitario e che è stato da sempre mal tollerato dall’UE e dagli stati membri. Italia in primis.

Proprio per questo motivo la richiesta che arriva in questi giorni, proprio in Italia, proprio da parte della Corte di Cassazione, di valutare l’applicabilità dei “controlimiti” al fine di vanificare le conseguenze di una sentenza della Corte di Strasburgo è quanto di più preoccupante si possa porre in campo in Europa in questo momento.

Il giudice italiano deve disapplicare la legge nazionale. E a mio modesto modo di vedere, quale che sia il merito della questione, non ci possono essere discussioni al riguardo.

Lo stabilisce il principio fondante della “preminenza del diritto comunitario“, che impone già al giudice ordinario nazionale di disapplicare d’ufficio la norma in contrasto col diritto UE e che tale decisione vale come precedente per le situazioni analoghe.

Gli appassionati di diritto comunitario ricorderanno che il principio è stato sancito per la prima volta nella sentenza Costa contro Enel del 1964, quando la Corte sostenne che:

  • con l’istituzione della Comunità gli Stati membri hanno limitato, sia pure in campi circoscritti, i loro poteri sovrani e creato un complesso di diritto vincolante per i loro cittadini e per loro stessi;
  • tale limitazione di sovranità ha come corollario l’impossibilità per gli Stati di far prevalere contro tale ordinamento un provvedimento unilaterale ulteriore; se ciò accadesse sarebbe scosso lo stesso fondamento giuridico della Comunità.

Ed ecco il punto vero del problema: la limitazione di sovranità a cui gli Stati membri si sono sottoposti. Una limitazione di sovranità che nel caso italiano deriva direttamente dalla Costituzione (Art. 11, principio fondamentale) e che con la decisione di questi giorni agli occhi di un europeista, deluso nelle aspettative di integrazione, rischia di esser messa in discussione.

Questo compiuto dalla Cassazione potrebbe essere un primo pericoloso passo, più pericoloso di qualsiasi minaccia – sia detto con il massimo rispetto – alla sicurezza dell’Europa, perché la decadenza di un sistema che porta alla disgregazione di una struttura di valori, potrebbe nel medio periodo portare a risultati devastanti.

Sono esagerato? Forse. Lo spero. Ad oggi, nella tristezza di quell’europeismo, vedo questa come la prima scheggia, che incide una breccia potenzialmente molto profonda. Una breccia che rischia di colpire l’Europa, proprio al cuore e per sempre.



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