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Miscellanea Like e condivisioni: come ricostruire la personalità di una persona

Miscellanea Pubblicato il 20 gennaio 2015

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> Miscellanea Pubblicato il 20 gennaio 2015

Dimmi cosa ti piace e ti dirò chi sei 2.0: un computer può conoscerci meglio di amici e parenti?

Si parla spesso delle opportunità e dei rischi che il web 2.0 comporta per la vita quotidiana.

È di uso comune infatti, per un numero sempre crescente di utenti, postare e condividere sui social network frammenti della propria vita, più o meno importanti.

È stato pubblicato in questi giorni un interessantissimo studio [1] relativo a quanto di un utente si possa ricostruire analizzando le tracce che lascia in rete. La particolarità di questa ricerca, condotta congiuntamente da ricercatori delle Università di Cambridge e Stanford, è legata al tipo di dato utilizzato.

Per ricostruire elementi e dettagli anche personali ed intimi, sono stati infatti utilizzati i “mi piace” (like, in inglese) messi su Facebook. Recenti studi attestano che mediamente ciascun utente Facebook ha 227 “likecorrelati al proprio profilo.

Ai volontari è stato richiesto di compilare un questionario [2] e di consentire ai ricercatori il libero accesso ai propri “like” su Facebook. Un algoritmo processava i dati così ottenuti e stilava un profilo della personalità dell’utente, che è stato poi confrontato con le conoscenze “reali” di amici e parenti. Sono stati coinvolti nell’esperimento oltre 86 mila utenti e 17 mila tra parenti ed amici.

Con soli 10 “mi piace” l’algoritmo è in grado di elaborare un profilo di personalità più accurato di quello tracciato da un collega di lavoro.

Con 70 “likesi raggiunge l’accuratezza di conoscenza che normalmente ha un amico o un coinquilino.

Addirittura sono sufficienti 150 “mi piace” per far sì che l’algoritmo tratteggi la personalità di un individuo in modo più preciso di quanto non potrebbe fare un familiare stretto.

Facebook dunque, secondo questa dirompente indagine, può “conoscere” un utente meglio dei suoi genitori, fratelli o sorelle.

L’unico soggetto che riesce a battere la macchina e il suo algoritmo è il coniuge, ma si tratta di una vittoria ai punti. La ricerca ha infatti chiarito che il livello di conoscenza di una moglie o di un marito è pari a 300 “mi piace” circa e quindi fuori dal campione medio di ricerca [3].

Sorge quindi spontanea la domanda di come possa una macchina superare un essere umano nel delineare la personalità, non solo di uno sconosciuto, ma addirittura di un parente strettissimo o un caro amico.

Il motivo va ricercato in quelle che gli autori definiscono “digital footprints[4] e cioè nelle tracce che costantemente un utente lascia quando utilizza la rete.

Di queste tracce anche un parente potrebbe non essere a conoscenza, mentre una macchina ha la possibilità di accedere ad un numero enorme di informazioni (spesso fornite direttamente dall’utente) e soprattutto di conservarle e analizzarle congiuntamente con algoritmi appositi.

Mentre tradizionalmente, in ambito informatico, per giungere allo stesso tipo di informazioni raccolte con questa ricerca, sarebbero state necessarie molte più operazioni [5] in questo frangente sono stati gli stessi utenti a condividere pubblicamente tutti gli elementi necessari a tracciare la propria personalità.

Ma vi è di più. La ricerca ha infatti dimostrato come le future implementazioni dell’algoritmo potranno essere in grado non solo di delineare con i tratti salienti della personalità di un soggetto ma, addirittura, di prevederne i futuri comportamenti.

Il valore aggiunto della ricerca consiste infatti proprio nella capacità predittiva dei comportamenti che gli utenti potranno tenere in futuro, in relazione alle “digital footprints” lasciate e a come le stesse sono cambiate nel corso del tempo.

Si tratta di quella che si potrebbe letteralmente tradurre come validità esterna di un modello di comportamento. Gli esseri umani tendono infatti, secondo i ricercatori, ad utilizzare come metro di paragone una o due esperienze e a trarre da esse conclusioni, spesso però in modo irrazionale. Un calcolatore elettronico, invece, prende in considerazione più valori e riesce quindi a fornire previsioni più attendibili [6].

L’implementazione su larga scala di un simile meccanismo porterebbe, ad esempio, ad una maggiore efficienza sul lavoro o a campagne di marketing mirate. Ma soprattutto si aprirebbero scenari Orwelliani per quello che riguarda la privacy. I ricercatori sono infatti a conoscenza del rischio che l’utilizzo dei loro algoritmo potrebbe avere per la riservatezza degli utenti e si augurano che nuove tecnologie, come quelle da loro sviluppate, vadano di pari passo con una legislazione garantista e con una maggior consapevolezza da parte degli utenti.

Proprio su questo punto vale la pena di fermarsi. Lo sviluppo delle nuove tecnologie è inarrestabile e a poco varrebbe negare questa evidenza. L’importante è conoscere i mezzi a nostra disposizione e sapere come usarli. Ad esempio Facebook ha diverse opzioni per garantire (o almeno provare a garantire) la nostra privacy, ma molto spesso l’utente medio non le ha nemmeno mai visualizzate.

L’impostazione più semplice, ma da cui dipende moltissimo, è quella di stabilire con chi condividere i propri post. Se ad esempio si decide di condividere un aggiornamento con l’opzione “pubblica” bisogna sapere che lo stesso sarà visibile ovviamente da tutti gli utenti del social network, ma anche all’esterno dello stesso. Un simile aggiornamento potrebbe essere quindi indicizzato da un motore di ricerca e comparire tra i risultati relativi al nome dell’utente.

Se dunque un ruolo da leone lo gioca l’atteggiamento del singolo nei confronti della condivisione dei propri dati personali sui social network, un ruolo non meno rilevante lo giocano le impostazioni privacy che questi servizi forniscono. E che vanno conosciute.

di ANDREA PASSANO

Alcuni ricercatori hanno sviluppato un algoritmo in grado di ricostruire con sorprendente precisione il profilo di un utente in relazione ai “mi piace” messi su Facebook. A fianco alle grandi prospettive simili tecnologie comportano grandi rischi per la privacy. Spetta a ciascun utente però informarsi bene su cosa i social network possono fare con i suoi dati, in modo che cedere o meno i propri dati sia una scelta consapevole.

note

[[1]] La ricerca è liberamente consultabile sul sito dei Proceedings of the National Academy of Sciences of the United State Of America.

[2] In cui si valutano i cinque tratti della personalità più rilevanti e cioè socievolezza, coscienziosità, stabilità emotiva, estroversione e apertura mentale.

[3] Che, come accennato, si riferisce a 227 “mi piace”.

[4] Da tradursi come tracce digitali.

[5] Ad esempio un’analisi dei log del sistema, poi una verifica della cronologia web e infine un controllo incrociato sugli acquisti operati con carta di credito.

[6] In particolare i ricercatori sostengono che il modello possa prevedere, con un ridotto margine di errore, una sere di comportamenti e scelte, come il possibile orientamento politico o lo stato di salute.

Autore immagine: 123rf.com


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