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Lo sai che? L’affido condiviso va garantito: il padre è capace di accudire il figlio anche se piccolissimo

Lo sai che? Pubblicato il 8 febbraio 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 febbraio 2015

Le condizioni relative alle modalità di affidamento di un minore in tenera età non possono basarsi sulla presunta incapacità del padre a prendersene cura: il mestiere di genitore si apprende solo con l’esercizio.

Dopo la separazione, il diritto del genitore a vedere i propri figli che vivono con l’ex non può subire alcun tipo di limitazione, neanche se il figlio è ancora in tenera età e si presume che il padre possa essere inadeguato a tale compito. Qualsiasi tipo di intesa o difficoltà nella gestione degli incontri con i minori deve essere rimossa dagli ex per consentire alla prole il costante contatto con i genitori. E’ quanto emerge da una recente pronuncia del Tribunale di Milano [1].

L’affidamento

In caso di separazione, la regola vuole che i figli vengano affidati ad entrambi i genitori (il cosiddetto “affido condiviso”) e collocati in modo prevalente presso uno dei due (di solito, la madre) con pieno diritto dell’altro a frequentarli secondo un calendario concordato dalle parti ovvero, in caso di disaccordo, stabilito dal giudice [2]. La soluzione opposta, quella cioè dell’affido esclusivo, rimane circoscritta a casi estremi di comprovata incapacità di un genitore a prendersi cura della prole e indipendentemente dalla fisiologica conflittualità esistente tra gli ex (per un approfondimento sul tema leggi: “Richiesta di affido esclusivo: quali presupposti e alternative?”).

Non di rado accade, tuttavia, che uno dei genitori (spesso la madre), ritenendosi l’unico in grado di comprendere appieno le esigenze dei minori (specie se molto piccoli), ostacoli la conclusione degli accordi di separazione riguardanti la prole o li subordini a condizioni che finiscono col rendere l’affido condiviso più che altro una formalità. Molti padri separati si trovano così a veder calpestato il loro pieno diritto a stare con i figli dietro soluzioni consensuali solo apparenti.

Gli accordi non possono essere in danno del minore

A riguardo, però, è importante ricordare che il tribunale non può dare valore (attraverso la cosiddetta omologazione) a qualsiasi genere di accordo concluso tra i genitori: ad esempio non potrebbe mai essere omologata una convenzione in cui uno dei genitori si dichiari disponibile a rinunciare all’affidamento dei figli in quanto è un diritto del minore avere “due genitori”.

Il giudice, quindi, è libero di discostarsi da eventuali clausole che ritenga in qualche modo pregiudizievoli per i figli minori in quanto non riconoscano loro il diritto di mantenere legami con ciascun genitore e parente di questo (come i nonni) e di potersi sviluppare in un ambiente sano [3].

Il problema è stato affrontato dal Tribunale di Milano in una pronuncia di pochi giorni fa [1], riferita ad un procedimento nel quale una madre intendeva limitare il diritto del padre a stare con la figlia in ragione della tenera età di quest’ultima.

In particolare, il giudice meneghino ha affermato che il diritto di visita del genitore che non vivrà stabilmente con la prole (cosiddetto “non collocatario”) non può subire limitazioni nei termini in cui spesso vorrebbe l’altro. Al genitore non collocatario deve essere, infatti, assicurato di poter trascorrere con i figli tempi di permanenza idonei ad garantire una certa continuità nei rapporti (come degli interi week end e tempi infrasettimanali), sempre che ciò non interferisca con la normale organizzazione di vita domestica e consenta la conservazione dell’habitat principale dei minori presso il genitore con cui i figli risiedono in modo abituale.

Quando il magistrato, però, regola i suddetti tempi di permanenza, egli si limita a fissare solo una “cornice minima[4] degli stessi che poi deve essere pienamente adeguata alle esigenze delle famiglia e all’interesse dei minori. Spetta, cioè, ai genitori mostrarsi in grado di riempire tale cornice, sapendo comprendere le circostanze del momento (ad esempio i bisogni dettati dall’età e dall’indole del bambino).

Tuttavia, si legge in sentenza, regolare i tempi di permanenza dei figli è cosa ben diversa dal limitarli in modo significativo (ad esempio stabilendo che il genitore non possa vedere i figli da solo o non sia libero di scegliere dove trascorrere con loro il tempo).

Le limitazioni infatti al diritto/dovere dei genitori di intrattenere con i figli un rapporto continuativo, possono basarsi solo sulla prova che tale rapporto possa in qualche modo essere dannoso per i minori. E certamente ritenere che un padre non possa essere in grado di occuparsi di un bambino solo per via delle sua tenera età (nel caso di specie di 2 anni), è una conclusione che si fonda su un pregiudizio che conduce a ritenere diseguali le figure dei genitori e i loro rapporti con i figli.

Nessuna scuola insegna come diventare madri e padri, ma – si legge in sentenza – “la genitorialità si apprende facendo i genitori e, dunque, solo esercitando il ruolo genitoriale una figura matura e affina le proprie competenze genitoriali”.

note

[1] Trib. Milano, decr. del 14.01.2015 (Pres. Dell’Arciprete, rel. Buffone).

[2] Art. 337 ter cod. civ.

[3] CEDU, sent. del 6.7.2010 e del 12.7.2011.

[4] C.App. Catania, decr. del 16.10.13 e Trib. Milano, decr. del 3.10.14.

autore immagine: www. associazioneprogettogenitori. com


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1 Commento

  1. A questo punto, ne dovrebbe conseguire che per il collocamento prevalente del minore (e quindi per l’assegnazione della casa di famiglia), che prevede l’individuazione del genitore più idoneo, questi non dovrebbe più corrispondere automaticamente nella figura della madre (come di fatto è avvenuto finora), bensì si dovrebbe tener conto di parametri oggettivi, come il reddito, la proprietà della casa, il tempo che ciascun genitore ha passato e potrà passare con i figli.
    Dico bene?

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