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Il codice del consumo e la tutela del consumatore

14 ottobre 2011 | Autore:


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Indice

Introduzione alla riforma (avv. Angelo Greco)

§1. Il nuovo codice.
§ 2. A chi si applica il nuovo codice.
§ 3. Educazione ed informazione. Comunicazioni ai consumatori. Etichette.

Editoriale (dott. Saverio Paletta)

F.A.Q. (Frequently Asked Questions)
Informazioni al consumatore (*)
Pubblicità ed altre comunicazioni commerciali (*)
Televendite e Vendite Sottocosto (*)
Contratti con il consumatore in generale e Clausole Vessatorie (*)
Contratti conclusi fuori dai locali commerciali o per corrispondenza (**)
Contratti a distanza (**)
Diritto di recesso nei contratti conclusi fuori dai locali commerciali e nei contratti a distanza (**)
Servizi turistici (**)
La Multiproprietà (***)
Erogazione di servizi pubblici (****)
Sicurezza dei prodotti (****)
Responsabilità per danno da prodotti difettosi (*)
Garanzia legale di conformità e garanzie commerciali per i beni di consumo (***)

(*) Avv. Angelo Greco
(**) Dott.ssa Rita Filice
(***) Avv. Davide Garritano
(****) Avv. Maria Daniela Gagliardo

PARTE I

Introduzione alla riforma

§1. Il nuovo codice.

Una volta tanto, l’Italia anticipa gli altri Stati europei e vara, con il d.lgs. n. 206 del 2005, il primo codice organico, volto a contenere tutte le norme – prima disorganicamente sparse in decine di altre leggi – in materia di tutela dei consumatori, degli utenti ed, in generale, di ogni contraente debole. La materia viene esaustivamente regolata a livello statale, mentre marginali e residuali restano le competenze regionali, limitate soltanto ad eventuali iniziative a favore delle associazioni, a programmi di intervento per l’informazione e l’educazione, per la soluzione stragiudiziale delle controversie, non potendo comunque mai incidere né sui diritti dei consumatori, né sulla disciplina dei loro rapporti precontrattuali, contrattuali o extracontrattuali con le imprese.

La riforma, che va a modificare anche taluni aspetti del codice civile, ha già subìto numerose critiche, per le aspettative che intorno ad essa si erano riversate. Tuttavia, concordemente con una Autorevole dottrina, riteniamo che ogni riforma dovrebbe essere valutata più con lo spirito costruttivo che deriva dalla constatazione che qualcosa è stato fatto, che con lo spirito critico che deriva dalla constatazione che si potesse fare meglio. In verità, maggiore è l’attesa legata ad una determinata riforma, più cocente potrebbe essere la delusione per l’inadeguatezza dei suoi esisti.

E’ pur vero che la normativa, forse più una sorta di testo unico, si è spesso limitata a ‘riassemblare’ e riordinare la precedente disciplina, a recepire norme comunitarie ed accordi internazionali, raramente invece apportando innovazioni sostanziali; è ancor vero che proprio uno dei tasti più dolenti della tutela del consumatore (quello del credito al consumo e dei rapporti con le Banche) è stato volutamente ‘tralasciato’; in ultimo, è altresì vero che il nome del codice sembra dare maggiore tutela al profilo oggettivo dell’atto del consumo, piuttosto che al soggetto, come titolare di posizioni giuridiche soggettive (il nome stesso del codice chiarisce la sua impostazione).

Tuttavia, consapevoli che proprio la conoscenza di tale complesso strumento normativo costituisce la principale garanzia della riuscita dell’operazione voluta dal legislatore, , con spirito ottimista, e mossi, come sempre, dallo scopo di informare i cittadini di ciò che spesso non ritengono neanche esistente, ci accingiamo ad esplorare tra le principali tutele apprestate del codice, senza presunzione di esaustività, e rinviando, per maggiori approfondimenti, all’analisi del testo normativo e della giurisprudenza che intorno ad esso si formerà.

§ 2. A chi si applica il nuovo codice.

Il codice individua i ‘consumatori’ ed i ‘professionisti quali soggetti destinatari dell’intera normativa.
Il professionista viene definito come colui che svolge un’attività imprenditoriale o professionale
Il consumatore viene definito come la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale  o professionale eventualmente svolta. Così può essere considerato consumatore anche il titolare di una ditta individuale o un professionista quando entri in contatto con il mercato “prevalentemente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta”. In altre parole, secondo il predetto criterio di prevalenza, l’atto di consumo non deve rientrare tra quelli assorbiti nel “rischio di impresa”. Così, un avvocato che compri un computer per lo svolgimento della propria attività dovrà essere considerato un consumatore, e come tale soggetto alla tutela del codice, in quanto da un lato la sua attività non è rivolta all’acquisto di computers e, dall’altro, non rientra nelle sue competenze la conoscenza delle caratteristiche tecniche e funzionali di quel prodotto.
Ciò posto, i diritti garantiti dal codice si pongono come irrinunciabili, ed ogni pattuizione contraria viene ad essere nulla.

§ 3. Educazione ed informazione. Comunicazioni ai consumatori. Etichette.

Il codice dedica un richiamo, seppur generico, al diritto che hanno i consumatori all’educazione, onde favorire la consapevolezza dei loro diritti ed interessi, la partecipazione ai procedimenti amministrativi, nonché la rappresentanza negli organismi esponenziali. Le attività informative non devono avere finalità promozionali. L’enunciazione si pone, tuttavia, più come una norma programmatica, priva di un vero contenuto precettivo.
Diversamente, l’informazione del consumatore viene garantita sia nella fase della conclusione del rapporto contrattuale che in quella dell’esecuzione. Così, l’art. 6 prevede che le confezioni o le etichette dei prodotti destinati al consumatore riportino chiaramente visibili e leggibili, ed in lingua italiana, le seguenti indicazioni minime:
a) la denominazione legale o merceologica del prodotto;
b) il nome o ragione sociale o marchio e alla sede legale del produttore o di un importatore stabilito nell’Unione europea;
c) il Paese di origine se situato fuori dell’Unione europea;
d) l’eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all’uomo, alle cose o all’ambiente;
e) i materiali impiegati ed i metodi di lavorazione ove questi siano determinanti per la qualità o le caratteristiche merceologiche del prodotto;
f) le istruzioni, le eventuali precauzioni e la destinazione d’uso, ove utili ai fini di fruizione e sicurezza del prodotto.
Nel caso di cui alla lettera f) le indicazioni possono anche essere riportate su altra documentazione illustrativa fornita in accompagnamento dei prodotti stessi.

In assenza di tali elementi, la commercializzazione del prodotto è vietata e viene applicata una multa da 516 a 25.823 euro.

L’informazione viene garantita anche nelle disposizioni del codice sulla sicurezza e qualità del prodotto, dal momento che il consumatore deve avere cognizione piena dei rischi inerenti l’uso del prodotto e delle caratteristiche che questo presenta.
Tuttavia, proprio nell’etichettatura appare una delle asimmetrie cognitive più evidenti: la difficoltà di comprensione delle informazioni effettivamente ricevute, spesso eccessivamente tecniche perché indicate con sigle o confuse con elementi non obbligatori. Proprio per questo il diritto all’informazione deve andare di passo con quello all’educazione, non potendo l’informazione diventare conoscenza senza le necessarie chiavi di lettura.
Nell’ipotesi di vendite di più prodotti uniti in unica confezione, ulteriore garanzia che il codice pone ai fini dell’effettività del diritto all’informazione è nell’obbligo, ai fini di  agevolare il raffronto dei prezzi, di indicazione, oltre che del prezzo di vendita, anche del prezzo per unità di misura. Il prezzo per unità di misura non deve essere indicato quando è identico al prezzo di vendita. Pertanto, se sul bancone del supermercato, la nota marca “Dolci&Grassi” vende cinquanta cornetti in un unico scatolone al prezzo di 50 € complessivi, dovrà indicare anche il prezzo unitario di ciascun cornetto (1 €). Tanto darà la possibilità al consumatore di verificare la convenienza della singola unità rispetto alla marca concorrente che vende invece a pezzi sfusi. La mancata osservanza della disposizione comporta una sanzione amministrativa da 2.582,00 a 15.494,00 euro.

E’ ammessa l’indicazione del prezzo per unità di misura di multipli o sottomultipli, decimali delle unità di misura, nei casi in cui taluni prodotti sono generalmente ed abitualmente commercializzati in dette quantità.

Inoltre, i prodotti esposti per la vendita al dettaglio nelle vetrine o su aree pubbliche o su banchi di vendita debbono indicare in modo chiaro e ben leggibile il prezzo di vendita al pubblico, mediante l’uso di un cartello o con altre modalità idonee allo scopo. Tale norma costituisce un’innovazione rispetto alla precedente disciplina, fortemente voluta dalle associazioni dei consumatori.

Avv. Angelo Greco

PARTE II

F.A.Q. (Frequently Asked Questions)

Informazioni al consumatore

Vi sono degli obblighi per i benzinai, in tema di indicazione dei prezzi?

Si. I prezzi dei carburanti, esposti e pubblicizzati presso gli impianti automatici di distribuzione, devono essere esclusivamente quelli effettivamente praticati ai consumatori. E’ fatto obbligo di esporre in modo visibile dalla carreggiata stradale i prezzi praticati al consumo.

Vi sono dei casi di esenzione dall’obbligo di indicazione del prezzo per unità di misura dei prodotti venduti a confezioni?

Si. Ciò vale per i prodotti per i quali tale indicazione non risulti utile a motivo della loro natura o della loro destinazione, o sia di natura tale da dare luogo a confusione. Sono da considerarsi tali i seguenti prodotti:

a) prodotti commercializzati sfusi che, in conformità alle disposizioni di esecuzione della legge 5 agosto 1981, n. 441, e successive modificazioni, recante disposizioni sulla vendita a peso netto delle merci, possono essere venduti a pezzo o a collo;

b) prodotti di diversa natura posti in una stessa confezione;

c) prodotti commercializzati nei distributori automatici;

d) prodotti destinati ad essere mescolati per una preparazione e contenuti in un unico imballaggio (per es. un preconfezionato per la preparazione di una torta, al cui interno vi è una pluralità di ingredienti);

e) prodotti preconfezionati che siano esentati dall’obbligo di indicazione della quantità netta secondo quanto previsto dall’articolo 9 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109, e successive modificazioni, concernenti l’attuazione delle direttive comunitarie in materia di etichettatura dei prodotti alimentari;

f) alimenti precucinati o preparati o da preparare, costituiti da due o più elementi separati, contenuti in un unico imballaggio, che necessitano di lavorazione da parte del consumatore per ottenere l’alimento finito;

g) prodotti di fantasia;

h) gelati monodose;

i) prodotti non alimentari che possono essere venduti unicamente al pezzo o a collo.

Pubblicità ed altre comunicazioni commerciali

Cosa ricade nel concetto di ‘pubblicità’?
Qualsiasi forma di messaggio che sia diffuso, in qualsiasi modo, nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale, artigianale o professionale, allo scopo di promuovere la vendita di beni mobili o immobili, la costituzione o il trasferimento di diritti ed obblighi su di essi oppure la prestazione di opere o di servizi.

Quali sono i requisiti minimi che deve possedere un messaggio pubblicitario?
Deve essere palese, veritiero e corretto.

Quando una pubblicità può dirsi ‘ingannevole’?
Quando essa, in qualunque modo, compresa la sua presentazione, sia idonea ad indurre in errore le persone fisiche o giuridiche che essa raggiunge. E’ necessario che tale messaggio pubblicitario, a causa del suo carattere ingannevole, possa pregiudicare il comportamento economico dei consumatori ovvero che, per questo motivo, sia idoneo a ledere un concorrente. A tal fine, per dirsi ingannevole, il messaggio pubblicitario va rapportato alle caratteristiche intrinseche ed estrinseche dei beni e servizi proposti, all’idoneità allo scopo, agli usi, ai risultati dei controlli effettuati, al prezzo, ecc. La nozione di ‘ingannevolezza’, pertanto, è legata al contenuto obiettivo dell’informazione, più che al profilo soggettivo dell’errore patito dal singolo.
Per es. è considerato ingannevole il messaggio pubblicitario che prospetti biglietti aerei a prezzi ridottissimi, quando il prezzo indicato non corrisponda a quello finale ed effettivo, perché poi ad esso vanno aggiunti ulteriori oneri (quali tasse aeroportuali, tasse governative, costi per la sicurezza) che incidano in maniera sensibile sul prezzo finale (Autorità Garante 13 marzo 2003 n. 11808).
Quanto ai prodotti pericolosi (cioè quelli suscettibili di porre in pericolo la salute e la sicurezza dei consumatori), si considera ingannevole la pubblicità che ometta di darne notizia in modo da indurre i consumatori a trascurare le normali regole di prudenza e vigilanza.
E’ considerata altresì ingannevole la pubblicità, che, in quanto suscettibile di raggiungere bambini ed adolescenti, possa, anche indirettamente, minacciare la loro sicurezza o che abusi della loro naturale credulità o mancanza di esperienza o che, impiegando bambini ed adolescenti in messaggi pubblicitari, abusi dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani.

