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Avvocato: quando il giudice aumenta il compenso per manifesta fondatezza

22 gennaio 2015


Avvocato: quando il giudice aumenta il compenso per manifesta fondatezza

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 gennaio 2015



Liquidazione giudiziale del compenso all’avvocato in caso di manifesta fondatezza delle difese: decisione d’ufficio anche in caso di condanna alla controparte per lite temeraria.

È una delle principali novità dell’ultimo decreto ministeriale [1] sulle tariffe forensi: il giudice può aumentare, fino a un terzo, il compenso liquidato in favore dell’avvocato della parte vittoriosa in causa qualora ritenga che la sua difesa sia stata “manifestamente fondata”, ossia schiacciante e di pronta soluzione. Il che suona un po’ come dire: “Se mi dai subito prova delle tue ragioni e, così, acceleri la definizione immediata della causa, ti premio”.

In termini più tecnici, questo significa che il difensore deve riuscire a far emergere la fondatezza nel merito delle proprie tesi e, nello stesso tempo, a chiarire l’infondatezza delle tesi di controparte.

Veloce? Ma quanto?

La norma sembrerebbe invitare gli avvocati a fare “tutto e subito”, dimostrando, cioè, già con il deposito del ricorso (o citazione) e i documenti ad esso allegati, le ragioni del proprio cliente.

Una recente applicazione di tale principio, per esempio, è stata fornita dal tribunale di Verona [2]. Secondo il giudice veneto, l’avvocato sarebbe tenuto a provare quanto asserito nell’atto introduttivo senza dover far ricorso a testimoni, consulenze, interrogatori e tutte le altre prove che vengono effettuate davanti al giudice in corso di causa (i tecnici le chiamano “prove costituende”): ossia solo grazie al suo un apporto argomentativo. Insomma, l’avvocato deve essere in grado di convincere il giudice già solo con gli scritti ed eventuali documenti allegati.

Non è tutto. Sempre il tribunale di Verona chiarisce che il giudice ben potrebbe, nello stesso tempo, riconoscere al vincitore il suddetto “compenso extra” e, contemporaneamente, condannare la parte soccombente a quella che viene tecnicamente detta “responsabilità processuale aggravata” che si ha tutte le volte in cui un soggetto intraprende una “lite temeraria”: ossia agisca o resista in giudizio pur sapendo (dolo) o dovendo sapere (colpa grave) di aver palesemente ragione [3].

Le due misure economiche non sono incompatibili tra loro. Infatti l’aumento del compenso all’avvocato è diretto a compensare, con un surplus, il difensore della parte vittoriosa che sia riuscito a semplificare il giudizio e quindi anche a contenerne i tempi; al contrario, la seconda misura ha come scopo quello di risarcire la parte vittoriosa per essere stata costretta a una causa ingiusta.

Si ritiene che abbia agito con colpa grave la parte che, oltre a sostenere tesi manifestante infondate, abbia assunto un comportamento processuale gravemente contraddittorio.

note

[1] Art. 4, comma 8, DM 55/2014.

[2] Trib. Verona, sent. del 19.06.2014.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com

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