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Avvocati: vietato scrivere articoli e indicare i recapiti dello studio

8 Febbraio 2015


Avvocati: vietato scrivere articoli e indicare i recapiti dello studio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Febbraio 2015



Divieto di pubblicità indiretta per i legali: ancora un’assurda decisione del CNF che si riversa sulle attività svolte anche su internet.

L’avvocato che scrive un articolo su un giornale non può indicare, accanto alla sua firma, i recapiti del proprio studio. È questa la sintesi di una sentenza del Cnf [1] pubblicata, nei giorni scorsi, sul suo sito internet.

Si tratta dell’ennesima decisione contraria ai tempi e, soprattutto, allo spirito di una professione moderna, che vorrebbe rispolverare la propria immagine, costruendo un nuovo rapporto con la cittadinanza, in una dialettica di comunicazione diretta e senza intermediazioni.

La sentenza del Cnf tenta di spezzare quel filo diretto tra professionisti e collettività, mai avuto in precedenza, dove i primi svolgono anche un servizio in funzione del popolo, sfruttando il libero accesso ai media, anche nell’ottica di combattere la crisi di una professione ormai messa ai margini non solo dal legislatore, ma anche dalle stesse istituzioni che dovrebbero rappresentarla.

Il Cnf ha confermato la sanzione della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per due mesi nei confronti di un avvocato che teneva una rubrica in un quotidiano nazionale dove, a margine di ogni articolo (che conteneva consigli e pareri), indicava oltre al proprio nome e cognome, anche il numero di telefono, il fax e l’indirizzo dello studio. Secondo, però, il Consiglio Nazionale Forense, si tratterebbe di un comportamento vietato dalla deontologia forense, in quanto diretto ad accaparrare e sviare la clientela: insomma, una condotta di tale tipo sarebbe anticoncorrenziale, secondo l’interpretazione tutta particolare di “concorrenza” che intende il Cnf.

L’aver inserito i recapiti del proprio studio sul giornale – chiarisce la sentenza – integra una forma di pubblicità non ammessa dai canoni del codice deontologico, in quanto ha la conseguenza di accaparrarsi le richieste di pareri e consigli legali da parte dei lettori e, quindi, di sviare la clientela.

Gli effetti su internet

La sentenza finisce per avere effetti perversi anche sul web. Il principio, infatti, si riferisce all’uso della stampa in sé, al di là se cartacea o telematica. Con la conseguenza che l’avvocato che scriva un articolo su un internet, e in esso riporti gli estremi del proprio studio legale, l’email o il link al proprio sito, finirebbe – secondo il Cnf – per commettere un illecito deontologico. E poiché una regola, se valida, va applicata a prescindere dalle “dimensioni” del caso concreto, si arriva all’assurda conseguenza secondo cui tutti gli avvocati non potranno più scrivere su blog o siti online, anche di piccole dimensioni, indicando i propri “indirizzi telematici” (email o link al sito internet).

Insomma, il Cnf ce la sta mettendo tutta per allontanare i legali dalle nuove forme di comunicazione, dal web e da ogni altro modo per uscire da una dimensione “territoriale” dell’avvocatura. Lo stesso Cnf che da un lato consente la possibilità di pubblicare inserzioni pubblicitarie (o meglio “comunicazioni alla clientela”) su un giornale tradizionale e, nello stesso tempo, vieta lo stesso tipo di avviso con un banner di Google Adwords. Quel Cnf che, mentre consente ad alcuni studi di collocare dei cartelli pubblicitari sugli autobus delle città, nello stesso tempo vieta ad altri avvocati di essere ospitati su un dominio internet non proprio, come una fanpage di Facebook.

note

[1] Consiglio nazionale forense sent. n. 83/2014.

Autore immagine. 123rf com


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6 Commenti

  1. Il CNF ha sancito il divieto di inserimento in calce dei dettagli dello studio dell’avvocato.
    In testa e nell’interno dell’articolo lo si può fare! Semplice no?
    E quanto ci vuole a capirlo?
    Dott. Alfio Lago

  2. si tratta di una decisione ridicola, in quanto inserendo su un qualsiasi “motore di ricerca” Nome e Cognome dell’ avvocato e si perviene al 99,9%, ai dati del suo strudio, telefono ecc ecc, tavolata direttamente tramite il sito dell’ Oedine di appartenenza.

    Come dire, al peggio non c’ e’ mai fine 🙂 .. in Italia

  3. Abolire gli ordini professionali! Sono solamente un retaggio del passato e limitano fortemente lo sviluppo.

  4. Essere visibili su internet è spesso una delle poche possibilità per i giovani avvocati di farsi vedere o di trovare nuovi clienti. A me pare che lo scopo sia quello di allontanare dalla professione forense più avvocati possibile… soprattutto quelli giovani che non hanno già uno studio avviato e che quindi non hanno una clientela di “famiglia”. Insomma una vera e propria battaglia generazionale e di casta a mio avviso.

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