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I testimoni di giustizia saranno assunti dalla pubblica amministrazione

8 Febbraio 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Febbraio 2015



Vittime innocenti, stretti tra l’incudine di uno Stato inefficiente e il martello di una criminalità vendicativa, i Testimoni potranno finalmente trovare assunzione su chiamata diretta da parte della P.A.

I testimoni di giustizia potranno chiedere di essere assunti, su chiamata diretta, presso la Pubblica Amministrazione, a condizione di aver superato un test di meritevolezza, una prova di idoneità e di rinunciare, in tutto o in parte, all’assegno statale di mantenimento per i familiari.

È questa la grossa novità prevista da un regolamento del Ministero dell’Interno [1], appena approvato e pubblicato l’altro ieri in Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento recepisce un decreto legge del 2013 [2].

Evitiamo subito che i nostri lettori cadano nel consueto equivoco di chi confonde la figura dei testimoni di giustizia con quella dei collaboratori di giustizia. Se questi ultimi sono i cosiddetti “pentiti”, i testimoni invece sono persone “qualsiasi”, che hanno avuto la sfortuna di assistere a un crimine (spesso a loro stesso danno) e hanno deciso di denunciare i colpevoli, sottoponendosi a un piano di protezione testimoni quasi sempre fallimentare e distruttivo per le loro stesse vite e quelle delle loro famiglie. Una protezione che, comunque, si rende necessaria per sfuggire alle ritorsioni della criminalità.

Il piano di protezione speciale per i Testimoni porta con sé un profondo anonimato per il “beneficiario”: questi è costretto a cambiare di continuo la propria residenza, a non avere più contatti coi familiari e con gli amici, resta privo di documenti, finanche della tessera sanitaria. Ma l’aspetto più alienante è l’impossibilità di lavorare. Il che porta quasi sempre, oltre a una situazione di indigenza economica (l’assegno statale è ben poca cosa), anche una condizione di totale alienazione psicologica e sociale.

Consapevole di ciò, lo Stato è finalmente intervenuto con il decreto legge di riforma e con il nuovo D.M. che consentirà l’assunzione dei Testimoni, a chiamata diretta, presso gli enti della pubblica amministrazione.

Potranno usufruire della misura i testimoni di giustizia sottoposti alle misure speciali di protezione previste dalla legge.

Il testimone dovrà presentare domanda alla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, indicando una o più sedi territoriali dove gradisce essere collocato.

La Commissione, dopo aver valutato quali benefici economici i testimoni abbiano già percepito o se abbia già fruito di interventi finalizzati al reinserimento sociale, decide sul riconoscimento del diritto all’assunzione.

Ogni anno viene fatto una sorta di inventario dei posti disponibili, acquisendoli presso le amministrazioni locali e le camere di commercio e gli uffici statali. Una lista che viene poi incrociata con quella delle domande, tenendo conto del titolo di studio e della professionalità dei testimoni, delle esigenze di sicurezza personale e delle preferenze espresse.

Prima dell’assunzione è previsto lo svolgimento delle prove di idoneità, volto solo ad accertare la capacità del lavoratore a svolgere le mansioni del profilo nel quale avviene l’assunzione.

Fatta l’assegnazione il testimone ha 15 giorni di tempo per accettare o no.

Una volta assunto, se subentrano motivi di sicurezza che impediscano di lavorare nel posto scelto, il testimone può ottenere l’assegnazione in comando o distacco presso altre amministrazioni, fermo restando l’aspettativa retribuita.

Chi sono davvero i testimoni di giustizia e perché sono diversi dai collaboratori?

Chi sono questi testimoni? Eroi senza patria e senza volto. Il loro nome è stato estratto a sorte – una casuale combinazione dal catalogo dell’onomastica. La loro vita è inventata, pianificata, studiata a tavolino da un funzionario del ministero dell’Interno.

Beffati anche dalla stessa lingua italiana. Che per lungo tempo, sino all’intervento della legge del 2001 [3], li ha chiamati “collaboratori di giustizia”, generando confusione tra due figure che, invece, hanno linee di distinzione nette. Tutt’ora, gli stessi giornalisti usano le due espressioni in modo indistinto. Talvolta capita anche ai magistrati.

Invece, i Testimoni di Giustizia sono coloro che, in gergo volgare – tutt’altro che impropriamente – vengono detti “testimoni oculari”, quelli cioè che, senza far parte di organizzazioni criminali, sono a conoscenza di un fatto criminoso e intendono informarne le autorità.

Tra loro, c’è chi ha avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e di assistere involontariamente ad un reato consumato ai danni di un terzo (un omicidio, una violenza, ecc.). C’è chi, invece, è egli stesso la vittima (si pensi all’usura, al cosiddetto pizzo, alle estorsioni, alle concussioni, ecc.).

In ogni caso, il Testimone – e per questa ragione, pur compiendo un’improprietà grammaticale, lo indicherò d’ora innanzi con la lettera maiuscola – non proviene mai da ambienti malavitosi (circostanza che lo distingue dal collaboratore), ma occupa una posizione normale all’interno del tessuto economico e sociale. Egli è spesso impegnato in attività imprenditoriali. Anzi, proprio a causa di tale occupazione, viene perseguitato dalle organizzazioni criminali.