Può una società essere oggetto di tutela contro una pubblicità ingannevole?
Si, sia essa di persone o di capitali.

Quando è possibile effettuare una pubblicità comparativa?

Qualsiasi pubblicità che fa riferimento, in modo esplicito o implicito, ad un concorrente o beni o servizi offerti da un concorrente, è considerata ‘pubblicità comparativa’. Essa è lecita a condizione che:
a) non sia ingannevole;

b) confronti beni o servizi omogenei, cioè che soddisfino gli stessi bisogni o si propongano gli stessi obiettivi;

c) confronti oggettivamente una o più caratteristiche essenziali, pertinenti, verificabili e rappresentative, compreso eventualmente il prezzo, di tali beni e servizi;

d) non ingeneri confusione tra le ditte, i marchi, le denominazioni commerciali, altri segni distintivi, i beni o i servizi di colui che effettua la pubblicità e quelli di un concorrente;

e) non causi discredito o denigrazione di marchi, denominazioni commerciali, altri segni distintivi, beni, servizi, attività o circostanze di un concorrente;

f) per i prodotti recanti denominazione di origine, si riferisca in ogni caso a prodotti aventi la stessa denominazione;

g) non tragga indebitamente vantaggio dalla notorietà connessa al marchio, alla denominazione commerciale ovvero ad altro segno distintivo di un concorrente o alle denominazioni di origine di prodotti concorrenti;

h) non presenti un bene o un servizio come imitazione o contraffazione di beni o servizi protetti da un marchio o da una denominazione commerciale depositati.

Quando viene lanciata una promozione pubblicitaria con offerte, anche mediante depliant, può l’impresa discostarsi successivamente da quanto pubblicizzato?

No. Ogni offerta speciale di vendita (v. prezzi, condizioni, promozioni, ecc.) deve indicare in modo chiaro ed inequivoco il termine finale dell’offerta e, qualora l’offerta non sia ancora iniziata, anche la data di inizio. In caso di illegittimo discostamento, ci si può rivolgere all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato o ad un legale per il rispetto delle condizioni di vendita.

Quando si può dire rispettato l’obbligo di ‘trasparenza’ per la pubblicità?

La pubblicità non può essere subliminale ma deve essere riconoscibile come tale. Pertanto, dovranno essere approntati appositi criteri di indicazione del messaggio pubblicitario (per es. nella stampa bisognerà fare in modo che la pubblicità sia distinguibile dalle altre forme di comunicazione al pubblico con modalità grafiche di evidente percezione).

Quale tutela viene predisposta contro la pubblicità che violi i predetti obblighi?

Chiunque ne abbia interesse, diretto o indiretto, ivi comprese anche le Associazioni di tutela dei consumatori o le pubbliche amministrazioni, possono denunciare il fatto illecito (mediante ricorso ex Dpr 11 luglio 2003 n. 284) all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, affinché inibisca gli atti di pubblicità ingannevole o comparativa illecita. L’Autorità, che nei casi più urgenti può disporre la sospensione provvisoria della pubblicità illegittima, avvia l’istruttoria per la decisione (che deve intervenire entro 75 giorni o 180 se l’operatore pubblicitario sia residente, domiciliato o abbia sede all’estero) ed, in caso di accoglimento del ricorso, può: 1. vietare la pubblicità non ancora portata a conoscenza del pubblico o la continuazione di quella già iniziata; 2. disporre la pubblicazione della pronuncia, nonché, eventualmente, di un’apposita dichiarazione rettificativa, in modo da impedire che la pubblicità ingannevole o il messaggio di pubblicità comparativa ritenuto illecito, continuino a produrre effetti; 3. applicare una sanzione pecuniaria da 1.000 a 100.000 euro, tenuto conto della gravità e della durata della violazione. Nei casi di messaggi pubblicitari ingannevoli, la sanzione non può essere inferiore a 25.000 euro. Contro le decisioni del Garante, è possibile ricorso al T.A.R..

In ogni caso, vien fatta salva la possibilità di ricorrere agli organismi volontari ed autonomi di autodisciplina.

A chi è possibile ricorrere contro le decisioni (di accoglimento o di rigetto dei ricorsi) e le sanzioni dell’Autorità Garante?

Al T.A.R., entro 60 giorni, tranne per le ipotesi di atti di concorrenza sleale ex art. 2598 cod. civ., per i quali resta la competenza del giudice ordinario.

Quali sono i vincoli che deve rispettare la pubblicità nei confronti dei minori?

Con riguardo ai minorenni, il messaggio pubblicitario non deve

a) esortarli ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità;

b) esortarli a stipulare contratti di compravendita o di locazione di prodotti e servizi;

c) esortarli a persuadere genitori o altri ad acquistare tali prodotti o servizi;

d) sfruttarne la particolare fiducia che essi ripongono nei genitori, negli insegnanti o in altri;

e) mostrare minorenni in situazioni pericolose.

Inoltre, ai sensi del codice di autoregolamentazione TV (26 novembre 1997), il minore non può essere indotto in errore in ordine alla natura, prestazioni e dimensioni del giocattolo; al grado di conoscenza e di abilità necessario per utilizzare il giocattolo; alla descrizione degli accessori inclusi o non inclusi nella confezione; al prezzo del giocattolo, in particolar modo quando il suo funzionamento comporti l’acquisto di prodotti complementari.

Televendite e Vendite Sottocosto

Che tutela sussiste contro le televendite (ed i relativi spot), servizi di astrologia, cartomanzia e quelli relativi a concorsi o giochi?

Le televendite (e per tali si intendono anche le vendite trasmesse per il mezzo radiofonico) devono (a norma del codice e della delibera n.34/05/Csp dell’Autorità Garante) evitare ogni forma di sfruttamento della superstizione, della credulità o della paura; non devono contenere scene di violenza fisica o morale o indecenti, volgari o ripugnanti; non devono trarre in inganno il pubblico, anche per mezzo di omissioni, ambiguità o esagerazioni, sul contenuto e sugli effetti dei beni o servizi offerti; non devono comportare discriminazioni o offendere le convinzioni religiose o politiche; non devono indurre a comportamenti pregiudizievoli per la salute, la sicurezza o l’ambiente. Non devono essere ingannevoli per quel che riguarda gli effetti del servizio, il prezzo, le condizioni di vendita o di pagamento, le modalità di fornitura o gli eventuali premi; a tal fine i prodotti o i servizi devono essere descritti in maniera chiara e precisa e le immagini televisive ad essi relative devono rappresentare fedelmente i prodotti offerti,

Le televendite non possono essere trasmesse nelle fasce orarie tra le ore 7:00 e le ore 23:00.

La televendita, inoltre, non deve mostrare in sovrimpressione o comunque indurre ad utilizzare numeri telefonici per la fornitura di servizi a sovrapprezzo (anche se a tariffazione specifica).

Ci sono divieti e prescrizioni per particolari tipi di prodotti pubblicizzati nelle televendite?

Si. Innanzitutto non sono possibili televendite di sigarette o altri prodotti a base di tabacco.

Il codice omette di indicare le altre prescrizioni, presenti invece nella direttiva n. 89/552/Cee (artt. 10-21), che qui si elencano. E’ vietata la televendita di medicinali soggetti ad autorizzazione ai sensi della direttiva n. 65/65/Cee, nonché la televendita di cure mediche.

La pubblicità e la televendita di bevande alcoliche non devono 1) rivolgersi ai minorenni né presentare minorenni intenti a consumare tali bevande; 2) collegare il consumo di alcolici con migliori prodezze fisiche o con la guida di autoveicoli; 3) indurre a credere che le bevande alcoliche possiedano qualità terapeutiche stimolanti o calmanti, o che contribuiscano a risolvere situazioni di conflitto psicologico; 4) incoraggiare il consumo smodato di bevande alcoliche o presentare in una luce negativa l’astinenza o la sobrietà; 5) insistere sul forte grado alcolico, come qualità positiva delle bevande.

Che differenza c’è tra una televendita ed una telepromozione?

La televendita va distinta dalla telepromozione che, normalmente, viene invece inserita all’interno di un programma televisivo; la prima, a differenza della seconda, non ha come scopo immediato e diretto la promozione pubblicitaria delle qualità del prodotto (che è piuttosto una conseguenza mediata e naturale), ma la commercializzazione ed la conclusione di contratti di vendita. Pertanto, solo la televendita può definirsi come una vera e propria proposta contrattuale rivolta al pubblico (ex art. 1336 c.c.), ai sensi della quale l’offerta deve contenere “gli estremi essenziali del contratto alla cui conclusione è diretta” ovvero la determinazione esatta dell’oggetto pubblicizzato e del suo prezzo. In pratica, la televendita dovrà indicare un’offerta completa nei suoi elementi principali (oggetto, prezzo, modalità di pagamento, l’informazione sul diritto di recesso).

Nei casi di televendite, l’emittente televisiva deve accertare, prima di metterle in onda, che il titolare dell’attività sia in possesso dei requisiti richiesti per l’esercizio della vendita al dettaglio. Durante la trasmissione debbono essere indicati il nome e la denominazione o la ragione sociale e la sede del venditore, il numero di iscrizione al registro delle imprese ed il numero della partita IVA.

Quali sanzioni conseguono al mancato rispetto delle norme in materia di televendite e tutela del minore?

E’ prevista la sanzione pecuniaria da a 50 milioni a 300 miliardi di vecchie lire, la sospensione dell’attività di impresa fino a 6 mesi, la sospensione o la decadenza dalla concessione.

A quali condizioni è possibile una vendita sottocosto?

Una vendita sottocosto può essere effettuata nel rispetto delle seguenti condizioni:

a)      specifica comunicazione, anche nel caso di messaggi pubblicitari all’esterno o all’interno del locale, recante l’indicazione chiara ed inequivocabile dei prodotti, del quantitativo disponibile per ciascuna referenza e del periodo temporale della vendita;

b)     inequivocabile identificazione dei prodotti in vendita sottocosto all’interno dell’esercizio commerciale (art. 3, Dpr 218/2001).

Le stesse comunicazioni saranno considerate ingannevoli nel caso di vendita non effettivamente effettuata sottocosto.

Contratti con il consumatore in generale e Clausole Vessatorie

Cosa sono le clausole vessatorie?

Sono quelle clausole che, nei contratti tra professionista (ossia la persona fisa o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale, ovvero un suo intermediario) e consumatore (per la definizione, cfr. sopra) comportano un particolare onere per quest’ultimo (o uno squilibrio delle prestazioni), malgrado anche la buona fede del primo. La valutazione ai fini della vessatorietà viene fatta casisticamente, tenendo conto della natura del bene o del servizio del contratto e facendo riferimento alle circostanze esistenti al momento della sua conclusione.

Quali clausole possono essere considerate vessatorie?

L’art. 33 del codice effettua un’elencazione di una serie di clausole che, sino a prova contraria, considera vessatorie (salvo che siano riproduttive di disposizioni di legge). Esse sono quelle che hanno per oggetto, o per effetto, di:

a) escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di danno o morte del consumatore;

b) escludere o limitare le azioni o i diritti del consumatore nei confronti del professionista in caso di inadempimento da parte di quest’ultimo;

c) escludere o limitare l’opportunità da parte del consumatore di compensare un debito nei confronti del professionista con un credito vantato nei confronti di quest’ultimo;

d) prevedere un impegno definitivo del consumatore mentre l’esecuzione della prestazione del professionista è subordinata ad una condizione dipendente unicamente dalla sua volontà;

e) consentire al professionista di trattenere una somma di denaro versata dal consumatore se quest’ultimo non conclude il contratto o recede da esso, senza prevedere il diritto del consumatore di esigere dal professionista il doppio della somma corrisposta se è quest’ultimo a non concludere il contratto oppure a recedere;

f) imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, d’importo manifestamente eccessivo;

g) riconoscere al solo professionista, e non anche al consumatore, la facoltà di recedere dal contratto, nonché consentire al professionista di trattenere, anche solo in parte, la somma versata dal consumatore a titolo di corrispettivo per prestazioni non ancora adempiute, quando sia il professionista a recedere dal contratto;

h) consentire al professionista di recedere da contratti a tempo indeterminato senza un ragionevole preavviso, tranne nel caso di giusta causa;

i) stabilire un termine eccessivamente anticipato rispetto alla scadenza del contratto per comunicare la disdetta al fine di evitare la tacita rinnovazione del contratto stesso;

l) prevedere l’estensione dell’adesione del consumatore a clausole che non ha avuto la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto;

m) consentire al professionista di modificare unilateralmente le clausole del contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso;

n) stabilire che il prezzo dei beni o dei servizi venga determinato solo al momento della consegna o della prestazione;

o) consentire al professionista di aumentare il prezzo del bene o del servizio senza che il consumatore possa recedere se il prezzo finale è eccessivamente elevato rispetto a quello originariamente convenuto;

p) riservare al professionista il potere di accertare la conformità del bene venduto o del servizio prestato a quello previsto nel contratto o conferirgli il diritto esclusivo d’interpretare una clausola qualsiasi del contratto;

q) limitare la responsabilità del professionista rispetto alle obbligazioni derivanti dai contratti stipulati in suo nome dai mandatari o subordinare l’adempimento delle suddette obbligazioni al rispetto di particolari formalità;

r) limitare o escludere l’opponibilità dell’eccezione d’inadempimento da parte del consumatore;

s) consentire al professionista di sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, anche nel caso di preventivo consenso del consumatore, qualora risulti diminuita la tutela dei diritti di quest’ultimo;

t) sancire a carico del consumatore decadenze, limitazioni della facoltà di opporre eccezioni, deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria, limitazioni all’adduzione di prove, inversioni o modificazioni dell’onere della prova, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi;

u) stabilire come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore;

v) prevedere l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo come subordinati alla mera volontà del professionista a fronte di un’obbligazione immediatamente efficace del consumatore.

