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Lo sai che? Nullità matrimonio: nessuna impotenza dopo una lunga convivenza

Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2015

No alla delibazione della sentenza ecclesiastica emessa dalla Sacra Rota per impotenza se prima la coppia ha avuto un lungo periodo di coabitazione.

Non è credibile coabitare per diversi anni e, dopo tutto questo tempo, rivolgersi poi alla Sacra Rota per chiedere l’annullamento del matrimonio per impotenza dell’uomo. Difatti, se anche la coppia che ha condotto una lunga convivenza ottenesse dal tribunale ecclesiastico una sentenza di nullità del vincolo matrimoniale (cosa tutt’altro che improbabile), non potrebbe poi ottenerne la convalida di tale sentenza (cosiddetta “delibazione”) da parte dello Stato italiano. E quindi avrebbe solo speso soldi e tempo inutilmente. Attenti quindi: il tempo massimo oltre il quale lo Stato italiano può riconoscere tale nullità è di tre anni dall’inizio del matrimonio. Ciò vale, però, solo se la delibazione è chiesta da uno solo dei due coniugi. Se c’è invece l’accordo di entrambi, la convalida non può essere rifiutata (v. dopo).

È quanto chiarito da una sentenza della Cassazione di poche ore fa [1].

Nel caso di specie è stato respinto il ricorso di un uomo affetto da un grave deficit psichico e dalla cosiddetta “impotenza coeundi”, che chiedeva la nullità delle nozze.

I giudici sottolineano l’importanza della coabitazione come elemento decisivo per stabilire l’eventuale causa di nullità del matrimonio. Tra l’altro, la moglie che per anni ha assistito il marito affetto dalla menomazione psicofisica ha adempiuto al proprio dovere di assistenza e solidarietà che costituisce il fondamento del matrimonio: risultato, non può più invocare l’errore sulla persona.

In pratica, la nostra legge ha un palese atteggiamento di favore per la validità del matrimonio, limitando temporalmente, in modo molto rigido, la proponibilità delle azioni di nullità. Il rapporto matrimoniale, infatti, deve essere preminente rispetto a tutte le possibili scuse volte a scioglierlo, anche se, alla base del predetto scioglimento, vi è una sentenza del tribunale ecclesiastico. La Cassazione, insomma, non nasconde il fatto che esiste un evidente contrasto tra le norme dello Stato italiano sul diritto di famiglia e quelle del diritto canonico, che regolano la possibilità dell’annullamento del matrimonio presso la Sacra Rota.

Già l’anno scorso, la Cassazione a Sezioni Unite aveva affermato [2] che la convivenza, come coniugi, deve intendersi un elemento essenziale del matrimonio, che si manifesta come consuetudine di vita coniugale, stabile e continua nel tempo. In tal modo, la convivenza protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio “concordatario” regolarmente trascritto, determina una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali e di ordine pubblico italiano. Pertanto, essa impedisce la dichiarazione di efficacia, nella Repubblica Italiana, delle sentenze di nullità pronunciate dai tribunali ecclesiastici.

Ma se c’è il consenso di entrambi?

Al di là della lunghezza della convivenza la domanda congiunta di delibazione della sentenza di nullità del matrimonio dev’essere accolta se presentata da entrambi i coniugi. Il chiarimento proviene da una sentenza sempre di oggi della Cassazione [3]. I giudici hanno chiarito, a riguardo, che nell’ipotesi di domanda congiunta, non può impedirsi il riconoscimento della sentenza ecclesiastica che ha dichiarato la nullità del matrimonio.

note

[1] Cass. sent. n. 1494 del 27.01.15.

[2] Cass. S.U. n. 19691/2014.

[3] Cass. sent. n. 1495 del 27.01.2015.

Autore immagine: 123rf com


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