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Lo sai che? Responsabilità dell’avvocato solo se il danno al cliente è effettivo

Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2015

Bisogna valutare il rapporto di causa-effetto tra la condotta negligente e l’esito sfavorevole della causa.

Ancora una volta, sul tavolo della Cassazione, torna una questione inerente alla responsabilità degli avvocati. Quando – si chiede il ricorrente – è possibile pretendere il risarcimento dei danni nei confronti del professionista poco diligente nell’esecuzione del mandato? Non sempre, rispondono i giudici della Suprema Corte con una recente sentenza [1]. Infatti, il semplice fatto che il legale si sia macchiato di una responsabilità professionale nei confronti del suo cliente non implica, in automatico, il diritto per quest’ultimo a ottenere il risarcimento. Al contrario il ristoro dei danni scatta solo nelle ipotesi in cui, qualora l’avvocato avesse tenuto un diverso comportamento – corretto e diligente – il suo assistito avrebbe potuto effettivamente ottenere vantaggi concreti. Insomma, bisogna fare una valutazione “astratta”, porsi in una condizione ipotetica, nella quale, eliminando per pura ipotesi l’errore del professionista, si verifichi se il danno si sarebbe comunque prodotto o meno.

Per esempio: nel caso in cui l’avvocato dimentichi di depositare l’atto di appello, ma è possibile presumere che tale impugnazione sarebbe stata comunque respinta per infondatezza della domanda, il cliente non può far valere la responsabilità professionale.

Si pensi anche al caso di una richiesta di pagamento presentata quando già il diritto è andato in prescrizione. Anche qui, se il legale commette un errore di procedura, ma la sentenza definitiva sarebbe ugualmente stata di rigetto per l’intervenuto decorso dei termini, non sussiste alcun diritto al risarcimento.

Proprio a riguardo della prescrizione, comunque, è bene fare un chiarimento. Da anni la Cassazione [2] precisa che l’avvocato ha pur sempre il dovere di informare il cliente circa l’esistenza di una causa di prescrizione; spetta poi a quest’ultimo, e non all’avvocato, decidere se adire ugualmente il giudice, sperando magari che la controparte si dimentichi di sollevare l’eccezione di prescrizione, oppure sperando che la questione di prescrizione, se opinabile o sollevata dalla controparte, venga risolta in senso a lui favorevole.

Tornando comunque alla possibilità, per il cliente, di chiedere il risarcimento del danno, in sintesi la regola si può esprimere in questi termini: è necessario accertare che tra l’esisto sfavorevole del giudizio (e, quindi, il danno al cliente) e la condotta inadempiente del professionista vi sia un rapporto diretto di causa-effetto.

Ma come si fa a prevedere l’esito favorevole del giudizio, non avendo i giudici la sfera di cristallo? Applicando con rigore tale sistema, si arriverebbe all’assurdo che il cliente non avrebbe mai la possibilità di provare, con certezza, il nesso tra danno e negligenza del difensore. Così la Cassazione, di recente, ha sposato una linea meno rigorosa: non si richiede la prova certa di un esito vantaggioso del giudizio, ma basta un giudizio probabilistico [3].

note

[1] Cass. sent. n. 297/2015.

[2] Cass. sent. n. 14597/2004.

[3] Cass. sent. n. 2638/2013; n. 12354/2009; n. 9238/2007; n. 6967/2006.

Autore immagine: 123rf com


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