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Lo sai che? L’assenza dal lavoro del dipendente non significa dimissioni tacite

Lo sai che? Pubblicato il 1 febbraio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 febbraio 2015

Il lavoratore assente dall’azienda non è dimissionario per “fatti concludenti”.

Il datore di lavoro non può presumere, dal comportamento del dipendente assente per più giorni dal posto di lavoro, la sua volontà di dimettersi. In tali casi, quindi, l’azienda non può procedere alla risoluzione del contratto di lavoro per dimissioni, ma deve provvedere – per come previsto dalla legge – al normale licenziamento per assenza ingiustificata (ossia per “giustificato motivo soggettivo” o “giusta causa”, a seconda della gravità dei fatti).

Risultato: prima della espulsione è necessario procedere all’iter previsto dallo statuto dei lavoratori, con l’applicazione di tutte le garanzie in favore del lavoratore, ivi compresa la contestazione scritta e la comunicazione di licenziamento anch’essa scritta. Diversamente, il provvedimento è illegittimo.

Lo ha detto la Cassazione in una recente sentenza [1].

Secondo la Corte, l’azienda non può contestare al dipendente assente per molto tempo dal luogo di lavoro (nel caso di specie si era trattato di 10 giorni) di aver rassegnato le dimissioni per “fatti concludenti”. Infatti, per procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro per dimissioni è necessaria una chiara volontà espressa dal dipendente in tal senso.

I giudici supremi hanno ricordato che la nostra legge prevede solo due forme di recesso dal contratto di lavoro:

– il licenziamento da parte del datore, per una contestazione mossa al lavoratore;

– le dimissioni dietro espressa volontà del lavoratore.

Non è dunque possibile introdurre, nel nostro diritto del lavoro, un terzo genere di cessazione del rapporto, ossia per “fatti concludenti”. Le dimissioni non possono essere tacite, benché l’assenza si sia prolungata per diversi giorni.

È necessario quindi verificare se il lavoratore abbia, o meno, manifestato in modo effettivo ed esplicito l’intenzione di rassegnare le proprie dimissioni. Se non lo ha fatto in forma espressa, la palla passa all’azienda, la quale, solo in caso di contestazioni sull’operato del dipendente, potrà procedere al licenziamento, ma potrà di certo scaricare su quest’ultimo la volontà di sciogliere il contratto.

note

[1] Cass. sent. n. 1025 del 21.01.2015.

Autore immagine: 123rf com


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