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Pensioni: il circolo vizioso delle casse INPS

4 Aprile 2016 | Autore:
Pensioni: il circolo vizioso delle casse INPS

Oltre 500mila pensioni percepite da oltre 30anni e un Paese che non riesce ad uscire da un circolo vizioso. Un’opinione.

Sono ben 476mila nel nostro Paese le persone che prendono la pensione da oltre 36 anni. Si tratta di un dato che solleva nuovi dubbi – quantomai legittimi – rispetto alla sostenibilità del sistema previdenziale italiano. Anche perché se la platea si allarga un po’ a coloro i quali sono in pensione non da 34 ma da 30 anni, il numero sale a 527mila persone.

Tito Boeri, Presidente dell’INPS, non indietreggia nonostante i moniti di chi, nel governo e fuori da esso, dice che si tratta di atteggiamenti inopportuni rispetto alla sua funzione e che al momento il tema delle pensioni non è in agenda. Boeri sottolinea la necessità di un cambiamento strutturale che permetta un contributo di solidarietà da parte di chi ha avuto “in passato concessioni eccessive”.  Un contributo di solidarietà, insomma, che darebbe la possibilità ai più giovani di metter da parte qualcosa in più.

Secondo Boeri sarebbe inoltre importante che in tempi ragionevoli si arrivasse a definire una modalità attraverso la quale si possa rendere più semplice un’uscita flessibile dal mercato del lavoro, anche per fare in modo che si possa favorire il ricambio generazionale. Si tratta di una politica di welfare che avrebbe impatto, insomma, anche sull’occupazione e di riflesso sulle casse dell’istituto di previdenza nazionale.

Pensioni in Italia la path dependency del welfare

Che piaccia o meno l’approccio interventista del Presidente INPS, fatto sta che i dati sono due e contrastanti. Da una parte abbiamo un sistema pensionistico che di fatto è basato sulla capacità dei nuovi lavoratori, flessibili, che non riescono a far breccia nel mercato, che combattono con sistemi di tassazione estremamente elevati ma che, vuoi o non vuoi,  mantengono l’unica cassa in attivo dell’intero sistema previdenziale, ovvero la Gestione separata.

Dall’altra abbiamo un numero di pensionati pluriennali che potrebbero essere definiti “storici”, che costituiscono quella che in politologia potrebbe essere definita “path dependency”, ovvero una dipendenza da un sentiero tracciato e dal quale è difficile discostarsi in ragione in questo caso di diritti acquisiti.

Questo genera un paradosso, perché se è vero che quel trasferimento di ricchezza ai pensionati “storici” negli anni ha provocato una disparità nei trattamenti pensionistici che andrebbe appianata, è vero anche che i genitori nel nostro Paese sostengono i figli fino ad età avanzata, dunque spesso (anche se non sempre, evidentemente), il trasferimento di ricchezza che il Sistema ha operato verso i pensionati “storici” del retributivo si traduce in un trasferimento di fatto verso i giovani, che nel perdere il beneficio dei genitori si potrebbero trovare in situazioni di ancora maggiore difficoltà.

Ma allora, si dirà, che differenza c’è? L’importante è che quelle pensioni servano a qualcosa, che servano in una maniera o nell’altra ai più giovani.

La differenza è intuibile facilmente guardando al momento in cui quei giovani dovranno essere coloro i quali sostengono le future generazioni.

Il tilt del sistema pensionistico: un circolo vizioso.

Il tilt del sistema non si avrà ora. Il tilt suonerà tra 30 anni. Quando chi ora si trova ad avere attorno ai 35 anni e ad avere versato per 15 anni di lavoro una pensione che, in valore reale d’acquisto, non sarà pari neanche ad un quarto di quella dei pensionati rientrati nel pensionamento retributivo e comunque molto più bassa di coloro i quali saranno rientrati nel sistema misto.

A quel punto quella generazione, che non sarà riuscita a risparmiare come quella dei padri perché per avere una tutela previdenziale molto bassa (non solo dopo la vita lavorativa, ma anche durante quel periodo), avrà anche versato i contributi più alti dell’intero sistema previdenziale (solo un accenno qui ai contributi, alla gestione separata dei CO.CO.CO. che nel 2016 ha superato la percentuale astronomica del 31% ), beh quella generazione non sarà in grado di comprar casa ai figli, dovrà essere fortunata ad averne una di proprietà da trasferire loro. Dopo la morte si intende. E naturalmente questo porterà i figli delle generazioni dei giovani d’oggi a sposarsi più tardi, a metter su famiglia più tardi, a far meno figli (anche per ragioni biologiche). E il tasso di vita media aumentato correlato con la scarsa natalità e con la fuga dei lavoratori high-skilled, che all’estero sono meglio valorizzati di quanto non lo siano mai stati in Italia, porterà il nostro Paese in un circolo vizioso per il quale il costo previdenziale sarà sempre più alto con uscite sempre più ingenti ed entrate sempre meno in grado di coprirle.

Ecco. Chi crede che l’approccio di Boeri su questo tema sia interventista, dovrebbe forse guardare più avanti di 20 o 30 anni.

Ma per quei tempi le elezioni su cui far leva per ottenere una riforma non sono ancora prevedibili.

Chi vivrà vedrà si direbbe con un vecchio adagio.

E vivremo in tanti. Tutto sta a capire in quali condizioni.



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