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Off-shore e paradisi fiscali: cosa sono, a chi servono

13 Aprile 2016 | Autore:
Off-shore e paradisi fiscali: cosa sono, a chi servono

Un approccio al mondo off-shore: i Paradisi fiscali e la reazione dei Paesi on-shore, ecco la guida completa per farti un’idea.

Per poter approfondire la tematica del mondo off-shore occorre prioritariamente esaminare le caratteristiche dei sistemi giuridici degli Stati che si rendono disponibili ad ospitare le società off-shore ed a proteggere i soci di dette società con norme che consentano di mantenere il segreto e di limitare al massimo lo scambio di informazioni, oltre che ad imporre livelli di tassazione molto bassi se non nulli.

Che cosa sono i paradisi fiscali

La prima definizione ufficiale di “paradiso fiscale” o “tax-heaven” (heaven = paradiso) viene elaborata, a livello internazionale, dall’OCSE solo nel 1998, con la pubblicazione dell’ “Harmful Tax Competition – An emerging global issue”, uno studio cui faceva subito seguito il rapporto Euroshore 2001, che individuava e suddivideva 48 Paesi in: tre gruppi di centri finanziari off-shore ed in un quarto gruppo di Stati membri dell’UE.

Tuttavia furono in realtà i francesi ad inventare il termine “paradis fiscaux”, che venne subito tradotto in inglese come “tax-heaven”.

Inizialmente detto termine veniva inteso come luogo nel quale sfuggire alle rigide norme tributarie dei Paesi on-shore, ma successivamente si è affermato un concetto più ampio del termine, basato su una semplice sottrazione di vocale e su di una similitudine linguistica anglosassone che però è tale da modificarne sostanzialmente il concetto.

Infatti il termine oggi utilizzato è quello di “tax haven” , ovvero rifugio tributario (haven = porto), non solo più limitato alla minore pressione fiscale, ma collegato anche alla possibilità di non osservare le norme amministrative, societarie e soprattutto penali che gli Stati ortodossi applicano per controllare il sistema economico-finanziario-tributario.

Quali sono le caratteristiche degli Stati paradisiaci

In effetti esistono diverse tipologie di Stati Paradisiaci.

Sotto il profilo dell’ambito di operatività, si possono distinguere:

  • i paradisi fiscali, nei quali prevale la bassa o nulla pressione fiscale e la assenza di legislazione tributaria;
  • i paradisi societari, nei quali prevale la mancanza di rigide regole societarie e la opacità delle strutture in favore dei soci;
  • i paradisi bancari, nei quali prevale la mancanza di rigide regole del mercato del risparmio per consentire il facile e non oneroso spostamento di flussi finanziari.

Sotto il profilo dell’ambito di applicazione, si possono distinguere:

  • Pure tax haven: Paesi in cui non esistono imposte sui redditi, sul patrimonio, sulle successioni o sulle donazioni, inoltre esiste un rigido segreto bancario, per cui è facile costituire società e trust, (es. Bahamas, Bermuda);
  • No-tax foreign income haven: Paesi che tassano solo i redditi prodotti su base territoriale, per cui sono esenti, in genere, i redditi prodotti all’estero e le esportazioni (es. Liberia, Panama, ma anche taluni Paesi africani, Nigeria, Angola, Ruanda);
  • Low tax haven: Paesi che tassano a bassa fiscalità redditi ovunque prodotti (es. British Virgin Islands);
  • Special tax haven: Paesi di normale livello impositivo che permettono al loro interno la creazione di organismi molto flessibili (es. Lichtenstein/Lussemburgo).

Nelle pieghe delle giurisdizioni di molti Paesi, anche dell’area Euro, esistevano (esistono ancora, ma per poco) norme che limitavano la trasparenza ed il controllo statuale sulle società, basti pensare al segreto bancario che era insito negli ordinamenti di Paesi come Svizzera, Austria, Lussemburgo, Andorra, Monaco, (oggi in corso di eliminazione) alla facilità di spostamento e di gestione dei capitali in piazze finanziarie come, oltre a Svizzera e Lussemburgo anche Cipro, Malta e lo stesso United Kingdom.

