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Le piattaforme di videosharing come YouTube non sono responsabili

23 Gennaio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Gennaio 2015



Diritto d’autore online: per le violazione del copyright il provider passivo non risponde fino a diffida o sentenza.

Ci voleva il secondo grado di giudizio per ribadire un concetto ormai chiaro anche a chi non è un cultore del diritto: ossia che le piattaforme di video sharing (come attualmente è YouTube e come un tempo era Yahoo!Video) non sono responsabili delle condotte illecite poste dai propri utenti e, quindi, per le eventuali lesioni al copyright che essi possano compiere nel caricare video altrui protetti dal diritto d’autore. Non responsabili, almeno, fino al ricevimento di una ufficiale diffida con richiesta di rimozione del contenuto illegale.

Un principio tanto chiaro quanto scontato, perché, oltre ad essere scritto in modo semplice nella direttiva sul commercio elettronico [1], è anche stato, a più riprese, ribadito dai giudici nazionali e comunitari. Eppure – dicevamo – a Milano ci sono voluti due gradi di giudizio.

Così, la Corte di Appello del capoluogo meneghino [2] ha da poco ribaltato il giudizio del Tribunale che aveva ritenuto responsabile Yahoo!Video per le lesioni del diritto d’autore perpetrate ai danni di RTI Spa del gruppo Mediaset per via di alcuni video con frammenti di trasmissioni televisive messi online e resi visibili a ogni utente connesso.

Tutto ruota intorno alla definizione di hosting provider: la direttiva Ue, in buona sostanza, stabilisce che non è responsabile solo il “provider passivo”, quello cioè che non può intervenire, anticipatamente, sui contenuti creati dagli utenti, cioè non può trattarli, modificarli o controllarli. Di fatto, ciò avviene quando la mole dei dati in upload è talmente elevata da rendersi impossibile ed antieconomico, nonché lesivo della privacy, qualsiasi filtro preventivo. Ciò non vuol dire che, in questi casi, la società che fa commercio elettronico non sia mai responsabile. Lo diviene se il soggetto leso le invia una diffida, o subentra una sentenza (le due sono equivalenti), che ordina la rimozione del contenuto illecito. Lì sì: diviene obbligatorio attivarsi subito, altrimenti scatta il risarcimento.

Insomma, non si può trattare di una responsabilità oggettiva, bensì omissiva.

La piattaforma di video sharing, dunque, è un provider passivo e non è responsabile in via preventiva. Lo sarebbe se fosse “attiva”, cioè avesse partecipato – insieme ai propri utenti – al caricamento dei dati e non li avesse rimossi una volta informato dei loro contenuti illeciti.

note

[1] Direttiva UE n. 2000/31/Ce.

[2] C. App. Milano, sent. n. 29/2015.

Autore immagine: 123rf com


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