Quali sono le conseguenze per tali clausole?

Le clausole vessatorie, che non siano state oggetto di apposita trattativa tra le parti (cioè appositamente richiamate e firmate in calce al contratto), sono nulle, mentre il contratto rimane valido per il resto (art. 36). Sono comunque nulle, anche se oggetto di specifica trattativa, le clausole sub a), b), l).

La nullità opera solo a vantaggio del consumatore.

Se il consumatore ha firmato dei moduli predisposti unilateralmente dal professionista, ha una tutela maggiore?

Si, poiché in tal caso il professionista che voglia dimostrare la non vessatorietà delle clausole, ha l’onere di provare che le stesse, malgrado siano da quest’ultimo unilateralmente predisposte, sono state oggetto di specifica trattativa con il consumatore.

Cosa succede in caso di clausole vessatorie presenti in contratti aventi ad oggetto servizi finanziari?

Se il contratto ha ad oggetto la prestazione di servizi finanziari a tempo indeterminato, il professionista può, in deroga alle lettere h) e m) suvviste:

a) recedere, qualora vi sia un giustificato motivo, senza preavviso, dandone immediata comunicazione al consumatore;

b) modificare, qualora sussista un giustificato motivo, le condizioni del contratto, preavvisando entro un congruo termine il consumatore, che ha diritto di recedere dal contratto.

Se il contratto ha ad oggetto la prestazione di servizi finanziari, il professionista può modificare, senza preavviso, sempreché vi sia un giustificato motivo in deroga alle lettere n) e o), il tasso di interesse o l’importo di qualunque altro onere relativo alla prestazione finanziaria originariamente convenuti, dandone immediata comunicazione al consumatore che ha diritto di recedere dal contratto.

Come si interpretano le clausole di significato dubbio ed incerto?

Prevale l’interpretazione più favorevole al consumatore.

Chi può intervenire a tutela dei consumatori per la violazione delle predette regole?

Le associazioni di tutela dei consumatori, la CCIAA o le organizzazioni rappresentative dei professionisti possono chiedere al giudice di inibire l’uso delle condizioni contrattuali illegittime, ricorrendo giusti motivi di urgenza (c.d. azione inibitoria).

Contratti conclusi fuori dai locali commerciali o per corrispondenza

Cosa sono i contratti negoziati fuori dai locali commerciali?

Si tratta di quei contratti stipulati tra chi svolge un’attività imprenditoriale o professionale (dal codice chiamato ‘professionista’) ed il consumatore, aventi ad oggetto la fornitura di beni o la prestazione di servizi, in qualunque forma conclusi.

Tali contratti devono essere stipulati:

a) durante la visita del professionista al domicilio del consumatore, o sul posto di lavoro o nei locali nei quali il consumatore si trovi, anche temporaneamente, per motivi di lavoro, di studio o di cura;

b) durante un’escursione organizzata dal professionista al di fuori dei propri locali commerciali;

c) in area pubblica o aperta al pubblico, mediante la sottoscrizione di una nota d’ordine, comunque denominata;

d) per corrispondenza, o in base ad un catalogo che il consumatore ha avuto modo di consultare senza la presenza del professionista. (In quest’ultimo caso, qualora risulti più favorevole al consumatore, può essere applicata la disciplina prevista per i contratti a distanza).

Quali sono i contratti esclusi dalla tutela prevista per i contratti negoziati fuori dai locali commerciali?

Il Legislatore esclude esplicitamente:

1) i contratti per la costruzione, la vendita e la locazione di beni immobili ed i contratti aventi ad oggetto altri diritti su beni immobili (ad eccezione dei contratti relativi alla fornitura di merci e alla loro incorporazione in beni immobili, e di quelli relativi alla riparazione di beni immobili);

2) i contratti di fornitura di prodotti alimentari o bevande o altri prodotti di uso domestico corrente consegnati a scadenze frequenti e regolari;

3) i contratti di assicurazione;

4) i contratti relativi a strumenti finanziari;

5) i contratti aventi ad oggetto la fornitura di beni o la prestazione di servizi per i quali il corrispettivo che deve essere pagato dal consumatore non superi l’importo di € 26, comprensivo di oneri fiscali e di eventuali spese accessorie che risultino specificamente indicate nella nota d’ordine o nel catalogo, con l’indicazione della relativa causale. Nel caso in cui più contratti siano stipulati contestualmente tra le stesse parti ed il corrispettivo globale, indipendentemente dall’importo dei singoli contratti, superi l’importo di 26 euro, si applica, comunque, la disciplina dei contratti negoziati fuori dai locali commerciali.

Quali sono le garanzie riconosciute al consumatore che conclude un contratto fuori dai locali commerciali?

Al consumatore viene garantito il cosiddetto ‘diritto di recesso’, che consiste nella facoltà di ‘ripensamento’, ossia il diritto dello stesso di sciogliere le obbligazioni nate i capo alle parti a seguito del contratto o, anche, della semplice proposta contrattuale (cfr. apposita sezione in questa trattazione).

Il professionista è tenuto ad informare il consumatore del proprio diritto di recesso.

In che modo il professionista è tenuto ad informare il consumatore del diritto di recesso?

L’informazione deve essere fornita per iscritto e deve contenere l’indicazione dei termini, delle modalità e delle eventuali condizioni per l’esercizio del diritto di recesso; deve contenere, inoltre, l’indicazione del soggetto nei cui riguardi va esercitato tale diritto e l’indirizzo di questi o, se si tratta di società o altra persona giuridica, la denominazione e la sede della stessa. Il professionista, inoltre, deve segnalare al consumatore il soggetto al quale deve essere restituito il prodotto eventualmente già consegnato, se diverso.

In ogni caso, l’informazione deve contenere tali indicazioni anche quando il contratto preveda che l’esercizio del diritto di recesso non sia soggetto ad alcun termine o modalità.

Sulle modalità di esercizio del diritto di recesso, cfr. apposita sezione in questa stessa trattazione.

Quando il professionista deve informare il consumatore sul diritto di recesso?

Al momento della stipulazione del contratto o all’atto della formulazione della proposta. Il documento informativo deve contenere, in caratteri chiaramente leggibili, oltre agli elementi prescritti, anche l’indicazione del luogo e della data in cui il prodotto viene consegnato al consumatore, nonché gli elementi necessari per identificare il contratto. Di tale documento il professionista può richiedere una copia sottoscritta dal consumatore.

Le informazioni relative al diritto di recesso devono essere contenute anche nelle note d’ordine?

Qualora al consumatore sia sottoposta la sottoscrizione di una nota d’ordine, comunque denominata, l’informazione del diritto di recesso deve essere riportata nella suddetta nota, separatamente dalle altre clausole contrattuali e con caratteri tipografici uguali o superiori a quelli degli altri elementi indicati nel documento. In tal caso, al consumatore deve essere consegnata una copia della nota d’ordine recante l’indicazione del luogo e della data di sottoscrizione.

Nei contratti stipulati per corrispondenza, come deve essere data l’informazione relativa al diritto di recesso?

Per tali contratti, e per quelli conclusi in base ad un catalogo che il consumatore ha avuto modo di consultare senza la presenza del professionista, l’informazione sul diritto di recesso deve essere riportata nel catalogo o in altro documento illustrativo della merce o del servizio, o nella relativa nota d’ordine, con caratteri tipografici uguali o superiori a quelli delle altre informazioni contenute nel documento. Nella nota d’ordine, comunque, può essere riportato il solo riferimento al diritto di esercitare il recesso, con la specificazione del relativo termine e con rinvio alle indicazioni contenute nel catalogo o altro documento illustrativo della merce o del servizio per gli ulteriori elementi previsti nell’informazione.

Nei contratti per corrispondenza, il pagamento può avvenire a mezzo di effetti cambiari?

Si; tuttavia questi non possono avere una scadenza inferiore a 15 giorni dalla stipulazione del contratto ed il professionista non può presentarli allo sconto prima di tale scadenza.

Come si può riconoscere un soggetto incaricato per la vendita a domicilio?

I soggetti di cui un’azienda voglia avvalersi per la vendita al dettaglio o per la raccolta di ordinativi di acquisto fuori dai locali commerciali devono essere muniti di tesserino di riconoscimento numerato e aggiornato annualmente. Tale tesserino, che deve essere esposto in modo visibile durante le operazioni di vendita, deve contenere le generalità e la fotografia dell’incaricato, l’indicazione a stampa della sede e dei prodotti oggetto dell’attività dell’impresa, il nome del responsabile dell’impresa stessa e la firma di quest’ultimo. Il tesserino di riconoscimento è obbligatorio anche per l’imprenditore che effettui personalmente le operazioni di vendita dei prodotti.

Contratti a distanza

Cosa sono i contratti a distanza?

Sono quei contratti aventi per oggetto beni o servizi, stipulati tra un esercente un’attività imprenditoriale o professionale (dal codice chiamato ‘professionista’) ed un consumatore, nell’ambito di un sistema di vendita (o di prestazione di servizi) a distanza, organizzato dal professionista che, per tali contratti, impieghi qualsiasi mezzo che non richieda la presenza fisica e simultanea delle parti (come televisori, telefoni, fax, posta elettronica, radio, cataloghi, stampati, pubblicità a stampa con buoni d’ordine).

Ne sono esclusi i contratti relativi ai servizi finanziari, i contratti conclusi tramite distributori automatici o locali commerciali automatizzati, i contratti conclusi con gli operatori delle telecomunicazioni impiegando telefoni pubblici, i contratti relativi alla costruzione e alla vendita o ad altri diritti relativi a beni immobili (con esclusione della locazione) ed i contratti conclusi in occasione di vendita all’asta.

Quali informazioni devono fornirsi al consumatore prima della conclusione di un contratto a distanza?

Il consumatore deve necessariamente essere edotto, prima della conclusione di un contratto a distanza, dell’identità del professionista e, in caso di contratti che prevedano il pagamento anticipato, dell’indirizzo di questi; deve conoscere, poi, le caratteristiche essenziali ed il prezzo (comprese tutte le tasse e le imposte) del bene o del servizio, le spese di consegna, le modalità del pagamento, della consegna del bene o della  prestazione del servizio e di ogni altra forma di esecuzione del contratto; deve essere informato dell’esistenza del diritto di recesso o di esclusione dello stesso (esclusivamente per i casi esplicitamente previsti dalla legge), delle modalità e dei tempi di restituzione del bene in caso di recesso; deve sapere in quanto consiste il costo dell’utilizzo della tecnica di comunicazione a distanza, quando questo è calcolato diversamente dalla tariffa di base; infine, deve essere a conoscenza della durata della validità dell’offerta e del prezzo e, nel caso di contratti per la fornitura di prodotti o la prestazione di servizi ad esecuzione continuata o periodica, della durata minima del contratto.

In che modo il professionista deve informare il consumatore?

Tutte le informazioni devono essere fornite in modo chiaro e comprensibile, con ogni mezzo adeguato alla tecnica di comunicazione a distanza impiegata. Tuttavia, prima, o al momento di esecuzione del contratto, il consumatore deve ricevere conferma per iscritto di tutte le su dette informazioni.

In caso di comunicazioni telefoniche, l’identità del professionista e lo scopo commerciale della telefonata devono essere dichiarati in modo inequivocabile all’inizio della conversazione con il consumatore; diversamente, il contratto è nullo.

Come avviene l’informazione del consumatore quando viene contattato via e-mail?

Nel caso in cui le comunicazioni commerciali non richieste dal consumatore siano trasmesse dal professionista per posta elettronica, queste devono, in modo chiaro e inequivocabile, essere identificate come tali sin dal momento in cui il destinatario le riceve; il messaggio deve contenere l’indicazione che il destinatario può opporsi al ricevimento in futuro di tali comunicazioni.

Quali ulteriori informazioni devono essere comunicate al consumatore all’esecuzione del contratto?

Prima o al momento dell’esecuzione del contratto, al consumatore devono essere comunicate, per iscritto, le condizioni e le modalità di esercizio del diritto di recesso; l’indirizzo geografico della sede del professionista a cui possono essere presentati eventuali reclami; le informazioni sui servizi di assistenza e sulle garanzie commerciali esistenti; le condizioni di recesso dal contratto in caso di durata indeterminata o superiore ad un anno.

