Diritto e Fisco | Editoriale

“Sono incazzato nero e tutto questo non lo permetterò più!”

27 Febbraio 2012 | Autore:
“Sono incazzato nero e tutto questo non lo permetterò più!”

Inaugurazione dell’anno giudiziario: la Corte dei Conti scopre l’acqua calda e si lancia in uno degli apostrofi più scontati della storia delle toghe contabili. “Corruzione, illegalità, evasione fiscale sono i mali che penalizzano le finanze pubbliche nel nostro Paese”. Il che suona un po’ come uno sputo allo specchio. Lo Stato che bacchetta se stesso.

Nel suo discorso, il Presidente della Corte, Luigi Giampaolino, si addentra in una interminabile lista del malaffare italiano. “La corruzione, i comportamenti posti in essere nell’esercizio dell’attività sanitaria, l’errata gestione dei servizi di smaltimento dei rifiuti, l’illecita percezione di contributi pubblici o comunitari, il gravemente colposo utilizzo di strumenti derivati o simili prodotti finanziari, i danni connessi alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica, la responsabilità per danni connessi alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, i pregiudizi erariali conseguenti ad errori nella gestione del servizi di riscossione dei tributi”. Di rincalzo, il Procuratore generale, Maria Teresa Arganelli, aggiunge che gli incarichi e le consulenze conferiti dalle pubbliche amministrazioni a soggetti esterni sembrano spesso funzionali “al perseguimento di obiettivi personalistici cui è estraneo l’interesse pubblico”.

Un tono involontariamente ironico sottende tutto l’intervento. Che però, con drammatica violenza, mi riporta a un’altra immagine. C’è una memorabile scena del film “Quinto Potere” in cui Howard Beale (interpretato da Peter Finch) grida davanti alle telecamere, stanco della corruzione e del malgoverno del proprio Paese: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. È una scena forte, che segna una presa di coscienza generale e violenta.

A volte dimentichiamo un’equazione banale. Lo Stato, inteso come insieme degli organi di vertice, è una riproduzione perfetta, in scala proporzionale, della propria base. Il Parlamento è un’immagine del popolo in un determinato momento, proprio perché dal popolo è formato. Così, alla fine, seguendo questa equazione, il principio – duro da accettare per chi, ipocritamente, si cruccia dello Stato e, nello stesso tempo, si ritiene immune da ogni vizio – è che, se un governo è corrotto, è perché il suo popolo è corrotto (o lo è potenzialmente). Ognuno ha il governo che si merita.

Inutile quindi lamentarsi o criticare senza agire su sé stessi. Sarebbe come criticare la propria immagine allo specchio, ritenendo quella originale, invece, esente da vizi.

È un vero peccato, peraltro, che tutte le persone che sanno come far funzionare il Paese siano, nel frattempo, troppo occupate a tagliare capelli o a bere caffè al bar.

Per cui… Non serve dirvi che le cose vanno male. Tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno lavoro. E chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. Il potere d’acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco. I teppisti scorrazzano per le strade e non c’è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine.  Sappiamo che l’aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati quindici omicidi e sessantatre reati di violenza come se tutto questo fosse normale. Sappiamo che le cose vanno male, più che male. È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito, così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente, ma… ma lasciatemi tranquillo!”

Beh, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere. Io non so cosa fare per combattere la crisi e l’inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”. Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi, l’inflazione e la crisi energetica, ma Cristo alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!

 



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22 Commenti

  1. Non sono incazzata,non ci riesco più,sono stanca…allora scegli di non sentire,non vedere,non parlare …Spero che siano i giovani a lottare per il loro futuro,per qualcosa di positivo…e che s’incazzino pure se riusciranno a cambiare questo mondo.

  2. forse vero… “Ognuno ha il governo che si merita”, specialmente da noi dove i migliori sono occupati al bar in ponderate disquisizioni che vanno dalla metafisica del gol, al “piove, governo ladro”…
    mi viene solo da meditare su qualche punto:
    in una democrazia (sebbene imperfetta) il governo NON è espressione unanime, ma di una fetta della popolazione, quindi ci sarà sempre una parte che non si vedrà allo specchio.
    in una democrazia, il singolo può eleggere direttamente ed interagire con chi lo governa, non una serie di nomi preconfezionati che decidono a proprio piacimento (e spesso a piripacchio) come rappresentare il proprio elettorato. (Al bar ridiamo dei referendum svizzeri, mentre forse dovremmo imparare qualche cosa).
    Un esempio per tutti: chi ha eletto il governo che abbiamo? io no, e non credo nessun altro… se volessi mandarlo a casa, che mezzi avrei?
    forse, e dico “forse”… prima dovremmo avere una seria democrazia (non una falsa rappresentanza) e poi potremmo parlare di specchi.

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