Il dovere di testimoniare, a volte, può sorgere da un grido disperato di aiuto, altre volte da una sensibilità istituzionale, da un semplice atto di amore nei confronti della giustizia e del popolo. Il Testimone decide così di intraprendere una strada che espone se stesso e i propri cari alle rappresaglie degli accusati. Le istituzioni, quale contropartita, gli offrono tutela, lo sottopongono a un programma di protezione, lo costringono ad allontanarsi dalla sua terra, ad abbandonare i ricordi, le sue radici e a vivere sotto scorta.

Al contrario, il Collaboratore di Giustizia ha avuto un ruolo anche marginale all’interno del fatto delittuoso, ma si è ravveduto, ha deciso di cambiare atteggiamento e di collaborare con lo Stato. Per il solo fatto di informare le autorità di quanto a sua conoscenza, egli usufruisce, oltre ad un programma di protezione personale ed economico, di una lunga serie di vantaggi e di sconti sulla pena.

Lascio poi alla cronaca quotidiana i numerosi casi di falso pentitismo e di strumentalizzazione di tali dichiarazioni per ulteriori fini criminali o solo per sfuggire al carcere duro. Dichiarazioni che spesso sono ontologicamente mendaci proprio perché provenienti da soggetti che, solo qualche giorno prima, avevano disprezzato le istituzioni, la legge, la morale.

Il collaboratore, difatti, resta generalmente segnato dai propri trascorsi e dalla buia realtà del clan. Egli non sempre realizza “un autentico pentimento che valga a riorientare la sua cultura e a pervenire ad una convinta e decisa adesione ai valori della legalità”. Ecco perché, a rigore, il termine “pentito” nasconde in sé una profonda improprietà. Le motivazioni che portano il delinquente a cooperare, senza che il suo animo, nello stesso tempo, riconosca l’empietà della propria condotta, e quindi senza un’effettiva conversione,

impone di parlare più correttamente di “collaboratore”. Quest’ultimo termine, invero, fa riferimento ad una mera condizione di fatto – la collaborazione, appunto – e non anche ad una trasformazione morale.

C’è una profonda differenza etica ed ideologica tra chi sente il dovere civico della denuncia e chi, invece, si converte all’onestà.

Il collaboratore si muove secondo una finalità egoistica ed utilitaria, sia pure, nella migliore delle ipotesi, accompagnata dal ravvedimento.

Il Testimone, al contrario, agisce per altruismo e coraggio, non dovendosi pentire di alcunché. Il collaboratore riceve benefici per effetto del suo contributo alle indagini. Il Testimone non ottiene alcuna contropartita; egli è una persona integerrima che, per aiutare lo Stato nella ricerca dei colpevoli, ha deciso di sacrificare non solo una mattina in questura,

ma l’intera vita.

Eppure, non poche volte le istituzioni hanno dimostrato di essere più severe e distratte nei confronti dei Testimoni ed invece flessibili e benevole con i collaboratori: forse per via del ruolo ricoperto da questi ultimi, dell’importanza delle loro conoscenze e, quindi, delle dichiarazioni che forniscono. Essi conoscono le organizzazioni criminali dall’interno, sono al corrente dei loro obiettivi; sanno quali strategie perseguono le cosche, quali delitti hanno compiuto e quali intendono compiere; hanno notizia dei luoghi ove sono nascosti i patrimoni illeciti e ne consentono la confisca. Insomma, si crede che chi proviene da dentro l’organizzazione sia di maggior aiuto nelle indagini rispetto a chi invece ha assistito, dall’esterno, ad un singolo crimine.

«Noi valiamo poco perché abbiamo poco da offrire: sappiamo

solo quello che abbiamo visto» ha denunciato un Testimone dalle

pagine di un giornale online.

Il collaboratore, inoltre, fa più notizia del Testimone. I media ne riempiono la cronaca perché colpisce di più la storia di un pentimento che quella di un uomo integerrimo. Non c’è bisogno di leggere i giornali per conoscere nomi come Ciancimino, Mutolo, Buscetta, Brusca. Qualcuno addirittura parla di super-pentiti, come se vi fosse una gerarchia di importanza nel pentimento.

Quanti Testimoni invece sono noti all’opinione pubblica? Eppure, fuori dalle headlines dei quotidiani, lontano dalle foto dei pubblici ministeri aggressivi ed armati di codice, il vero eroe del processo è il Testimone. Dietro il successo di un magistrato tutelato dalla scorta, dagli scatti di carriera e dalle prerogative della categoria c’è l’immolazione di un uomo della strada.

note

[1] Min. Interno n. 204 del 18.12.2014, pubblicato in Gazz. Uff. n. 30 del 2015.

[2] Dl n. 101/2013.

[3] L. n. 45/2001

L’immagine di copertina è tratta dal libro di Angelo Greco “Tra l’incudine e il martello”, Pellegrini Ed., 2009.


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