In quali casi il consumatore non ha diritto a ricevere tali informazioni?

In due ipotesi. La prima riguarda i contratti aventi ad oggetto la fornitura di generi alimentari, di bevande o di altri beni per uso domestico di consumo corrente, forniti al domicilio del consumatore, al suo luogo di residenza o di lavoro, da distributori che effettuino giri frequenti e regolari; la seconda ipotesi, invece, concerne i contratti di fornitura di servizi relativi all’alloggio, ai trasporti, alla ristorazione, al tempo libero, quando, all’atto della conclusione del contratto, il professionista si impegni a fornire tali prestazioni ad una data determinata.

Quali ulteriori informazioni è necessario fornire al consumatore in caso di commercio elettronico?

I predetti obblighi informativi dovuti dal professionista vanno integrati con le seguenti indicazioni:
a) le varie fasi tecniche da seguire per la conclusione del contratto;

b) il modo in cui il contratto concluso sarà archiviato e le relative modalità di accesso;

c) i mezzi tecnici messi a disposizione del destinatario per individuare e correggere gli errori di inserimento dei dati, prima di inoltrare l’ordine al prestatore;

d) gli eventuali codici di condotta cui aderisce e come accedervi per via telematica;

e) le lingue a disposizione per concludere il contratto, oltre all’italiano;

f) l’indicazione degli strumenti di composizione delle controversie.

Entro quanto tempo il professionista deve eseguire l’ordinazione?

Entro 30 giorni a decorrere dal giorno successivo a quello in cui il consumatore ha trasmesso l’ordinazione. Tuttavia, le parti possono stabilire un termine differente.

Nel caso in cui il professionista non esegua l’ordinazione a causa dell’indisponibilità, anche temporanea, del bene o del servizio richiesto, egli deve informare il consumatore, per iscritto (o, comunque, su altro supporto duraturo a lui accessibile), entro il suddetto termine di 30 giorni, e provvedere al rimborso delle somme eventualmente già corrisposte per il pagamento della fornitura.

Il professionista può fornire un bene diverso da quello pattuito?

No. Non può farlo neanche qualora si tratti di fornitura di valore e qualità equivalente o addirittura superiore a quella dovuta, a meno che il consumatore non vi abbia acconsentito, prima o al momento della conclusione del contratto.

Cosa accade se il consumatore riceve una fornitura non richiesta?

Egli non è tenuto ad alcuna prestazione corrispettiva.

Può il professionista inviare al consumatore beni o servizi non richiesti?

E’ vietata la fornitura di beni o servizi al consumatore in mancanza di una sua previa ordinazione solo qualora la fornitura comporti una richiesta di pagamento. In ogni caso la mancata risposta non significa consenso.

Per la vendita con l’impiego di tecniche di comunicazione a distanza è necessario il consenso del consumatore?

Se il professionista, per la vendita, utilizzi il telefono, la posta elettronica o, comunque, sistemi automatizzati di chiamata senza l’intervento di un operatore o di fax, deve necessariamente richiedere il consenso preventivo del consumatore. Se, invece, utilizzi tecniche di comunicazione a distanza diverse dalle predette e che consentano una comunicazione individuale, non è tenuto a chiedere il consenso preventivo del consumatore, essendo sufficiente che quest’ultimo non si dichiari esplicitamente contrario.

A quali adempimenti è tenuto chi voglia realizzare una vendita tramite contratto a distanza?

La vendita al dettaglio per corrispondenza o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione deve essere previamente comunicata al Comune nel quale chi voglia realizzare la vendita ha la residenza o, se persona giuridica, la sede legale. L’attività può essere iniziata solo 30 giorni dopo dal ricevimento della comunicazione.

Nei casi di televendite, l’emittente televisiva deve accertare, prima di metterle in onda, che il titolare dell’attività sia in possesso dei requisiti richiesti per l’esercizio della vendita al dettaglio. Durante la trasmissione debbono essere indicati il nome e la denominazione o la ragione sociale e la sede del venditore, il numero di iscrizione al registro delle imprese ed il numero della partita IVA.

Gli organi di vigilanza possono accedere liberamente al locale indicato come sede del venditore.

Chi effettua le vendite tramite televisione per conto terzi deve essere in possesso dell’apposita licenza.

Inoltre, non possono essere inviati prodotti al consumatore, se non a seguito di specifica richiesta, a meno che non si tratti di campioni di prodotti o di omaggi, senza spese o vincoli per il consumatore.

Si può realizzare una vendita all’asta per mezzo di televisione o di altri sistemi di comunicazione a distanza?

No. E’ vietato dalla legge.

Quali sanzioni sono previste per il  professionista che non rispetti gli obblighi previsti per i contratti a distanza?

Il professionista che contravviene ai propri obblighi, o che non fornisce l’informazione al consumatore, o che ostacola l’esercizio del diritto di recesso, o che fornisce informazione incompleta o errata sul diritto di recesso da parte del consumatore, o che non rimborsa al consumatore le somme da questi eventualmente pagate, o che ha presentato all’incasso o allo sconto assegni o cambiali prima che sia trascorso il termine previsto, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria che va da € 516,00 ad € 5.165,00.

Nei casi di particolare gravità, o se il professionista commette la stessa violazione per due volte in un anno, la sanzione è raddoppiata.

Chi provvede all’accertamento delle violazioni commesse dal professionista?

Gli organi di polizia amministrativa, i quali redigono un  rapporto che viene, poi,  presentato alla Camera di Commercio della provincia in cui si trova la residenza o la sede legale del professionista, o, nei casi specifici, al Garante per la protezione dei dati personali.

Se il consumatore paga mediante carta di credito, che garanzie ha?

Se il consumatore dimostra l’eccedenza dei pagamenti rispetto al prezzo pattuito, l’istituto di emissione della carta di pagamento gli riaccredita la somma eccedente, avendo, poi, il diritto di addebitare al professionista tali somme riaccreditate.

Qual è il giudice competente delle controversie per la violazione delle norme che disciplinano tali modalità contrattuali?

La competenza territoriale inderogabile è del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore, se si trova il Italia.

Diritto di recesso nei contratti conclusi fuori dai locali commerciali e nei contratti a distanza

Cosa s’intende per diritto di recesso?

E’ la facoltà del consumatore di restituire al venditore il bene acquistato, e, conseguentemente, ottenere il rimborso relativo al prezzo di acquisto, intendendo come tale l’importo netto corrisposto per il bene (escluse spese aggiuntive quali imballo, manodopera, trasporto, tasse di contrassegno).

Il consumatore può recedere dal contratto senza incorrere in alcuna penalità e senza l’obbligo di motivare la sua decisione.

Entro quanto tempo si può recedere dal contratto?

Per i contratti e per le proposte contrattuali a distanza, o negoziati fuori dai locali commerciali, il consumatore ha diritto di recedere entro il termine di 10 giorni lavorativi.

Tale termine decorre:

per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali, dal giorno in cui viene sottoscritta la nota d’ordine contenente l’informazione sul diritto di recesso. Nel caso in cui non sia predisposta una nota d’ordine, il termine per recedere decorre dalla data di ricezione dell’informazione stessa, se il professionista abbia preventivamente mostrato al consumatore il prodotto oggetto del contratto; il termine inizia a decorrere, invece, dalla data di ricevimento della merce, se successiva, qualora l’acquisto sia stato effettuato senza la presenza del professionista o sia stato mostrato un prodotto di tipo diverso da quello previsto nel contratto;

per i contratti a distanza, dal giorno del ricevimento del bene da parte del consumatore ove siano stati soddisfatti gli obblighi di informazione previsti dal Codice del Consumo, o, comunque, dal giorno in cui questi ultimi siano stati soddisfatti, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto, purché non oltre 3 mesi dalla conclusione dello stesso. Se, invece, il contratto a distanza ha ad oggetto la prestazione di servizi, il termine per recedere inizia a decorrere dal giorno della conclusione del contratto stesso o dal giorno in cui siano stati soddisfatti gli obblighi di informazione, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto purché non oltre 3 mesi dalla conclusione dello stesso.

Se il professionista non ha correttamente informato il consumatore, è previsto un termine più lungo in cui il consumatore può recedere dal contratto?

Si. In tal caso il termine per l’esercizio del diritto di recesso è di 60 giorni per i contratti o le proposte contrattuali negoziati fuori dei locali commerciali, di 90 giorni per i contratti a distanza, e decorre, per i beni, dal giorno del loro ricevimento da parte del consumatore, per i servizi invece dal giorno della conclusione del contratto.

Le parti possono convenire garanzie più ampie nei confronti dei consumatori.

Come si esercita il recesso?

Occorre inviare, entro il termine dei 10 giorni, una comunicazione scritta alla sede del professionista mediante raccomandata a.r. La comunicazione può essere inviata, entro lo stesso termine, anche mediante telegramma, telex, posta elettronica e fax, ma deve, comunque, essere confermata mediante lettera raccomandata a.r. entro le quarantotto ore successive. La raccomandata si intende spedita in tempo utile se consegnata all’ufficio postale entro tali termini o, se diversi, entro quelli previsti dal contratto.

Quando sia espressamente previsto nell’informazione concernente il diritto di recesso, piuttosto che la specifica comunicazione, è sufficiente la sola restituzione della merce ricevuta, nel termine dei 10 giorni.

Quali sono gli effetti del recesso?

Con la ricezione da parte del professionista della comunicazione scritta del consumatore che ha inteso recedere, le parti sono sciolte dalle rispettive obbligazioni derivanti dal contratto o dalla proposta contrattuale.

Cosa accade se le obbligazioni siano state nel frattempo, in tutto o in parte, eseguite?

Qualora sia già avvenuta la consegna del bene, il consumatore che recede è tenuto a restituirlo o a metterlo a disposizione del professionista o della persona da questi designata, secondo le modalità ed i tempi previsti dal contratto. Il termine per la restituzione del bene non può, comunque, essere inferiore a 10 giorni lavorativi decorrenti dalla data del ricevimento del bene. La merce si intende restituita nel momento in cui viene consegnata all’ufficio postale accettante o allo spedizioniere.

E’ possibile esercitare il diritto di recesso se il bene sia stato estratto dalla confezione ed utilizzato?

Si, purché sia stato custodito, ed eventualmente usato, adoperando la normale diligenza. Comunque, la sostanziale integrità del bene da restituire è condizione essenziale per l’esercizio del diritto di recesso; pertanto è sufficiente che il bene sia restituito in normale stato di conservazione.

Quali sono le somme che devono essere restituite al consumatore nel caso in cui questi receda dal contratto?

Il consumatore deve sostenere solo le spese necessarie per la restituzione del bene al mittente, ove espressamente previsto dal contratto. Il professionista è tenuto, perciò, a rimborsare integralmente, e gratuitamente, le somme versate dal consumatore, comprese quelle a titolo di caparra.

E’ nulla qualsiasi clausola che preveda, in caso di recesso, delle limitazioni al rimborso delle somme versate, nei confronti del consumatore.

Come avviene il rimborso delle somme già versate?

Tale rimborso deve avvenire nel minor tempo possibile e, in ogni caso, entro 30 giorni dalla data in cui il professionista è venuto a conoscenza dell’esercizio del diritto di recesso da parte del consumatore.

Le somme si intendono rimborsate nei termini qualora vengano effettivamente restituite, spedite o riaccreditate con valuta non posteriore alla scadenza del termine precedentemente indicato.

Se il pagamento sia stato effettuato per mezzo di effetti cambiari, qualora questi non siano stati ancora presentati all’incasso, dovranno essere restituiti.

Cosa accade se il professionista abbia concesso al consumatore un credito sul prezzo del bene oggetto del contratto da cui il consumatore stesso poi recede?

In tal caso, ed anche nel caso in cui il credito sia stato concesso da un terzo in base ad un accordo tra questi ed il professionista, il contratto di credito si intende risolto di diritto, senza alcuna penalità.

Il professionista è obbligato a comunicare all’eventuale terzo, che abbia concesso il credito, l’avvenuto esercizio del diritto di recesso da parte del consumatore. Le somme eventualmente versate dal terzo a pagamento del bene o del servizio, fino al momento in cui egli ha conoscenza dell’avvenuto recesso, gli vengono rimborsate dal professionista, senza alcuna penalità, fatta salva la corresponsione degli interessi legali maturati.

Ci sono dei contratti per i quali il diritto di recesso non può essere esercitato?

Il diritto di recesso è escluso per due tipi di contratti:

1) quelli di fornitura di generi alimentari, di bevande o di altri beni per uso domestico di consumo corrente forniti al domicilio del consumatore, al suo luogo di residenza o di lavoro, da distributori che effettuano giri frequenti e regolari;

2) quelli di fornitura di servizi relativi all’alloggio, ai trasporti, alla ristorazione, al tempo libero, quando all’atto della conclusione del contratto il professionista si impegna a fornire tali prestazioni ad una data determinata o in un periodo prestabilito.

Ci sono dei casi in cui il recesso può essere esercitato solo se esplicitamente previsto dalle parti?