Non occorre dunque per forza emigrare nelle bianche spiagge dei Caraibi o del Pacifico per operare off-shore, infatti molte legislazioni di Paesi membri UE consentono la medesima operatività, anche se l’evoluzione della “moral dissuasion” portata avanti dagli organismi regolatori internazionali (OCSE, Commissione Europea, FMI, ECOFIN) unitamente alla normativa antiriciclaggio, nonché conformemente alle evoluzioni della normativa interna ed internazionale di contrasto alla legislazione dei Paesi paradisiaci, entro breve, dovrebbe essere in grado di produrre una forte limitazione all’utilizzo illegittimo dei cosiddetti “tax haven”.

La crescita della diffusione delle società off-shore e la reazione dei Paesi on-shore: un processo lungo 40 anni

Dallo scenario sopra disegnato emerge che le legislazioni paradisiache sono diventate e stanno diventando un problema sempre più rilevante per i Paesi on-shore.

Solo dopo gli anni ‘70 infatti il fenomeno si è sviluppato ed ha proliferato.

In quegli anni potevano accedere a certe strutture internazionali soltanto i grandi contribuenti, le multinazionali o le grandi società, nonché le banche e, per assurdo, anche gli enti pubblici o partecipati dallo Stato.

Pochi avevano idea della reale portata del fenomeno e le legislazioni degli Stati on-shore non disponevano né degli strumenti, né della possibilità, (forsanche neppure della volontà) di contrastare il mondo off-shore.

L’affermarsi recente delle società estere off-shore e dei paradisi fiscali deriva dunque anche dalla incapacità politica mostrata dai Paesi on-shore nel perseguirne l’utilizzo e segue dinamiche che discendono dall’evoluzione e dall’espansione dell’economia mondiale ormai guidata dalla globalizzazione dei mercati e degli spazi giuridici.

Oggi più che mai ciò che rende identitario il modo di vivere sono i simboli consumistici, dalla Coca-Cola alla Nike, dalla Mercedes alla Rolex, marchi che chiunque viaggi troverà ad attenderlo ovunque egli si trovi, dando l’impressione di essere a casa propria anche se si trova agli antipodi del mondo.

Tuttavia la crisi mondiale, partita nel 2008 dalla devastante criticità del sistema bancario americano, è poi deflagrata in ambito europeo, dando vita ad una crisi infinita che tutti i Paesi UE stanno vivendo e che non ha paragoni né precedenti, e che si sta estendendo anche ai Paesi emergenti (BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), le cui economie, basate sulla competitività produttiva, ora stentano a trovare mercati di sbocco ove vendere il surplus interno.

D’altro canto, con l’evoluzione dei sistemi telematici (internet) ed a seguito della necessità di trovare soluzioni alla crisi o di proteggere i patrimoni, di pari passo con gli operatori finanziari e con gli operatori d’impresa, anche i risparmiatori e gli investitori privati possono accedere facilmente alle strutture off-shore, proprio ora che la crisi rende più instabile ed incerto il proprio, rispettivo, interesse.

La impressionante diffusione del fenomeno digitale infine porta in tutte le case ed in tutti i luoghi, anche quelli più isolati, , tramite internet ed il wi-fi, una facile e poco controllabile porta di entrata nel mondo dell’off-shore, sia finanziario che societario.

Stiamo assistendo, da un parte, alla nascita di un nuovo fenomeno, quello dei “cyber paradisi fiscali”, giurisdizioni virtuali, prive di qualsiasi regolamentazione, che consentono a molti di spostare redditi e flussi finanziari, anche ingenti, in modo riservato e senza rispettare le norme di legge; dall’altra parte stiamo vivendo la banalizzazione del fenomeno stesso, da parte di soggetti spregiudicati e poco affidabili, che contando sulle legittime istanze di tutela e di difesa dei redditi e dei patrimoni, ormai estremamente diffuse, di tutti i players (Banche, Multinazionali, operatori d’impresa, operatori finanziari, investitori, risparmiatori) del grande gioco dell’economia mondiale, propongono soluzioni poco costose e massimamente rischiose, senza alcun limite e senza alcuna precauzione informativa.

Paradossalmente, nel momento in cui si fa più stringente la lotta ai paradisi fiscali ed alle società off-shore, il fenomeno, lungi dall’essere debellato, diviene più consolidato e diffuso.

