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Le società off-shore: la situazione italiana

19 Aprile 2016 | Autore:
Le società off-shore: la situazione italiana

Sulla scia di Panama Papers, un’analisi delle luci e delle ombre del mondo off-shore nel terzo dei capitoli della nostra serie dedicata ai paradisi fiscali.

Continuiamo il nostro viaggio nel mondo off-shore esaminando cosa è accaduto sinora nel nostro Paese, analizzando le condotte dello Stato e degli imprenditori nazionale con riferimento all’argomento trattato.

La situazione italiana nei rapporti con le società off-shore: luci ed ombre

In Italia i pilastri degli interventi legislativi in materia di contrasto agli illeciti internazionali sono sostanzialmente tre:

  • la normativa sulla tutela del risparmio (L. n. 262/2005);
  • la normativa antiriciclaggio (D.Lgs. 231/2007);
  • la normativa fiscale di contrasto all’evasione ed all’elusione internazionale (la disciplina CFC, le norme sul transfer pricing, l’esterovestizione, l’indeducibilità costi Black List).

La normativa italiana spesso nasce o viene modificata in senso restrittivo, come accadrà anche a seguito dello scandalo dei Panama Papers, come reazione a scandali o ad eventi rilevanti accaduti nel Paese a danno dei cittadini o della Amministrazione Finanziaria.

La normativa sulla tutela del risparmio trova origine e fondamento nei casi Cirio e Parmalat, che avevano messo a dura prova il principio stesso della affidabilità del sistema bancario, finanziario e societario nei confronti dei cittadini e dei risparmiatori.

E’ indubbio che se le due società alimentari non avessero potuto utilizzare paradisi fiscali e società off-shore le frodi da esse praticate, a volte con la stessa collaborazione di un sistema bancario connivente perché troppo vincolato dall’ influenza politica, non avrebbero potuto continuare nel tempo ed assumere la rilevanza che poi avrebbero avuto con il coinvolgimento nel disastro economico e finanziario anche dei risparmi di migliaia di cittadini che nelle azioni e nelle obbligazioni di dette società credevano con fiducia, pur di salvare gli interessi di alcuni finanziatori in conflitto di interessi.

In sostanza la legge suddetta adegua le norme del Testo Unico della Finanza (TUF) del 1998 introducendo in detto testo un intervento di sistema, titolato: “Rapporti con società estere aventi sede legale in stati che non garantiscono la trasparenza in materia societaria.”

La normativa antiriciclaggio invece è l’attuazione, in recepimento della Direttiva 2005/60/CE, del sistema di prevenzione e contrasto al riciclaggio di denaro, beni od altre utilità, effettuato con fini di investire in attività lecite denaro proveniente dalle attività illecite, con particolare attenzione alle attività svolte dalla criminalità organizzata e dal terrorismo internazionale.

La normativa fiscale, infine, interviene a sostenere la lotta ed il contrasto agli illeciti internazionali in materia di evasione ed elusione fiscale, anche sotto il profilo dell’abuso del diritto.

Tutte queste normative sono alla base della nascita e della modifica degli strumenti giuridici recentemente approvati: la nuova versione del Quadro RW, la procedura della voluntary disclosure e l’introduzione del reato di auto-riciclaggio, la riforma della fiscalità internazionale, sono strumenti che stanno cambiando il panorama giuridico, sia sotto il profilo tributario che in ambito penale.

Tuttavia il caso Italia espone talune particolarità destinate a far discutere sulla equa applicazione delle norme a livello generale.

Non è infatti un mistero che molte grandi banche italiane e molti gruppi societari, anche pubblici, nazionali, detengano e gestiscano partecipazioni in società off-shore.

In Italia quasi la metà delle società quotate in borsa e quasi un quarto dei gruppi bancari, possiede collegamenti con società aventi sede in Paesi considerati paradisi fiscali.