Si, nei contratti aventi ad oggetto:

1) la fornitura di servizi la cui esecuzione sia iniziata, con l’accordo del consumatore, prima della scadenza del termine di 10 giorni previsti per il recesso;

2) la fornitura di beni o servizi il cui prezzo sia legato a fluttuazioni dei tassi del mercato finanziario che il professionista non è in grado di controllare;

3) la fornitura di beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati o che, per loro natura, non possano essere rispediti o rischino di deteriorarsi o alterarsi rapidamente;

4) la fornitura di prodotti audiovisivi o di software informatici sigillati, aperti dal consumatore;

5) la fornitura di giornali, periodici e riviste;

6) servizi di scommesse e lotterie.

In tutti questi casi il consumatore può recedere dal contratto solo se tale facoltà era stata prevista espressamente dall’accordo tra le parti.

Servizi turistici

Quali servizi turistici sono soggetti alla disciplina del Codice del Consumo?

Le norme del codice si applicano ai pacchetti turistici venduti od offerti in vendita in Italia dall’organizzatore o dal venditore ed ai pacchetti turistici negoziati al di fuori dei locali commerciali e a distanza.

Cosa sono i “pacchetti turistici”?

Sono dei contratti aventi ad oggetto viaggi, vacanze e circuiti tutto compreso, venduti o offerti in vendita, ad un prezzo forfetario, e di durata superiore alle 24 ore ovvero comprendente almeno una notte. Un pacchetto turistico deve necessariamente contenere la combinazione di almeno due dei seguenti elementi:

a) trasporto;

b) alloggio;

c) servizi turistici non accessori al trasporto o all’alloggio che costituiscano parte significativa del pacchetto turistico, quali, ad esempio, l’itinerario, le visite, le escursioni o il termine entro cui il consumatore deve presentare reclamo per l’inadempimento o l’inesatta esecuzione del contratto.

Se gli elementi di uno stesso pacchetto sono fatturati separatamente, si ha ugualmente un pacchetto turistico e l’applicazione del codice.

Chi è l’organizzatore del viaggio?

E’ colui che realizza un pacchetto turistico e si obbliga, in nome proprio e verso un corrispettivo forfetario, a procurarli a terzi.

L’organizzatore del viaggio può servirsi di altri soggetti per vendere pacchetti turistici?

Si. L’organizzatore può vendere pacchetti turistici direttamente o tramite un venditore (‘Agenzia’).

Chi è il consumatore del pacchetto turistico?

Il consumatore del pacchetto turistico è il turista o chiunque altro fruisca dell’intero servizio offerto.

Quale forma e quale contenuto deve avere una vendita di pacchetti turistici?

Deve necessariamente essere redatta in forma scritta ed in termini chiari e precisi. Una copia del contratto stipulato, sottoscritto dall’organizzatore o dal venditore, deve essere rilasciata al consumatore.

Elementi essenziali di tale contratto sono:

1) la destinazione, la durata, la data d’inizio e di conclusione del soggiorno (anche qualora sia previsto un soggiorno frazionato);

2) il nome, l’indirizzo, il numero di telefono e gli estremi dell’autorizzazione all’esercizio dell’organizzatore o del venditore che sottoscrive il contratto;

3) il prezzo del pacchetto turistico, le modalità della sua revisione, i diritti e le tasse sui servizi di atterraggio, sbarco ed imbarco nei porti ed aeroporti e gli altri oneri posti a carico del viaggiatore;

4) l’importo, comunque non superiore al 25% del prezzo, che deve essere versato, a titolo di caparra, al momento della prenotazione, nonché il termine per il pagamento del saldo. Tuttavia, gli effetti della caparra, previsti dall’art. 1385 del Codice Civile (diritto di recedere e trattenere la caparra se la controparte è inadempiente) non si producono qualora il recesso dipenda da fatto sopraggiunto non imputabile oppure dal grave inadempimento della controparte;

5) gli estremi della copertura assicurativa e delle ulteriori polizze convenute con il viaggiatore;

6) i presupposti e modalità di intervento del Fondo di garanzia;

7) i mezzi, le caratteristiche e le tipologie di trasporto, la data, l’ora ed il luogo della partenza e del ritorno, il tipo di posto assegnato;

8) nel caso in cui il pacchetto turistico includa la sistemazione in albergo, l’ubicazione, la categoria turistica, il livello, l’eventuale idoneità all’accoglienza di persone disabili, nonché le principali caratteristiche, la conformità alla regolamentazione dello Stato membro ospitante, ed i pasti forniti;

9) l’itinerario, le visite, le escursioni o altri servizi inclusi nel pacchetto turistico, compresa la presenza di accompagnatori e guide turistiche;

10) il termine entro cui il consumatore deve essere informato dell’annullamento del viaggio per la mancata adesione del numero minimo dei partecipanti eventualmente previsto;

11) gli accordi specifici sulle modalità del viaggio espressamente convenuti tra l’organizzatore o il venditore e il consumatore al momento della prenotazione;

12)  eventuali spese poste a carico del consumatore per la cessione del contratto ad un terzo;

13) il termine entro cui il consumatore può presentare reclamo per l’inadempimento o l’inesatta esecuzione del contratto;

14) il  termine entro cui il consumatore deve comunicare la propria scelta in relazione alle modifiche delle condizioni contrattuali.

Fino a che cifra può chiedere l’organizzatore quale anticipo?

Fino ad un massimo del 25% sulla somma convenuta

Può l’organizzatore o il venditore disdire un viaggio già prenotato per la mancata adesione di un numero minimo di partecipanti?

Si, ma la disdetta deve intervenire necessariamente entro il termine massimo previsto in contratto e comunque non meno di venti giorni prima della partenza. In difetto di previsione contrattuale oppure scaduto detto termine, ciò non è più possibile ed al consumatore è dovuto il risarcimento.

Quali informazioni devono essere fornite al consumatore prima che venga stipulato il contratto?

Prima della conclusione del contratto, il venditore o l’organizzatore devono fornire necessariamente per iscritto le informazioni di carattere generale concernenti le condizioni applicabili ai cittadini dello Stato membro dell’Unione europea in materia di passaporto e visto, con l’indicazione dei termini per il rilascio di tali documenti, e le informazioni sugli obblighi sanitari e le relative formalità essenziali per l’effettuazione del viaggio e del soggiorno. Nel caso di viaggi “last minute”, ossia quando il contratto è stipulato nell’imminenza della partenza, tali indicazioni devono essere fornite contestualmente alla stipula del contratto.

Quali informazioni devono essere fornite al consumatore dopo la sottoscrizione del contratto?

Prima dell’inizio del viaggio, l’organizzatore ed il venditore devono comunicare al consumatore, sempre per iscritto, le informazioni su:

1) gli orari, le località di sosta intermedia e le coincidenze;

2) le generalità ed il recapito telefonico di eventuali rappresentanti locali dell’organizzatore o del venditore, o di uffici locali che il viaggiatore può contattare in caso di difficoltà;

3) il recapito telefonico dell’organizzatore o del venditore utilizzabile in caso di difficoltà, in assenza di rappresentanti locali;

4) per i viaggi ed i soggiorni di minorenne all’estero, i recapiti telefonici per stabilire un contatto diretto con questi o con il responsabile locale del suo soggiorno;

5) la possibilità di sottoscrivere, facoltativamente, un contratto di assicurazione a copertura delle spese sostenute dal consumatore per l’annullamento del contratto o per il rimpatrio in caso di incidente o malattia.

La legge impone il divieto di fornire informazioni ingannevoli sulle modalità del servizio offerto, sul prezzo e sugli altri elementi del contratto, qualunque sia il mezzo mediante il quale tali informazioni vengono comunicate al consumatore.

L’organizzatore o venditore del pacchetto è tenuto a fornire al consumatore uno specifico opuscolo informativo?

Non è previsto alcun obbligo in tal senso; tuttavia, ove l’opuscolo sia messo a disposizione del consumatore, le informazioni in esso contenute vincolano l’organizzatore ed il venditore in relazione alle rispettive responsabilità, a meno che le modifiche delle condizioni indicate non siano comunicate per iscritto al consumatore prima della stipulazione del contratto, o vengano concordate dai contraenti, mediante uno specifico accordo scritto, successivamente alla stipulazione.

Cosa deve contenere l’opuscolo informativo?

Se messo a disposizione del turista, l’opuscolo deve indicare in modo chiaro e preciso:

a) la destinazione, il mezzo, il tipo e la categoria del trasporto utilizzato;

b) la sistemazione in albergo o altro tipo di alloggio, l’ubicazione, la categoria o il livello e le caratteristiche principali, la sua approvazione e classificazione dello Stato ospitante;

c) i pasti forniti;

d) l’itinerario;

e) le informazioni di carattere generale applicabili al cittadino di uno Stato membro dell’Unione europea in materia di passaporto e visto con indicazione dei termini per il rilascio, nonché gli obblighi sanitari e le relative formalità da assolvere per l’effettuazione del viaggio e del soggiorno;

f) l’importo o la percentuale di prezzo da versare come acconto e le scadenze per il versamento del saldo;

g) l’indicazione del numero minimo di partecipanti eventualmente necessario per l’effettuazione del viaggio tutto compreso e del termine entro il quale il consumatore deve essere informato dell’annullamento del pacchetto turistico;

h) i termini, le modalità ed il soggetto nei cui riguardi si esercita il diritto di recesso, nel caso di contratto negoziato fuori dei locali commerciali o a distanza.

Il contratto avente ad oggetto un pacchetto turistico può essere ceduto?

Il consumatore può sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti dal contratto, soltanto se tale soggetto soddisfi tutte le condizioni per la fruizione del servizio. L’impossibilità di usufruire del pacchetto turistico e le generalità del cessionario devono essere comunicate per iscritto all’organizzatore o al venditore, entro e non oltre quattro giorni lavorativi prima della partenza.

In caso di cessione del pacchetto, chi deve pagare il prezzo al venditore?

Il cedente ed il cessionario sono obbligati solidalmente, nei confronti dell’organizzatore o del venditore, al pagamento sia del prezzo, sia delle spese ulteriori eventualmente derivanti dalla cessione.

E’ ammessa una revisione del prezzo forfetario del pacchetto turistico prima convenuto dalle parti?

Si, purché sia stata espressamente prevista nel contratto (definendo anche le modalità di calcolo) e sempre se giustificata da una variazione del costo del trasporto, del carburante, dei diritti e delle tasse (quali quelle di atterraggio, di sbarco o imbarco nei porti o negli aeroporti), o del tasso di cambio applicato. I costi devono, comunque, essere adeguatamente documentati dal venditore.

Tuttavia, la revisione al rialzo non può, in ogni caso, essere superiore al 10% del prezzo nel suo originario ammontare. Se l’aumento del prezzo supera tale percentuale l’acquirente può recedere dal contratto, previo rimborso delle somme già versate alla controparte.

In ogni caso, non vi può essere alcun aumento di prezzo nei 20 giorni che precedono la partenza.

L’organizzatore, o il venditore, può modificare le condizioni contrattuali prima della partenza?

Si, solo qualora ve ne sia necessità, dandone immediato avviso, in forma scritta, al consumatore,  al quale deve indicare il tipo di modifica e la variazione del prezzo che ne consegue.

In tal caso, il consumatore è libero di non accettare la proposta di modifica comunicando la propria scelta all’organizzatore o al venditore, entro 2 giorni lavorativi dal momento in cui ha ricevuto l’avviso.

Quando il consumatore recede, senza pagamento di penali, in seguito alla modifica delle condizioni contrattuali, o quando il pacchetto turistico viene cancellato prima della partenza per qualsiasi motivo (salvo per colpa del consumatore), questi ha diritto di usufruire di un altro pacchetto turistico di qualità equivalente o superiore, senza supplemento di prezzo, oppure di un pacchetto turistico qualitativamente inferiore, previa restituzione della differenza del prezzo, o, in alternativa, di essere rimborsato, entro 7 giorni lavorativi dal momento del recesso o della cancellazione, della somma di danaro già corrisposta.

In tali ipotesi, il consumatore ha diritto ad essere risarcito di ogni ulteriore danno dipendente dalla mancata esecuzione del contratto, tranne nel caso in cui la cancellazione del pacchetto turistico dipenda dal mancato raggiungimento del numero minimo di partecipanti eventualmente richiesto ed il consumatore sia stato informato in forma scritta almeno 20 giorni prima della data prevista per la partenza, oppure da causa di forza maggiore, escluso, in ogni caso, l’eccesso di prenotazioni.

Possono essere modificate le condizioni contrattuali in seguito alla partenza?

Dopo la partenza, se una parte essenziale dei servizi previsti dal contratto non può essere effettuata, l’organizzatore è tenuto a predisporre adeguate soluzioni alternative per la prosecuzione del viaggio programmato. Tali alternative non devono comportare alcun onere a carico del consumatore, essendo dovuto a quest’ultimo, in caso contrario, il rimborso della differenza tra le prestazioni originariamente previste e quelle effettuate, oltre all’eventuale risarcimento del danno. Qualora non sia possibile alcuna soluzione alternativa o il consumatore non l’accetti per un giustificato motivo, l’organizzatore è tenuto a mettere a disposizione di questi un mezzo di trasporto equivalente per il ritorno al luogo di partenza o ad altro luogo convenuto, ed a restituire la differenza tra il costo delle prestazioni previste e quello delle prestazioni effettuate fino al momento del rientro anticipato.