Gli interventi degli organi regolatori internazionali e dei Governi sono dunque diventati più frequenti e determinati: le strategie di contrasto all’evasione ed all’elusione fiscale internazionale si sono sempre più affinate e la lotta alla delocalizzazione dei redditi ed allo spostamento dei flussi finanziari legati alla criminalità organizzata ed al terrorismo, ha portato alla nascita della regolamentazione anti-riciclaggio, quasi universalmente applicata.

La situazione attuale diviene più chiara avendo conoscenza degli eventi che, a livello mondiale, hanno portato alla globalizzazione dei mercati economici e finanziari.

Le date più significative sono:

  • Novembre 1989 la caduta del muro di Berlino, che segna di fatto la fine dell’economia pianificata sovietica e la riunificazione delle due Germanie;
  • Gennaio 1995 l’entrata in vigore dell’accordo del WTO sul libero commercio mondiale
  • Settembre 2008 la proclamazione ufficiale della crisi mondiale della finanza globalizzata
  • Aprile 2009 il G20 di Londra che avvia una nuova epoca aprendo la via alle regole comuni per la globalizzazione

Dal 2009 dunque, di fatto, si apre un nuovo scenario mondiale.

Le grandi potenze, Cina e Usa, che si erano avvalse dei vantaggi degli inizi della globalizzazione, poi non si sono fatte carico delle responsabilità conseguenti.

Tutti gli altri Paesi sono ancora alle prese con gli effetti devastanti/esaltanti che le conseguenze della globalizzazione economica e finanziaria ha introdotto in sistemi che precedentemente erano ristretti e limitati e che si sono trovati invece a doversi confrontare con realtà, anche molto distanti, ma ormai inesorabilmente vicinissime.

La libertà di scegliere come e dove fare impresa, investire ed immettere capitali, da parte degli operatori economici e finanziari, è fortemente condizionata dalla elasticità e dal funzionamento dei principali sistemi operativi di ogni Paese: tax, law, bank.

Là dove è più difficile fare impresa, quanto più i vincoli sono stringenti, tanto più gli operatori cercheranno di emigrare in Paesi dove meno forti sono i vincoli burocratici, giuridici, fiscali, e dove è più facile fare impresa, fare investimenti, fare banca.

Pertanto per evitare fughe di capitali e contrazioni di gettito tutti i Paesi a fiscalità ordinaria hanno iniziato a produrre maggiore e più stringente legislazione interna per contrastare il fenomeno delle società offshore ed estere.

Gli organi regolatori internazionali hanno sostenuto tale impegno in modo più soft ma altrettanto deciso, basando i propri interventi, inizialmente sulla “moral dissuasion” e successivamente su tutta una serie di strumenti e di piani, volti, da una parte a contrastare i fenomeni degli illeciti internazionali e del riciclaggio e dall’altra a cercare di mantenere saldi i principi della libera iniziativa economica, della libertà di stabilimento e del divieto di discriminazione, per mantenere attuati il principio della libera concorrenza in tutti i settori ed evitare ogni fenomeno distorsivo di detto principio.

Dall’impegno di tutti i soggetti suddetti è scaturito un complesso di norme, domestiche ed internazionali, che vanno dalla disciplina antiriciclaggio alle normative CFC, al transfer pricing, all’esterovestizione, alla indeducibilità dei costi provenienti da soggetti Black List, fino ad arrivare al recente piano BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) predisposto dall’OCSE e coordinato in 15 azioni settoriali, recentemente approvati ed in corso di implementazione nelle legislazioni nazionali e nelle norme convenzionali.

Negli ultimi 5 anni è praticamente cambiato il mondo, sia sotto il profilo fiscale che sotto il profilo finanziario.

L’Italia è all’avanguardia nella lotta al contrasto all’evasione ed all’elusione fiscale internazionale e svolge un ruolo guida agli incontri del G7, del G9 e del G20, nonché a livello europeo e dei Paesi OCSE.

Ma il nostro Paese è davvero esente dall’uso e dall’abuso delle società off-shore?

Nel prossimo articolo vedremo i forti legami che molte strutture operative italiane, comprese banche, gruppi industriali e società partecipate da enti pubblici o risultanti appaltatrici di pubblici servizi, continuano a mantenere con il mondo off-shore.



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