Si aggiunga che non sono immuni dal “germe patologico” del mondo off-shore neppure le più grandi aziende pubbliche e le grandi banche italiane, basti pensare che:

  • ENI SpA, controlla almeno 12 società con sede in territori considerati  “paradisi fiscali”;
  • FINMECCANICA, ne controlla 8 (Lussemburgo, Mauritius e Jersey);
  • INTESA SAN PAOLO, ne controlla ben 25, quasi tutte in Lussemburgo;
  • UNICREDIT, ne controlla 54 (tra Cayman, Filippine, Isole Vergini, Lussemburgo, ecc.);
  • ENEL SpA, ne controlla almeno 60 aventi sede nel Delaware (vero paradiso fiscale e societario), nonché altre con sede a Panama e nelle British Virgin Islands;
  • MEDIASET controlla società lussemburghesi;
  • IFIL, finanziaria di famiglia Agnelli, ne controlla 25 (Cayman, Singapore, Mauritius, ecc.) .

Solo per citare quelle più conosciute, ma non bisogna dimenticare che la dimensione internazionale è ormati a portata di mano di molti, non solo delle grandi strutture bancarie e societarie, non farà stupore sapere dunque che anche movimenti cattolici e associazioni no-profit sono collegate o controllano società e trust residenti in Paesi a fiscalità privilegiata, ivi compresa la Croce Rossa Internazionale, che appare presente in una ventina di trust registrati, tra l’altro, alle Isole Cook ed alle British Virgin Island.

Paradossalmente sembra che in Italia gli imprenditori si siano accorti in modo diffuso di questo fenomeno solo negli ultimi anni, proprio quando le norme di contrasto sono state rinforzate e stanno diventano sempre più cogenti.

Quali le motivazioni di questo interesse tardivo verso il mondo off-shore da parte degli italiani

I fattori che incidono sulla scelta di fare impresa all’estero e di gestire le proprie finanze all’estero discendono da numerosi eventi:

  • la crisi economica globale che produce impoverimento generale, con la conseguente riduzione della produzione e dei consumi interni;
  • la crisi finanziaria che ha colpito il sistema bancario con il conseguente “credit crunch” che ha sostanzialmente arrestato i flussi di finanziamento verso le imprese e verso le famiglie;
  • le incertezze storiche e ambientali del sistema italiano dovute anche alla azione politica di Governi, spesso più attenti a salvaguardare interessi economici rilevanti piuttosto che a produrre norme in grado di impattare sostanzialmente sulla situazione reale del Paese;
  • la problematica della certezza del diritto e del sistema giurisdizionale;
  • la necessità di effettuare le grandi riforme, fondamentali per la stessa sussistenza del Paese;
  • la grande difficoltà dello Stato ad affrontare in modo sistematico la lotta alla criminalità organizzata e ad affermare la propria presenza, soprattutto in aree geografiche estreme del Paese;
  • la strategia a livello fiscale di tipo eccessivamente punitivo e l’altissimo livello di tassazione;
  • l’incredibile rigidità dovuta alla eccessiva burocratizzazione della amministrazione pubblica;
  • il purtroppo alto livello di corruzione soprattutto nei rapporti con le aziende pubbliche e la pubblica amministrazione;
  • la scarsa produttività e l’alto costo del lavoro.

Sono tutti elementi che, da una parte, frenano gli investitori e le società estere dall’entrare nel nostro Paese e, dall’altra, suggeriscono, a chi vive e lavora in Italia, di trasferire all’Estero i propri risparmi e le proprie attività, ove possibile.

In questo quadro si muove il soggetto italiano che intende agire, legittimamente, nel proprio interesse, allo scopo di trovare nuovi mercati di sbocco e nuove opportunità di lavoro, nonché col fine di proteggere e tutelare i propri risparmi ed i propri investimenti.

Ma è lecito o no utilizzare le società off-shore? Lo vedremo nel prossimo e ultimo articolo sull’argomento.



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