E’ previsto un risarcimento del danno subito dal consumatore in caso di mancato o inesatto adempimento?

In caso di mancato o inesatto adempimento delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore e il venditore sono tenuti al risarcimento del danno nei confronti del consumatore, ciascuno secondo le rispettive responsabilità, se non provano che il mancato o inesatto adempimento sia stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a loro non imputabile.

Organizzatore e venditore sono esonerati da tale responsabilità quando la mancata o inesatta esecuzione del contratto sia imputabile al consumatore o sia dipesa dal fatto, imprevedibile o inevitabile, di un terzo, o da un caso fortuito o di forza maggiore. In queste ipotesi l’organizzatore o il venditore sono tenuti, in ogni modo, ad apprestare con sollecitudine il necessario soccorso del consumatore, al fine di consentirgli la prosecuzione del viaggio.

Se il danno è stato determinato per il fatto di prestatori di servizi di cui l’organizzatore, o il venditore si sia avvalso, chi è tenuto a risarcire il consumatore?

Anche in tale caso, l’organizzatore o il venditore sono comunque tenuti al risarcimento del danno sofferto dal consumatore, salvo il diritto di rivalersi nei confronti dei terzi di cui si siano avvalsi.

In quali ipotesi l’organizzatore ed il venditore sono esonerati dalla responsabilità per i danni alla persona e per i danni diversi da quelli alla persona?

Questi soggetti non sono responsabili quando la mancata o inesatta esecuzione del contratto è imputabile al consumatore o è dipesa dal fatto di un terzo (soltanto, però, qualora si tratti di un fatto imprevedibile e inevitabile) o dal caso fortuito o di forza maggiore (si pensi a nubifragi, terremoti, tsunami, epidemie, atti terroristici, guerre, ed altri gravi eventi successivi alla stipulazione del contratto).

A chi spetta l’onere della prova?

Il consumatore deve solo dimostrare il mancato o l’inesatto adempimento delle prestazioni concordate, oltre, naturalmente, alla sussistenza del danno subito. Sarà, invece, il tour operator, per non incombere in responsabilità, a dover fornire la prova dell’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

E’ risarcibile il danno derivante alla persona dall’inadempimento o dalla inesatta esecuzione delle prestazioni oggetto del pacchetto turistico?

Si, il danno alla persona è risarcibile nei limiti stabiliti dalla convenzione di Varsavia del 12 ottobre 1929 sul trasporto aereo internazionale, dalla convenzione di Berna del 25 febbraio 1961 sul trasporto ferroviario e dalla convenzione di Bruxelles del 23 aprile 1970, per ogni altra ipotesi di responsabilità dell’organizzatore e del venditore, così come recepite nell’ordinamento o nei limiti stabiliti dalle ulteriori convenzioni, rese esecutive nell’ordinamento italiano, alle quali aderiscono i Paesi dell’Unione europea o la stessa Unione europea.

Le parti non possono stabilire limiti di risarcimento inferiori da quelli previsti dalle suddette convenzioni, essendo nullo ogni accordo in contrario.

Fino a quando può essere chiesto il risarcimento del danno?

Il diritto al risarcimento del danno si prescrive in 3 anni dalla data del rientro del viaggiatore nel luogo di partenza, salvo il termine di 18 o 12 mesi (a seconda che il rapporto abbia inizio o termine fuori dall’Europa o meno) per quanto attiene all’inadempimento di prestazioni di trasporto comprese nel pacchetto turistico.

E’ previsto un risarcimento anche per danni diversi da quelli alla persona?

Si. In tal casso le parti contraenti possono anche convenire, mediante specifica approvazione per iscritto (ossia con la “doppia firma” prevista per le clausole vessatorie), alcune limitazioni al risarcimento del danno diverso dal danno alla persona, derivante dall’inadempimento o dall’inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico. Tuttavia, la limitazione convenzionale non può, comunque, essere inferiore a quanto previsto dalla Convenzione di Bruxelles relativa al contratto di viaggio (2.000 franchi per danno alle cose e 5.000 franchi per qualsiasi altro danno)

Il diritto al risarcimento dei danni diversi da quelli alla persona si prescrive in un anno dal rientro del viaggiatore nel luogo della partenza.

Il turista ha diritto al risarcimento del “danno da vacanza rovinata”?

Si. Sulla risarcibilità del mancato godimento della vacanza si è pronunciata recentemente la Corte di Giustizia della Comunità Europea, affermando che il consumatore ha diritto al risarcimento del danno morale derivante dall’inadempimento o dalla cattiva esecuzione delle prestazioni fornite dal tour operator (sent. 12.03.2002). In tal senso si sono espressi anche i giudici nazionali, i quali hanno riconosciuto un danno “esistenziale” nel caso di vacanza andata in fumo a causa di un inadempimento del tour operator. In tali casi, nonostante il rimborso del danno economico subito, resta il fatto che le ferie rimangono non godute ed il turista è stato costretto a sopportare situazioni di disagio e di stress; tale sofferenza e turbamento psicologico che ne deriva da diritto al al risarcimento da “vacanza rovinata”.

Entro quanto tempo il consumatore deve contestare un eventuale inadempimento dell’organizzatore?

Non appena vengano riscontrate mancanze nell’esecuzione del pacchetto turistico, il consumatore dovrà contestare immediatamente ogni inadempienza affinché l’organizzatore, il suo rappresentante locale o l’accompagnatore vi pongano tempestivamente rimedio.

Il consumatore può anche sporgere reclamo formale mediante l’invio di una raccomandata, con avviso di ricevimento, all’organizzatore o al venditore, entro e non oltre 10 giorni lavorativi dalla data del rientro nel luogo di partenza.

Esiste un’assicurazione obbligatoria a tutela del consumatore?

Si. L’organizzatore ed il venditore devono essere coperti dall’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile per i danni (alla persona e/o diversi da quelli alla persona) subìti dal consumatore. Essi hanno inoltre facoltà di stipulare polizze assicurative di assistenza al turista.

Tuttavia, il danneggiato che vorrà agire in giudizio dovrà proporre l’azione esclusivamente nei confronti del tour operator responsabile e non anche nei confronti della compagnia assicuratrice, la quale sarà, eventualmente, chiamata in giudizio dallo stesso tour operator.

Gli estremi della copertura assicurativa obbligatoria e delle ulteriori polizze assicurative convenute con il viaggiatore sono fra gli elementi del contratto di vendita di pacchetti turistici.

Chi rimborsa il viaggiatore in caso di insolvenza dell’organizzatore o del venditore del pacchetto turistico?

Il Fondo di Garanzia.

Cos’è il Fondo di Garanzia?

Si tratta di un fondo nazionale istituito presso il Ministero delle Attività Produttive, per consentire, in caso di insolvenza o di fallimento del venditore o dell’organizzatore, il rimborso del prezzo versato ed il rimpatrio del consumatore nel caso di viaggi all’estero, nonché per fornire una immediata disponibilità economica in caso di rientro forzato di turisti da Paesi extracomunitari in occasione di emergenze, imputabili o meno al comportamento dell’organizzatore. Il Fondo potrà avvalersi del diritto di rivalsa nei confronti del soggetto inadempiente.

I presupposti e le modalità d’intervento del Fondo di Garanzia devono essere indicati nel contratto di vendita del pacchetto turistico.

La Multiproprietà

Il Codice del Consumo (artt. 69-81) ha recepito, sostanzialmente senza innovarla, la normativa già esistente in materia di multiproprietà, originariamente introdotta in Italia con il D. Lgs. 427/98, attuativo della Direttiva n. 94/47/CE.

L’unica – marginale – modifica apportata alla norma originaria riguarda il termine per il recesso, che passa da dieci giorni a dieci giorni lavorativi. Per il resto, la disciplina preesistente è rimasta immutata.

La novella ha lasciato irrisolta la questione della qualificazione giuridica della multiproprietà, questione che mal si presta ad essere chiarita secondo i tipi legali del nostro ordinamento,  inidonei a consentire un agevole inquadramento del fenomeno in esame. Pertanto, le tesi di quella dottrina che vede nella multiproprietà un’ipotesi di concorso di autonomi diritti di proprietà sullo stesso bene continua a convivere con le posizioni di quegli autori che escludono che il fenomeno possa essere riportato alla nozione di proprietà, in considerazione dei limiti e vincoli che il diritto del multiproprietario incontra. Analogamente, anche la riconduzione della multiproprietà  nello schema tipico della comunione (all’interno della quale ogni partecipante sarebbe comproprietario pro-quota, con diritto di godimento turnario) è stata contestata da altra dottrina che ha posto in rilevo le profonde ed insanabili difformità tra i due fenomeni.

Invero, l’intervento sull’inquadramento giuridico del contratto era stato volutamente pretermesso già in occasione dell’emanazione della direttiva comunitaria del ’97, in considerazione – in quella circostanza – delle profonde differenze esistenti nei singoli ordinamenti dei paesi membri (ad esempio, il multiproprietario, in Francia è considerato come socio di una società civile, in Grecia come un conduttore, in Portogallo come un proprietario, nel Regno Unito come membro di un club).

A sua volta, l’art. 69 del Codice del Consumo considera la multiproprietà come “un diritto reale, ovvero un altro diritto avente ad oggetto il godimento di uno o più beni immobili, per un periodo determinato dell’anno non inferiore ad una settimana”, definizione che non consente di superare le contraddizioni testé riferite e che, sul piano applicativo, lascia permanere qualche punto debole di cui alcuni operatori avevano già approfittato per sfuggire all’applicazione della normativa. Tra le smagliature della disciplina, emerge la permanenza di una definizione di contratto legata ad elementi di carattere temporale, che permette di eluderne l’applicazione, sol che si conferiscano al rapporto connotazioni temporali differenti.

Sotto altro profilo, mentre è stata evidenziata la limitata efficacia deterrente del regime sanzionatorio, che prevede modeste sanzioni economiche, ovvero la temporanea sospensione dall’attività (art. 81), si è posto in rilievo l’intervento del legislatore sugli obblighi di informazione e trasparenza posti a carico del venditore (artt. 70-72) e sulle procedure e modalità di risoluzione e di recesso (artt. 73, 77, 78).

Cosa si intende per acquisizione di un diritto di godimento ripartito di beni immobili?

Con tale definizione, apparentemente complessa, il legislatore descrive il fenomeno meglio noto come multiproprietà, definito dall’art. 69 del Codice del consumo come “uno o più contratti della durata di almeno tre anni con i quali, verso pagamento di un prezzo globale, si costituisce, si trasferisce o si promette di costituire o trasferire, direttamente o indirettamente, un diritto reale ovvero un altro diritto avente ad oggetto il godimento di uno o più beni immobili, per un periodo determinato o determinabile dell’anno non inferiore ad una settimana”.

Quali informazioni ha diritto di ricevere l’acquirente di un immobile in multiproprietà?

Il venditore, vale a dire il soggetto che trasferisce o promette di costituire o di trasferire il diritto oggetto del contratto, ha l’obbligo di consegnare all’acquirente un documento informativo in cui siano indicati il diritto oggetto del contratto; gli estremi identificativi del venditore; i dati idonei ad individuare l’immobile e a verificare la conformità del medesimo agli strumenti urbanistici; lo stato di avanzamento dei lavori; le garanzie in caso di mancato completamento dell’immobile; i servizi e le strutture comuni ai quali l’acquirente ha o avrà accesso; le norme disciplinanti manutenzione, riparazione e amministrazione dell’immobile; il prezzo globale; le informazioni relative al diritto di recesso dal contratto; le modalità per ottenere ulteriori informazioni.

La pubblicità commerciale realizzata dal venditore deve riferire del diritto di ottenere il documento informativo, indicando il luogo dove viene consegnato.

È valido l’accordo verbale per l’acquisto di un immobile in multiproprietà?

No. Il primo requisito del contratto, ai sensi dell’art. 71 del Codice, è la forma scritta. Il mancato rispetto della prescrizione comporta la nullità del contratto.

L’acquirente di un immobile in multiproprietà può recedere dal contratto?

