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Pensioni: 1980, anno zero.

20 Aprile 2016 | Autore:
Pensioni: 1980, anno zero.

Un sistema al collasso che non premia i giovani ma li sottopone al pagamento di contributi che non torneranno indietro: Boeri allerta i 40enni, la pensione sarà più bassa del previsto.

Proprio qualche tempo fa scrivevamo di un sistema pensionistico che si lanciava verso l’innesco di un circolo vizioso che vedeva, a fronte del progressivo aumento dell’aspettativa di vita e dunque dei costi da sostenere, un’unica cassa – quella dei precari – essere in attivo, un costo sempre più alto dei contributi di quella categoria e, per conseguenza, la fuga del capitale umano qualificato e la sempre minore forza lavoro giovane in grado di sostenere il fardello del sistema (leggi al riguardo: Pensioni: il circolo vizioso delle casse INPS)

Abbiamo insomma paventato, per qualcuno in maniera forse troppo pessimistica, una spirale che involuzione dopo involuzione avrebbe portato all’anno zero delle pensioni.

Oggi il Presidente Boeri teorizza quell’anno zero avendo fatto i calcoli per bene, per premunirsi dalle prevedibili polemiche che arriveranno con l’invio delle buste arancioni. Anche questo lo avevamo anticipato, difatti, le buste arancioni sono un pericoloso, atteso, agognato, bluff. Lo sono, quanto meno per i giovani dei nostri anni (al riguardo leggi anche: Pensioni INPS: Arrivano le buste arancioni).

L’anno zero che Boeri ha individuato è il 1980. Quella generazione, la “generazione perduta” nata proprio in quell’anno, sarà con tutta probabilità la prima ad andare in pensione a 75 anni, con un assegno minimo.

Permettetemi allora di fare una riflessione personale, che serva da esempio. Io sono dell’80. Non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato, non lo ho al momento e non lo avrò in futuro, faccio un lavoro per il quale non solo non serve avere un tempo indeterminato, ma non è neanche conveniente. Però la contropartita è che non ho scatti di stipendio, ad esempio, oltre a non avere una serie di tutele previdenziali per malattia o ferie. Ma sino a qui è una scelta e non c’è da lamentarsi, è una scelta cosciente. Il problema è che però a me arriverà una busta arancione che prevede che io arrivi a prendere una pensione che supera i 2800 euro ai miei 70 anni. Ma quella busta arancione tiene conto del migliore dei mondi possibili, un mondo nel quale il mio compenso aumenterà anno dopo anno perchè io avrò più esperienza, che io lavori tutti gli anni a prescindere dalle condizioni di contesto, che io lavori sempre indipendentemente dalle mie condizioni fisiche.

Allora c’è una notizia per Boeri (ma lui la conosce bene), quando si è giovani si lavora di più, non di meno; e, ancora, gli scatti di stipendio non sono concepiti per chiunque, ma solo per chi ha dei contratti da dipendente. Ma chi regge il sistema in questo momento non sono i dipendenti. È la Gestione Separata. E per questo le aliquote aumentano a dismisura (dal 18 siamo ormai passati al 33% per quella cassa, percentuali che i colleghi avvocati e commercialisti guardano da lontano, per fortuna loro). Questo è un sistema che non può che andare in corto circuito.

Ed ecco che Boeri oggi ci allerta e dice che la nostra generazione potrebbe trovarsi ad andare in pensione con 1000 euro circa a 75 anni. Perchè questo scenario si concretizzi basta si salti un paio d’anni di contributi o semplicemente per un paio d’anni non si raggiunga la quota minima di settimane lavorate perchè i contributi vengano accumulati.

Aggiungiamo un dato. Se si rivaluta quella pensione secondo l’inflazione, dunque considerando il costo reale della vita, supponendo un’inflazione media al 2% annuo (il tasso che la BCE è obbligata a mantenere per statuto), si ottiene che 1000 euro nel 2056 varranno circa 455 euro. Nessun commento (sarebbe superfluo) sul fatto che chi avrà a quel punto lavorato almeno 30 anni si trovi con una pensione minima.

Siamo dunque all’anno zero. Speriamo che per uscire dal vortice non si debba attendere il 2056.



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