L’art. 73 del Codice, che disciplina il diritto di recesso, prevede diverse ipotesi:

a)      entro dieci giorni lavorativi dalla conclusione del contratto, l’acquirente può, comunque, recedere dal contratto, senza obbligo di specificarne il motivo e senza dover sopportare il pagamento di penali (fatta eccezione per le spese sostenute e documentate per la conclusione del contratto, espressamente menzionate nello stesso);

b)     entro tre mesi dalla conclusione, senza penalità o rimborsi, può recedere se il contratto non contiene alcuni degli elementi sostanziali previsti dagli artt. 70 e 71, vale a dire il diritto oggetto del contratto; gli estremi identificativi del venditore; i dati idonei ad individuare l’immobile e a verificare la conformità del medesimo agli strumenti urbanistici; il prezzo globale; le informazioni relative al diritto di recesso dal contratto; la durata del contratto e il termine a partire dal quale il consumatore può esercitare il suo diritto di godimento; la possibilità o meno di partecipare ad un sistema di scambio ovvero di vendita del diritto oggetto del contratto, nonché i costi eventuali qualora il sistema di scambio ovvero di vendita sia organizzato dal venditore o da un terzo da questi designato nel contratto; la data e il luogo di sottoscrizione del contratto;

c)     se gli elementi del contratto di cui al punto b) sono comunicati entro tre mesi dalla conclusione del contratto, può recedere nei dieci giorni lavorativi successivi alla ricezione della predetta comunicazione;

d)     se l’acquirente non esercita il diritto di recesso entro i tre mesi dalla conclusione e gli elementi di cui sopra non sono comunicati entro lo stesso termine, l’acquirente può esercitare il diritto di recesso entro i dieci giorni lavorativi successivi alla scadenza dei tre mesi dalla conclusione del contratto.

Il diritto di recesso si esercita dandone comunicazione alla persona indicata nel contratto e, in mancanza, al venditore. La comunicazione deve essere sottoscritta dall’acquirente e deve essere inviata entro il termine previsto mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento, ovvero  mediante telegramma, telex e fax, a condizione che sia confermata con lettera raccomandata con avviso di ricevimento entro le quarantotto ore successive.

Se recede, ai sensi dell’art. 73, l’acquirente che ha ottenuto la concessione di un credito per acquistare un immobile in multiproprietà, quali conseguenze si riflettono sul contratto di finanziamento?

Secondo l’art. 77 del Codice, in caso di recesso esercitato a sensi dell’art. 73, il contratto di concessione di credito erogato dal venditore o da un terzo in base ad un accordo tra questi ed il venditore, sottoscritto dall’acquirente per il pagamento del prezzo o di una parte di esso, si risolve di diritto, senza il pagamento di alcuna penale.

Il venditore può pretendere un anticipo sul prezzo o una caparra?

L’art. 74 fa espresso divieto al venditore di esigere o comunque ricevere dall’acquirente il versamento di somme di danaro a titolo di anticipo, di acconto o di caparra, fino alla scadenza di tutti i termini concessi per l’esercizio del diritto di recesso dall’articolo 73.

Il venditore è tenuto a fornire garanzie della corretta esecuzione del contratto?

Se il venditore non ha la forma giuridica di società di capitali ovvero ha un capitale sociale inferiore a 5.164.569 euro e non ha alcuna sede nel territorio dello Stato è obbligato a stipulare idonea  fideiussione bancaria o assicurativa a garanzia della corretta esecuzione del contratto.

In ogni caso il venditore è tento a prestare fideiussione a garanzia del completamento dei lavori, se il contratto viene stipulato in corso di costruzione.

In caso di controversia con il venditore, qual è il foro competente?

La competenza territoriale inderogabile è del giudice del luogo di residenza o di domicilio dell’acquirente, se ubicati nel territorio dello Stato.
Erogazione di Servizi Pubblici

Perché il nuovo codice del consumo si occupa di servizi pubblici?
Perché, secondo quanto stabilito dal Codice, anche i servizi pubblici sono dei veri e propri “prodotti” (Art. 3, comma 1, lett.e) e pertanto, così come per i prodotti, ai consumatori ed agli utenti deve essere garantito il diritto “all’erogazione di servizi pubblici secondo standard di qualità e di efficienza”. (art. 2, comma 2, lett. g)
Cosa sono i servizi pubblici?
Per servizi pubblici si intende la fornitura di beni e servizi essenziali (acqua, depurazione, raccolta e trattamento dei rifiuti, elettricità, trasporti, gas, servizi sanitari, educativi, di prossimità – assistenza alla persona, asili nido – sicurezza, telefonia, poste) essenziali per la vita quotidiana e per l’esercizio dei diritti fondamentali della persona.
In che modo devonoo essere garantite la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici?
Attraverso la predisposizione, da parte di ogni ente erogatore di servizi pubblici (sia ente pubblico che gestore privato), della Carta dei Servizi, ovvero di un documento che informi e guidi il cittadino, allo scopo di fargli conoscere meglio le prestazioni che si possono ottenere dal servizio utilizzato. Obiettivo della Carta dei Servizi è informare il cittadino sui livelli di qualità dei servizi ai quali ha diritto: per esempio, sapere quanto tempo deve aspettare per il rilascio di una pratica oppure quale tipo di accoglienza deve poter ricevere negli uffici pubblici.

Come è fatta una Carta dei Servizi e quali informazioni deve contenere?
Ogni Carta dei Servizi dovrebbe contenere oltre ad alcuni dati generali (data di adozione, validità, aggiornamenti, reperibilità), la definizione degli standard qualitativi del servizio prestato, le informazioni per la gestione dei reclami (modalità di inoltro, tempi di risposta, tempi di risoluzione, conciliazione) ed, infine, le modalità di partecipazione dei cittadini alla definizione della carta dei servizi, alla determinazione e monitoraggio degli standard ed all’analisi dei reclami.

A quali principi devono ispirarsi le Carte dei Servizi pubblici?
I contenuti della Carta dei Servizi devono obbligatoriamente ispirarsi ai principi di uguaglianza (nessuna discriminazione può essere compiuta nell’erogazione di servizi e prestazioni per ragioni di sesso, razza, etnia, lingua, opinioni religiose, convinzioni politiche, condizioni psicofisiche e socioeconomiche); imparzialità (ovvero il servizio deve essere offerto secondo criteri di obiettività, imparzialità e giustizia); diritto di scelta (il prestatore del pubblico servizio deve garantire il diritto di scelta tra i soggetti che erogano il servizio); partecipazione (garantendo la partecipazione dei cittadini e di tutti gli enti alla prestazione dei servizi, ponendo la massima trasparenza e semplicità nel linguaggio, valutando i suggerimenti e le indicazioni proposte); efficienza ed efficacia (il prestatore del pubblico servizio deve avere sempre come obiettivo di raggiungere il più elevato livello di soddisfazione del cittadino fruitore dei servizi). (cfr. Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 21/01/1994).
Come può il cittadino far valere lo standard di qualità dei servizi pubblici che è indicato nella carta dei servizi?
Le carte dei servizi non devono rappresentare solo “documenti di presentazione dell’ente erogatore e di comunicazione circa le caratteristiche del suo modo di operare e di organizzarsi” (in una parola, strumenti di marketing), ma devono concretizzarsi in atti con cui l’ente assume impegni specifici nei confronti degli utenti. Tali impegni sono resi effettivi dalla previsione di sanzioni pecuniarie a carico dell’ente erogatore per la mancata, ritardata o inesatta prestazione del servizio.

Sicurezza dei prodotti
A quali tipi di prodotti il Codice del Consumo si riferisce nel disciplinare le norme sulla sicurezza?
Si riferisce in termini generali a tutti i prodotti immessi sul mercato con esclusione di quei prodotti per i quali esistano discipline di sicurezza specifiche. Ad esempio non si riferisce ai prodotti alimentari di cui al Regolamento (CE) n. 178/2002.
Quando un prodotto può definirsi sicuro?
L’art. 103 del nuovo codice del consumo stabilisce che un prodotto si può considerare sicuro quando non presenti alcun rischio, oppure presenti unicamente rischi minimi, compatibili con l’impiego del prodotto e considerati accettabili in rapporto ad un livello elevato di tutela della salute e della sicurezza delle persone.
Nel nostro ordinamento si considera presuntivamente sicuro ogni prodotto immesso sul mercato “quando è conforme alla legislazione vigente nello Stato membro in cui il prodotto stesso è commercializzato e con riferimento ai requisiti cui deve rispondere sul piano sanitario e della sicurezza” (Art. 105).

Viene considerato “produttore” soltanto chi di fatto realizza il prodotto?
No; infatti, secondo quanto stabilito dal nuovo codice del consumo (art. 103), che ricalca sostanzialmente il D.Lg.vo n. 115/1995, viene considerato produttore non solo chi di fatto realizza il prodotto, ma anche qualsiasi altra persona della catena di commercializzazione, quando l’attività svolta può incidere sulle caratteristiche di sicurezza del prodotto.
Questo significa, ad esempio, che viene considerato “produttore” anche il soggetto che completa il confezionamento del prodotto, apponendovi l’etichettatura (Cass. pen., sez. III, 30/05/1996, n.2454)
In che termini il Codice definisce la figura del “distributore”?
La figura del distributore viene individuata dal Codice per esclusione: è considerato distributore qualsiasi operatore professionale della catena di commercializzazione, la cui attività non incide sulle caratteristiche di sicurezza dei prodotti (art. 103).

Quali obblighi gravano in capo al produttore?
L’obbligo principale che grava sul produttore è quello di fornire al consumatore tutte le informazioni utili alla valutazione ed alla prevenzione dei rischi derivanti dall’uso normale o ragionevolmente prevedibile del prodotto, se tali rischi non sono immediatamente percettibili senza adeguate avvertenze.
L’assenza o carenza di istruzioni relative all’utilizzo di un prodotto costituisce un’ipotesi di mancato rispetto delle condizioni di sicurezza, ne consegue la responsabilità del produttore per difetto di informazione. (Trib. Vercelli, 07/04/2003). Per tale motivo è obbligatoria l’indicazione sul prodotto dell’identità e degli estremi del produttore, il riferimento al tipo di prodotto o, eventualmente, alla partita di prodotti di cui fa parte.
Il produttore ha inoltre l’obbligo di eseguire periodicamente dei controlli a campione sui prodotti immessi sul mercato.
Anche il distributore è responsabile della sicurezza del prodotto?
Si; infatti il distributore non è considerato dalla legge un mero soggetto passivo della catena di commercializzazione: allo stesso è richiesto di agire con la massima diligenza per contribuire a garantire l’immissione sul mercato di prodotti sicuri. In particolare egli è tenuto a: 1) non fornire prodotti di cui conosce o avrebbe dovuto conoscere la pericolosità in base alle informazioni in suo possesso e nella sua qualità di operatore professionale; 2) partecipare al controllo di sicurezza del prodotto immesso sul mercato, trasmettendo le informazioni concernenti i rischi del prodotto al produttore e alle autorità competenti; 3) collaborare con le autorità competenti, conservando e  fornendo la documentazione idonea a rintracciare l’origine dei prodotti (art. 104).
In che modo lo Stato vigila sulla sicurezza dei prodotti immessi sul mercato?
Le amministrazioni direttamente interessate alla sicurezza dei prodotti (ossia i Ministeri delle attività produttive, della salute, del lavoro e delle politiche sociali, dell’interno, dell’economia e delle finanze, delle infrastrutture e trasporti), singolarmente o tramite apposita conferenza di servizi, controllano che i prodotti immessi sul mercato siano sicuri. A tale scopo possono disporre, anche dopo che un prodotto è stato immesso sul mercato come prodotto sicuro, adeguate verifiche delle sue caratteristiche di sicurezza, anche procedendo ad ispezioni presso gli stabilimenti di produzione e di confezionamento, prelevando campioni di prodotti per sottoporli a prove ed analisi volte ad accertare la sicurezza e redigendone apposito processo verbale.

Quali provvedimenti possono essere adottati dalle amministrazioni competenti, qualora si riscontri la mancanza di sicurezza di un prodotto?
Per   qualsiasi   prodotto  che  possa  presentare  rischi, le autorità deputate al controllo di sicurezza possono: 1) richiedere l’apposizione sul prodotto di adeguate avvertenze sui rischi che può presentare; 2) sotttoporne l’immissione sul mercato a condizioni preventive in modo da renderlo sicuro; 3) vietare, per il tempo necessario allo svolgimento dei controlli del prodotto, di fornirlo, di proporne la fornitura o di esporlo; 4) disporre l’adeguamento del prodotto agli obblighi di sicurezza entro un termine perentorio; 5) vietarne  l’immissione  sul  mercato.
Le medesime autorità possono, inoltre, per qualsiasi prodotto pericoloso già immesso sul mercato rispetto al quale l’azione intrapresa dai produttori e dai distributori sia insoddisfacente o insufficiente: 1) ordinare o organizzare il suo ritiro effettivo e immediato; 2) ordinare o coordinare il suo richiamo anche dai consumatori e la sua distruzione in condizioni opportune (art. 107).

In che modo vengono adottati tali provvedimenti?
I provvedimenti che limitano l’immissione sul mercato di un prodotto o ne dispongono il ritiro o il richiamo, sono adottati con la partecipazione dei soggetti direttamente interessati (produttore, distributore, etc.). Agli stessi soggetti deve essere garantita la possibilità di presenziare agli accertamenti riguardanti i propri prodotti, nonché la possibilità di presentare all’Autorità competente osservazioni scritte e documenti. Tutti i provvedimenti adottati devono essere adeguatamente motivati, con l’indicazione dei termini e delle Autorità competenti cui è possibile ricorrere (art. 108).
La sicurezza dei prodotti è garantita anche a livello europeo? In che modo?
Si, attraverso un adeguato e tempestivo sistema di notificazioni e scambio di informazioni. Il Ministero delle attività produttive ha l’obbligo di notificare alla Commissione europea ogni provvedimento adottato in relazione alla sicurezza dei prodotti (provvedimenti che limitano l’immissione sul mercato di un prodotto o ne dispongono il ritiro o il richiamo).
Lo scambio ed il continuo aggiornamento di tali informazioni è gestito a livello europeo dal RAPEX.
Il Rapex (Rapid Alert System for Non-Food Products) è un sistema comunitario di scambio rapido delle informazioni fra gli Stati membri e la Commissione riguardo a misure ed azioni adottate per prodotti di consumo che presentano un rischio grave per la salute e la sicurezza dei consumatori. Fin dall’entrata in vigore, in data 15/01/04, della Direttiva sulla sicurezza generale dei prodotti 2001/95/CE, la Commissione europea pubblica, con cadenza settimanale, un elenco delle notifiche Rapex accessibile al consumatore.
A quali conseguenze va incontro chi immette sul mercato prodotti difettosi?
In generale, il produttore o il distributore che immette sul mercato prodotti difettosi rischia il carcere da sei mesi ad un anno e l’ammenda da 10.000 a 50.000 euro. La stessa sanzione è prevista se il prodotto difettoso viene immesso nonostante l’adozione di un provvedimento amministrativo di ritiro o di richiamo del prodotto ritenuto non sicuro (art. 112).
In ogni caso, il produttore o il distributore che immettono sul mercato prodotti difettosi sono tenuti al risarcimento del danno causato, come previsto e disciplinato nel titolo secondo del Nuovo Codice del Consumo (art. 111).

Responsabilità per danno da prodotti difettosi

In caso di prodotti difettosi, chi è responsabile?

Il produttore.

E’ bene sapere che si considera prodotto anche l’etichetta.

Quando è invece responsabile il fornitore che ha distribuito o venduto il prodotto?

Quando il produttore non sia individuato, se ha omesso di comunicare al danneggiato, entro il termine di tre mesi dalla richiesta, l’identità e il domicilio del produttore o della persona che gli ha fornito il prodotto.

Il consumatore deve fare una richiesta scritta, indicando il prodotto che ha cagionato il danno, il luogo e, con ragionevole approssimazione, la data dell’acquisto; deve inoltre contenere l’offerta in visione del prodotto, se ancora esistente.

Quando può dirsi che un prodotto è difettoso?

Quando non offre la sicurezza che ci si può legittimamente attendere, tenuto conto di tutte le circostanze, tra cui:

a) il modo in cui il prodotto è stato messo in circolazione, la sua presentazione, le sue caratteristiche palesi, le istruzioni e le avvertenze fornite; b) l’uso al quale il prodotto può essere ragionevolmente destinato e i comportamenti che, in relazione ad esso, si possono ragionevolmente prevedere; c) il tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione.

Un prodotto non può essere considerato difettoso per il solo fatto che un altro più perfezionato sia stato in qualunque tempo messo in commercio; ciò che ad esso si chiede è che offra la sicurezza garantita normalmente dagli altri esemplari della medesima serie.

In quali casi è esclusa la responsabilità del produttore?

a) se il produttore non ha messo il prodotto in circolazione;

b) se il difetto che ha cagionato il danno non esisteva quando il produttore ha messo il prodotto in circolazione;

c) se il produttore non ha fabbricato il prodotto per la vendita o per qualsiasi altra forma di distribuzione a titolo oneroso, né lo ha fabbricato o distribuito nell’esercizio della sua attività professionale;

d) se il difetto è dovuto alla conformità del prodotto a una norma giuridica imperativa o a un provvedimento vincolante;

e) se lo stato delle conoscenze scientifiche e tecniche, al momento in cui il produttore ha messo in circolazione il prodotto, non permetteva ancora di considerare il prodotto come difettoso;

f) nel caso del produttore o fornitore di una parte componente o di una materia prima, se il difetto è interamente dovuto alla concezione del prodotto in cui è stata incorporata la parte o materia prima o alla conformità di questa alle istruzioni date dal produttore che la ha utilizzata.

Fuori da questi casi, è escluso ogni altro patto che possa limitare o escludere la responsabilità del produttore o del distributore.

A quali condizioni si può ottenere il risarcimento?

Innanzitutto non è sufficiente la prova del difetto. Il danneggiato deve anche provare un danno e la connessione causale tra difetto e danno.

Possono essere risarciti danni a persone o a cose, anche diverse dal prodotto difettoso. I danni a cose possono essere risarciti solo nella misura che ecceda € 370,00.

Cosa succede se sono più persone ad essere responsabili del danno?

Sono tutte obbligate in solido al risarcimento.

Cosa succede se il consumatore ha contribuito al ragionamento del danno?

Il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa del consumatore.

Cosa succede se il consumatore era a conoscenza del difetto del prodotto?

Il risarcimento non è dovuto quando il danneggiato sia stato consapevole del difetto del prodotto e del pericolo che ne derivava e nondimeno vi si sia volontariamente esposto.

Entro quanto tempo può essere chiesto il risarcimento?

Il diritto al risarcimento si prescrive in tre anni dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza del danno, del difetto e dell’identità del responsabile.

Tuttavia, nel caso di aggravamento del danno, la prescrizione decorre dal giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza di un danno di gravità sufficiente a giustificare l’esercizio di un’azione giudiziaria.

In ogni caso, il diritto al risarcimento non può protrarsi oltre dieci anni dal giorno in cui il produttore o l’importatore nella Unione europea ha messo in circolazione il prodotto che ha cagionato il danno.

La decadenza e’ impedita solo dalla domanda giudiziale

Garanzia legale di conformità e garanzie commerciali per i beni di consumo

Che differenza incorre tra la garanzia di non conformità e quella sui vizi della cosa venduta?

La categoria della “non conformità” ha una portata più ampia rispetto a quella dei “vizi della cosa venduta”, in quanto in essa sono compendiati sia gli aspetti relativi alla “materialità” del vizio, sia gli aspetti attinenti alla rispondenza del bene venduto con quello rappresentato all’acquirente al momento dell’acquisto.

Cosa s’intende per beni di consumo?

Per beni di consumo, ai sensi dell’art. 128 del Codice, si intende “qualsiasi bene mobile, anche da assemblare, tranne:

1) i beni oggetto di vendita forzata o comunque venduti secondo altre modalità dalle autorità giudiziarie, anche mediante delega ai notai;

2) l’acqua e il gas, quando non confezionati per la vendita in un volume delimitato o in quantità determinata;

3) l’energia elettrica”.

Tutto ciò che non è espressamente escluso dalla definizione di legge costituisce un bene di consumo, la cui vendita, pertanto, è assoggettata alla disciplina dettata dal codice del consumo agli artt. 128-135.

Tra i beni di consumo sono compresi anche i beni usati,  purché messi in vendita da un soggetto professionale. In ogni caso, per l’operatività della tutela deve tenersi conto dell’utilizzo pregresso, limitatamente ai difetti non derivati dall’uso normale della cosa.

La disciplina della vendita dei beni di consumo si applica alle vendite tra privati?

No. L’art. 128 del Codice, che delimita l’ambito di applicazione della normativa, individua come parte della vendita dei beni di consumo il “venditore”, vale a dire quella persona fisica o giuridica che utilizza “nell’esercizio della propria attività imprenditoriale o professionale” i contratti di vendita, permuta, somministrazione, appalto, opera, o quegli altri comunque finalizzati alla fornitura di beni di consumo da fabbricare o produrre. La vendita tra privati trova comunque la propria disciplina nel codice civile, nelle disposizioni sulle obbligazioni e i contratti e, più in particolare in quelle che regolamentano il contratto di vendita.

Quali obblighi gravano sul venditore?

Oltre agli obblighi stabiliti dall’art. 1476 del codice civile, vale a dire quello di consegnare la cosa al compratore, di fargli acquistare la proprietà o il relativo diritto e di garantire l’acquirente dall’evizione e dai vizi della cosa, l’art. 129 del codice del consumo impone al venditore l’obbligo di consegnare al consumatore “beni conformi al contratto di vendita”. A tal fine, si presume che i beni di consumo siano conformi al contratto se, ove pertinenti, coesistono le seguenti circostanze:

a) sono idonei all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo;

b) sono conformi alla descrizione fatta dal venditore e possiedono le qualità del bene che il venditore ha presentato al consumatore come campione o modello;

c) presentano la qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi, tenuto conto della natura del bene e, se del caso, delle dichiarazioni pubbliche sulle caratteristiche specifiche dei beni fatte al riguardo dal venditore, dal produttore o dal suo agente o rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull’etichettatura;

d) sono altresì idonei all’uso particolare voluto dal consumatore e che sia stato da questi portato a conoscenza del venditore al momento della conclusione del contratto e che il venditore abbia accettato anche per fatti concludenti.

Non vi è difetto di conformità se, al momento della conclusione del contratto, il consumatore era a conoscenza del difetto o non poteva ignorarlo con l’ordinaria diligenza o se il difetto di conformità deriva da istruzioni o materiali forniti dal consumatore.

Il venditore non è vincolato dalle dichiarazioni pubbliche di cui alla precedente lettera c), quando, in via anche alternativa, dimostra che:

a) non era a conoscenza della dichiarazione e non poteva conoscerla con l’ordinaria diligenza;

b) la dichiarazione è stata adeguatamente corretta entro il momento della conclusione del contratto in modo da essere conoscibile al consumatore;

c) la decisione di acquistare il bene di consumo non è stata influenzata dalla dichiarazione.

Che succede se il difetto di conformità deriva invece dall’imperfetta installazione del bene?

Il difetto di conformità che deriva dall’imperfetta installazione del bene di consumo è equiparato al difetto di conformità del bene quando l’installazione è compresa nel contratto di vendita ed è stata effettuata dal venditore o sotto la sua responsabilità. Tale equiparazione si applica anche nel caso in cui il prodotto, concepito per essere installato dal consumatore, sia da questo installato in modo non corretto a causa di una carenza delle istruzioni di installazione.

Cosa comporta la mancanza di conformità del bene venduto?

Il difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene attribuisce all’acquirente-consumatore il diritto al ripristino della conformità.

Tale ripristino può avvenire attraverso i c.d. rimedi primari, consistenti nella riparazione o sostituzione del bene (entrambi senza spese), oppure mediante i rimedi secondari della riduzione adeguata del prezzo o della risoluzione del contratto. Detti rimedi sono stati posti dal legislatore in una sorta di scala gerarchica, cosicché il consumatore dovrà preliminarmente richiedere la riparazione o la sostituzione del bene; se tali attività non risulteranno possibili e proporzionate, potrà invocare la riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto (i rimedi secondari potranno trovare spazio soltanto se la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose,  se il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione nel termine previsto e se la sostituzione o la riparazione hanno arrecato inconvenienti al consumatore).

Deve tenersi presente che, in ogni caso, un difetto di conformità lieve non può dar luogo alla risoluzione del contratto.

Entro quale termine il consumatore può far valere il difetto di conformità?

La mancanza di conformità del bene acquistato può essere imputata al venditore entro due anni dalla consegna del bene. Nel caso di beni usati, le parti hanno la facoltà di ridurre la garanzia ad un periodo di tempo minore, ma in ogni caso non inferiore ad un anno.

Ad ogni modo, a pena di decadenza, l’acquirente deve denunciare il difetto di conformità entro due mesi dalla scoperta dello stesso, tranne che nel caso di occultamento del difetto da parte del venditore, oppure nel caso in cui questi abbia espressamente riconosciuto la difformità.

Cos’è la garanzia convenzionale?

E’ l’impegno di un venditore o di un produttore, assunto nei confronti del consumatore, senza costi supplementari, di rimborsare il prezzo pagato, sostituire, riparare, o intervenire altrimenti sul bene di consumo, qualora esso non corrisponda alle condizioni enunciate nella dichiarazione di garanzia o nella relativa pubblicità.

La garanzia convenzionale esclude quella prevista dal codice del consumo?

No. L’eventuale garanzia convenzionale si sovrappone, senza eliderla, alla garanzia legale. Chi offre  tale garanzia ha anche l’obbligo di specificare che il consumatore è titolare dei diritto previsti dal codice del consumo e che la garanzia convenzionale lascia impregiudicati tali diritti.

È valida la clausola contrattuale che limita la garanzia legale prevista dal codice del consumo?

No. Qualunque patto, antecedente alla comunicazione al venditore della mancanza di conformità, volto ad escludere o limitare i diritti riconosciuti dal codice del consumo, è nullo.

Quali diritti sono riconosciuti al venditore che ha ottemperato ai rimedi esperiti dal consumatore?

Il venditore finale che abbia ottemperato ai rimedi esperiti dal consumatore, può rivalersi, entro un anno dall’esecuzione della prestazione, nei confronti del soggetto o dei soggetti responsabili (precedente venditore o altro intermediario della catena distributiva) per ottenere la reintegrazione di quanto prestato.

 

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